Prove di golpe nel Puntland?

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A fine febbraio, le forze armate del Puntland hanno occupato per alcune ore il quartier generale del parlamento, della Banca Centrale e del Ministero delle Finanze nella capitale Garowe. La mediazione del locale consiglio degli anziani aveva apparentemente posto fine alle proteste, ma, a inizio marzo, i militari sono scesi nuovamente in strada e hanno preso possesso di tre avamposti di dogana a Garowe e Galkayo. La causa principale degli ammutinamenti sarebbe il mancato pagamento degli stipendi arretrati degli ultimi sette mesi e dei contributi per le spese mediche a seguito delle operazioni militari in quel di Galkayo e nel massiccio montuoso di Galgala, dove le truppe puntine si sono a più riprese scontrate con le fazioni locali dell’Al Shabaab e dello Stato Islamico. Gli episodi di queste settimane gettano un’ombra sulla stabilità di una regione che, fino ad ora, era stata preservata dalla guerra civile che invece imperversa nel sud della Somalia. L’occupazione delle dogane di Garowe e Galkayo, inoltre, priva l’amministrazione della sua principale fonte di entrate, con conseguenze ancora tutte da decifrare.

Il Puntland ha un apparato di sicurezza piuttosto articolato, figlio del delicato equilibrio politico tra le varie forze costituenti che abitano la regione. Accanto alle forze di polizia, stimate in circa 2.000 unità, sono presenti circa 5.000 unità paramilitari di supporto conosciute come “i Dervisci”, ripetutamente schierati in passato nella Somalia meridionale e lungo il confine conteso con il Somaliland. Esiste poi un corpo embrionale di guardia costiera, il cui equipaggiamento e addestramento sono a libro spese degli Emirati Arabi Uniti (UAE) sin dal 2016, e un corpo con funzioni anti-terrorismo conosciuto come Puntland Intelligence Service (PIS), per lungo tempo finanziato dagli Stati Uniti nell’ambito della Guerra Globale al Terrore. Il PIS è attualmente composto da circa 200 uomini e può contare su un addestramento ed equipaggiamenti relativamente avanzati, ma l’ampia autonomia di cui ha storicamente goduto nella gestione dei flussi finanziari forniti da Washington ha indotto alcuni osservatori a definirlo come uno stato nello stato.

I soldati del Puntland non sono nuovi a manifestazioni di protesta contro i ritardi nell’elargizione degli emolumenti: già nel 2015 e all’inizio del 2016, i militari avevano manifestato nelle strade della capitale Garowe per chiedere un trattamento economico più favorevole. Sebbene le spese per la difesa già assorbano quasi l’80% del bilancio annuale, infatti, l’amministrazione ha spesso avuto difficoltà a garantire continuità nel pagamento dei salari, tanto che l’ex presidente Mohamed Farole era dovuto ricorrere alla sponda degli Emirati Arabi Uniti (UAE) per sostituire gli Stati Uniti nel 2012 nel finanziamento del PIS, mentre la fine del sostegno UAE nel marzo 2016 ha costretto l’attuale presidente Ali Gaas a pianificarne un consistente ridimensionamento.

Le proteste di questi giorni hanno inevitabilmente acuito le tensioni tra le varie anime dell’amministrazione puntina. Solo pochi giorni fa, lo stesso presidente Gaas sarebbe stato costretto ad atterrare all’aeroporto di Bosaso dopo che le forze del PIS avevano preso il controllo dello scalo di Garowe, ma questa notizia – così come molte altre – è stata smentita dalle autorità, mentre i giornalisti che hanno riportato di tali avvenimenti sono stati oggetto di intimidazioni e provvedimenti di fermo. Secondo un emittente notoriamente ostile all’attuale presidenza, Ali Gaas starebbe pianificando di muovere la sede della sua residenza su Bosaso a causa della crescente ostilità delle fazioni dell’area e del deterioramento delle condizioni di sicurezza. Il fatto che i generali puntini abbiano rigettato il comunicato con cui il Ministero delle Finanze affermava di aver provveduto ad onorare tutti i suoi impegni pendenti è un ulteriore indizio della spaccatura che minaccia il fragile equilibrio politico nel nord-est della Somalia.

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