RDC: La rivolta Kamuina Nsapu

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Kasai Occidentale e Orientale (divisione provinciale 2015)

La rivolta del gruppo Kamuina Nsapu, che da sette mesi mette a ferro e fuoco l’ex provincia del Kasai (RDC), nasce nell’aprile scorso per rivendicare il riconoscimento da parte di Kinshasa della chefferie del capo tradizionale Kamuina Nsapu. In seguito alla morte del capo Nsapu durante uno scontro con l’esercito congolese, la rivolta si è diffusa nelle 3 province del Kasai (Centrale, Orientale e Occidentale) e in quella di Lomani. I miliziani di Nsapu attaccano principalmente i simboli dello stato congolese: scuole, sedi istituzionali, commissariati, caserme e singole personalità legate a Kinshasa. Fra settembre e dicembre sono stati uccisi più di 400 civili e alcune migliaia di profughi sono scappati dalla regione. L’ultimo attacco del gruppo risale a questo weekend, quando fra i 200 e i 300 miliziani hanno attaccato la città di Mwene Ditu (provincia di Lomani), provocando la morte di 6 civili.

Le scuole sembrano un bersaglio privilegiato dei miliziani: gli studenti del Kasai Centrale hanno già perso 2 mesi di lezione per l’insicurezza creata dall’insurrezione. Secondo l’UNESCO la perdita di un altro mese costringerà gli studenti dell’area a dover ripetere l’intero anno scolastico. Molti insegnanti hanno abbandonato la provincia, scoraggiati dal clima di insicurezza e dal mancato pagamento dei salari, a causa dei difficili collegamenti con Kinshasa. La presa di mira dell’istituzione scolastica da parte dei seguaci di Nsapu è particolarmente interessante alla luce del prestigio storicamente attribuito all’educazione nella provincia. Non permettere agli studenti di frequentare le lezioni, tuttavia, allarga il bacino di reclutamento per i miliziani: si stima che circa la metà del gruppo Kamuina Nsapu sia costituito da minori.

Negli ultimi mesi le autorità di Kinshasa hanno lanciato dei segnali di apertura al dialogo nei confronti del gruppo: all’inizio di febbraio sono stati rilasciati una sessantina di miliziani e ieri una missione governativa guidata dal vice primo ministro si è recata a Kanenda (Kasai Centrale). Le autorità centrali hanno dichiarato di essere disposte a sostituire il contestato governatore regionale, rilasciare altri miliziani e restituire il corpo del capo Kamuina in cambio della cessazione degli attacchi.

Ma la risposta di Kinshasa alla crisi del Kasai non è stata solo il dialogo. I caratteri assunti dalla repressione dell’esercito congolese hanno portato la MONUSCO ad indagare se ci sia stato un ricorso ad un uso sovradimensionato della forza. In seguito alla diffusione sui social network di un video che mostrava degli episodi di violenza di alcuni militari nei confronti di miliziani e civili e al ritrovamento di fosse comuni nelle province interessate dalla rivolta, le autorità di Kinshasa hanno aperto un’indagine interna. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti dell’Uomo ha auspicato mercoledì scorso che all’indagine nazionale venga affiancata un’indagine internazionale.

Il prolungarsi e il diffondersi della rivolta pone degli interrogativi in merito alla sua natura e finalità. Il Kasai è storicamente una regione politicamente problematica per Kinshasa. Molti esponenti dell’opposizione congolese della prima e seconda repubblica erano originari di quest’area (fra i più celebri Etienne Thsisekedi), è una regione chiusa e isolata, che si è impoverita molto negli ultimi anni e dove le autorità tradizionali hanno mantenuto un forte potere. Il seguito del gruppo di Nsapu è innegabilmente riconducibile a queste dinamiche. Nel successo della rivolta, inoltre, ha probabilmente giocato un ruolo l’attualità della questione del riconoscimento dei capi tradizionali in Repubblica Democratica del Congo. A partire dal 2015, infatti, gli chef coutumier riconosciuti da Kinshasa sono diventati funzionari di stato retribuiti: la corsa al riconoscimento centrale ha innescato forti tensioni e competizioni locali. La recente rivendicazione da parte del gruppo Kamuina Nsapu della nomina a primo ministro di Felix Tshisekedi, getta una luce sinistra sulla possibile politicizzazione della crisi, attraverso un collegamento degli eventi del Kasai con le vicende politiche di Kinshasa.

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