Le sfide poste dalla scomparsa di Etienne Tshisekedi (RDC)

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Fortunatamente la Repubblica Democratica del Congo, scaduto il termine del mandato del presidente uscente Joseph Kabila (19 dicembre), non è piombata nel caos. La situazione politica del Paese, tuttavia, è ben lontana dall’essere stabile.

Il passaggio del 19-20 dicembre non è stato indolore: nonostante gli appelli alla calma, le manifestazioni di protesta hanno provocato la morte, almeno ufficialmente, di una ventina di persone. Un bilancio contenuto rispetto al precedente delle proteste di settembre – dove le vittime sono state stimate attorno alla cinquantina – ma comunque considerevole. L’ultimo mese del 2016, tuttavia, si è concluso con una nota di speranza per il Paese. La firma dell’accordo di San Silvestro, un accordo politico “globale e inclusivo” che ha stabilito le regole per il periodo della transizione, coinvolgendo maggioranza presidenziale, opposizioni firmatarie dell’accordo della Cité dell’Unione Africana del 18 ottobre e opposizioni non firmatarie di tale accordo. Secondo l’accordo di San Silvestro, raggiunto grazie alla mediazione della Conférence épiscopale nationale du Congo (CENCO), che dall’autunno ha preso in mano le redini dei negoziati congolesi, il presidente Kabila rimarrà alla presidenza della repubblica per tutto il periodo di transizione, affiancato da un governo di unità nazionale; le elezioni locali, provinciali e nazionali saranno organizzate entro dicembre 2017, con l’impegno alla non-candidatura da parte del presidente uscente; e alcuni prigionieri politici saranno liberati.

L’applicazione dell’Accordo, tuttavia, si è rivelato piuttosto complesso e il clima politico è rimasto estremamente teso a Kinshasa e nel resto del Paese. I negoziati fra le parti per raggiungere l’Arrangement Particulier, un patto che stabilisca in concreto le disposizioni generali dell’Accordo di San Silvestro, sono continuati per tutto il mese di gennaio ed è di sabato scorso (28 gennaio) la notizia del fallimento del dialogo fra le parti. Ripartizione dei posti ministeriali e modalità di scelta del primo ministro sembrano le questioni più controverse del negoziato. Le fazioni in campo si rimpallano la responsabilità dello scacco, mentre la CENCO invita a continuare il dialogo nonostante le difficoltà. La mediazione dei vescovi, tuttavia, è essa stessa oggetto di discordia oggi: la maggioranza presidenziale sembra infatti aver chiesto all’organo ecclesiale di fare un passo indietro, una volta raggiunto l’Arrangement Particulier, mentre le opposizioni premono per riconoscere un ruolo ai prelati all’interno del Conseil national de suivi (CNSA), l’organo preposto a monitorare l’applicazione dell’accordo di San Silvestro. La CENCO, dal canto suo, non sembra affatto intenzionata a farsi da parte ed ha richiesto un intervento da parte del presidente Kabila, che per ora, tuttavia, non si è espresso.

