Negato il visto USA a tutti i delegati africani invitati al summit californiano

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Nessuno del centinaio di delegati africani invitati all’annuale summit economico africano ha potuto raggiungere la costa occidentale degli USA. L’African Global Economic and Development Summit, la conferenza annuale organizzata dalla University of Southern California, registra l’assenza della sua componente più importante, ovvero quella composta dalle delegazioni di uomini d’affari del continente africano.

La conferenza, che ha una durata di tre giorni, nasce e si sviluppa per rafforzare la cooperazione economica tra imprenditori statunitensi e africani. Eppure, quella che negli anni scorsi ha rappresentato un’ottima possibilità di sviluppo dell’asse economico USA-Africa, ha dovuto quest’anno fare i conti con il diniego delle autorità statunitensi a concedere il visto ai partner oltreoceano. Una situazione imbarazzante che rischia di vanificare i successi ottenuti dall’ateneo di Los Angeles sotto il profilo cooperativo. L’evento ha infatti come obiettivo primario quello di facilitare l’incontro tra finanziatori locali e imprenditori africani su progetti legati all’energia pulita, lotta alla povertà e cambio climatico.

Il timore generale è che tale mossa possa essere legata al clima di chiusura operante nella nuova amministrazione Trump specialmente in tema di immigrazione, in particolare dopo il nuovo decreto del 6 marzo che vieta l’ingresso negli USA ai cittadini di sei paesi a maggioranza musulmana. Eppure, già sotto Obama nel 2013 la conferenza si è dovuta relazionare con il diniego delle ambasciate USA in Africa a concedere il visto al 40% dei delegati invitati. Quest’anno, tuttavia, il numero di visti concessi è pari allo zero. Questo significa che il 100% dei delegati africani non ha ricevuto il via libera a raggiungere il suolo americano.

L’organizzatrice dell’evento Mary Flowers, CEO del Global Green Development Group, non si sbilancia sul paventato link tra la politica Trump sull’immigrazione e il diniego dei visti ai delegati africani, ma sottolinea come questa mossa sia stata una forma di discriminazione contro degli uomini d’affari.

«Sperimentiamo ancora, ancora e ancora, che le persone alle quali vengono rifiutati i visti sono tuttavia illustri uomini e donne d’affari con legami con il continente [americano]», ha dichiarato Flowers a The Voice of America. L’organizzatrice, evidentemente costernata per l’assenza totale degli invitati africani, ha dovuto cancellare la prima delle tre giornate del summit. Flowers è convinta che questa cancellazione abbia procurato ingenti danni economici e d’immagine alla stessa metropoli tanto da contattare Karem Bass che rappresenta al Congresso gli interessi di Los Angeles. Secondo la politica californiana le pratiche restrittive seguite dalle ambasciate americane in Africa possono percuotere le opportunità economica tra Stati Uniti e il continente africano. «Incoraggio il Dipartimento di Stato affinché si assicuri che queste politiche siano abbastanza flessibili al fine di favorire la libera circolazione delle idee e delle opportunità d’affari» ha dichiarato Bass al giornale britannico The Guardian lunedì 20 marzo.

Gli imprenditori africani che hanno visto sfumare l’opportunità californiana provengono da Sierra Leone, Guinea, Ghana, Nigeria, Etiopia e Sudafrica. Questi, nonostante possedessero la documentazione necessaria ai fini dell’ottenimento dei visti e avessero sostenuto le spese necessarie a tale scopo, non hanno ancora ricevuto dalle ambasciate statunitensi e dal Dipartimento di Stato nessuna motivazione ufficiale. Una prassi – quella di non comunicare le ragioni dell’eventuale diniego – che rischia oggi di suscitare ulteriori antipatie e sentimenti anti-americani in Africa.

L’eco di tale storia potrebbe risonare anche altrove tanto che qualcuno già pensa all’opportunità nel prossimo futuro di organizzare tali eventi non più negli USA, come sottolineato dal Presidente della Camera di Commercio del Kenya, Kiprono Kittony, il quale ha condannato su Standard Media il diniego dei visti.

 

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