E’ in questo contesto politico che si inserisce la notizia di ieri (1 febbraio) della morte del leader storico dell’opposizione congolese, Etienne Tshisekedi, a Bruxelles dalla settimana scorsa per delle cure mediche. Figura controversa, mito e al contempo oggetto di forti critiche per la sua intransigenza e i suoi toni politici, capofila del primo partito d’opposizione al regime mobutista della storia congolese, Thsisekedi è stato protagonista di tutti i principali momenti di svolta politica del proprio Paese. L’inizio della sua carriera è legato all’ascesa al potere del presidente Mobutu, di cui fu più volte ministro e fedele collaboratore, ma da cui prese le distanze nel corso degli anni ’80, anni in cui il regime del dittatore congolese cominciò ad esprimere con drammaticità le proprie contraddizioni politiche ed economiche. A partire dalla firma, con altri 11 parlamentari, di una lettera aperta critica nei confronti del Presidente Mobutu (dicembre 1980) e alla fondazione dell’Union pour la Démocratie et le Progrès Social (UDPS) in clandestinità (1982), Tshisekedi è diventato il simbolo della lotta contro il regime mobutista. Nel periodo di transizione alla democrazia (primi anni ’90), l’intransigenza delle sue posizioni nei confronti del Maresciallo, oltre a causargli la critica di “irresponsabilità politica”, ha di fatto isolato il leader dell’UDPS nel panorama politico congolese, relegandolo – fatta eccezione per qualche breve periodo – nelle file dell’opposizione. La guerra civile e l’arrivo dei Kabila alla guida della Repubblica Democratica del Congo (Laurent 1997-2001 e il figlio Jospeph 2001-2016) hanno confermato la posizione di opposizione della Sfinge di Limete, alimentando l’immagine del politico integro, che non scende a compromessi e che rifiuta il ricorso alla violenza per ottenere il potere. Dopo aver invocato invano il boicottaggio delle elezioni presidenziali del 2006, denunciando un complottismo internazionale a favore di Kabila, Tshisekedi si è candidato alle elezioni del 2011, ottenendo ufficialmente il 32.3% delle preferenze. Di fronte alle unanimi denunce degli osservatori internazionali di brogli elettorali, il leader dell’UDPS si è autoproclamato presidente legittimo, rifiutando tuttavia di portare la propria protesta fuori dal confronto politico. Per quanto negli ultimi anni Tshisekedi si fosse ritirato, pur senza abbandonarla ufficialmente, dalla scena politica del Paese, lasciando fisicamente per lunghi periodi la Repubblica Democratica del Congo e dando adito a speculazioni sul suo stato di salute, egli ha continuato a non riconoscere il regime di Kabila e a denunciarne corruzione e nepotismo – nonostante diverse testimonianze parlino di contemporanei negoziati segreti, falliti, con Kinshasa. Durante l’ultima e attuale crisi del Paese si è assistito ad una nuova scesa in campo trionfale da parte del presidente dell’UDPS. E’ all’intervento di Tshisekedi e alla sua statura politica che si deve la nascita del Rassemblement delle opposizioni – piattaforma che ha giocato il fondamentale ruolo di contrappeso all’entourage presidenziale in questi mesi. La presa di posizione ufficiale dell’oppositore politico congolese per eccellenza è riuscita a mobilitare diversi consensi, dimostrando il seguito che lo storico leader dell’UDPS ancora riusciva ad ottenere, nonostante l’età e le prolungate assenze dal Paese.

La scompars di Tshisekedi, oltre a determinare un lutto privato e pubblico per la Repubblica Democratica del Congo, rischia di avere delle implicazioni politiche rilevanti per la transizione in corso nel Paese. Oltre a sferrare un duro colpo all’UDPS, che deve ancora molta della propria legittimità politica alla figura del suo presidente fondatore, l’Accordo del 31 dicembre prevedeva che fosse Tshisekedi a presiedere il CNSA. Per quanto questo ruolo possa essere considerato più un riconoscimento politico che un elemento determinante per la transizione, la gestione della vacanza della presidenza del CNSA è un nuovo motivo di discordia fra i partiti politici congolesi e rischia di paralizzare un percorso di transizione già tremendamente faticoso. la scomparsa del presidente dell’UDPS, inoltre, potrebbe indebolire il fronte delle opposizioni, che private di una voce autorevole, rischiano di frazionarsi nei rispettivi particolarismi – a maggior ragione se si considera l’esilio dell’altro leader del Rassemblement, Moïse Katumbi, e l’incarcerazione di molti esponenti del gruppo. La scomparsa di Tshisekedi è un buon banco di prova per le opposizioni congolesi, costrette ora a fare i conti con l’eredità politica del leader dell’UDPS e dimostrare forza, unitarietà e determinazione nell’evitare che l’entourage presidenziale approfitti della situazione per posticipare le elezioni, in nome di una presunta instabilità del Paese.

A Kinshasa, in ogni caso, non mancano le visioni ottimistiche rispetto al periodo post-Tshisekedi. Qualcuno non esclude che il venir meno dell’“eroe nazionale”, simbolo della lotta per la democrazia del Paese, possa servire da scossa per la sigla dell’Accord Particulier su cui si è arenato il dialogo congolese, ritenendo l’Accordo una sorta di testamento politico del leader scomparso.

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