Equilibri e dinamiche del post-Aleppo

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Manifesto contro la "fitna" affisso per le strade di Damasco (2011)

La fine della battaglia di Aleppo ha inaugurato una nuova fase del conflitto siriano. Tale fase si avvia con una tregua siglata e garantita da Russia e Turchia, dalla quale rimangono escluse Da’ish e le sigle che ruotano attorno al cartello di Jabhat al-Nusra, non più tutelate dalla svolta di Ankara. Se la tregua dovesse tenere, tutto ciò si tradurrà per Damasco in una riduzione dello sforzo bellico e nella conseguente possibilità di concentrare risorse e sforzi nelle rimanenti zone di conflitto esclusi dalla tregua.

Per ciò che concerne le prospettive di medio periodo, queste dipendono innanzitutto dai nuovi equilibri regionali, ma saranno influenzate anche da singoli eventi cerniera. Primo fra tutti, la serie di incontri tra i ministri degli Esteri e della Difesa di Russia, Turchia e Iran avviati a Mosca il 20 dicembre. Lo sforzo diplomatico del Cremlino è stato quello di capitalizzare il vantaggio militare acquisito sul terreno e di creare, dunque, un tavolo di discussione capace di garantire la definitiva riconquista di Aleppo. La mossa successiva mira a creare un tavolo di dialogo multilaterale, finalizzato alla soluzione politica della crisi siriana. Mosca e Ankara, contrapposti nel conflitto, hanno fissato i principi sui quali costruire le successive tappe: l’integrità territoriale della Siria, la lotta al terrorismo in essa presente e la fine delle ostilità sul suo territorio.

Secondo alcuni osservatori si sarebbe trattato di una mera dichiarazione di intenti, incapace di generare risultati positivi concreti. Il punto più controverso riguarda infatti l’interpretazione del “terrorismo” che, nell’ottica russo-iraniana, comprende tutti i gruppi armati presenti in Siria e in lotta contro Damasco. Secondo l’interpretazione turca, invece, non tutte le sigle operanti contro il governo siriano sarebbero da considerare terroristiche, mentre lo sarebbero le milizie curde. Tuttavia, è possibile constatare come la Turchia, indubbiamente il paese più coinvolto nella guerra siriana, abbia scelto di abbandonare, nei fatti, la linea dura del “Assad must go”, forse anche in ragione di una ormai fattuale comunanza di interessi nella lotta a Da’ish.

Anche in questo caso pesa l’imminente insediamento di Trump alla Casa bianca, di cui la Turchia rimane il più importante alleato nella regione. L’annunciato disimpegno di Washington dalle beghe mediorientali potrebbe lasciare Ankara scoperta e troppo sbilanciata in avanti, in ragione dei nuovi equilibri del post-Aleppo. È dunque in questa prospettiva che bisogna leggere e interpretare le recenti accuse di Ankara (28 dicembre) contro l’amministrazione Obama. Secondo Erdogan e Cavusoglu, ministro degli Esteri turco, Washington non avrebbe fornito la necessaria copertura aerea all’operazione turca Scudo Eufrate, soprattutto nella battaglia contro Da’ish nella città siriana di Al-Bab. In più, sempre secondo Ankara, gli Stati uniti sarebbero i diretti fornitori degli armamenti e della tecnologia nelle mani di Da’ish e delle Unità di Protezione Popolare curde (YPG).

Lo stesso giorno in cui Erdogan ha lanciato le sue accuse contro gli Stati uniti, i media internazionali hanno riportato la notizia dell’accordo tra Mosca e Ankara su un piano di cessate il fuoco su tutto il territorio siriano, a partire dalla mezzanotte di venerdì 30 dicembre. L’accordo riguarda sette sigle che la Turchia definisce “opposizione moderata”, tra cui l’Esercito libero siriano e le milizie turcomanne, ma non contempla Da’ish e Jabhat Fatah al-Sham (prima “Jabhat al-Nusra”), considerate terroristiche da entrambe le capitali e che trovano un certo supporto in alcune monarchie del Golfo. In questo modo, i combattenti dell’opposizione coinvolti nella tregua con l’esercito siriano sarebbero oltre 60 mila.

Quanto emerge nel quadro del post-Aleppo riflette dunque l’inizio di una nuova fase in cui le scelte della prossima amministrazione Trump saranno decisive. Per questa ragione l’azione diplomatica russa nella seconda metà di dicembre è stata incessante: tregua su Aleppo, evacuazione di Aleppo, tregua su tutto il territorio siriano e annuncio di colloqui di pace multilaterali ad Astana. Il tutto ha l’evidente obiettivo di porre il nuovo presidente statunitense davanti a una nuova situazione di fatto, forte di tre vantaggi marginali – militari, ma soprattutto diplomatici – raggiunti a dicembre dalla coalizione Russia-Siria-Iran: 1) la riconquista della seconda città siriana e il ripristino dell’asse Damasco-Aleppo; 2) la tregua generalizzata e i prossimi colloqui di pace ad Astana; 3) l’attrazione e il coinvolgimento attivo della Turchia nell’azione russa per la Siria; 4) il progressivo isolamento dell’Arabia saudita rispetto a qualsiasi ruolo diplomatico attivo, lasciata sola anche dal nuovo corso egiziano.

Non vi è dunque alcun dubbio che dal 20 gennaio gli Stati uniti si troveranno ad affrontare una nuova situazione politica, con nuove realtà di fatto e con una sensibile riduzione del margine di manovra con cui Washington dovrà fare i conti. Trump potrebbe così avere un motivo in più per implementare la politica di disimpegno annunciata in campagna elettorale. In conclusione, si può dunque affermare che la caduta di Aleppo abbia effettivamente rappresentato un punto di svolta nel conflitto, aprendo la strada a un diffuso cessate il fuoco. Gli artefici e i garanti della tregua, a Mosca e Ankara, hanno l’interesse ad avviare un effettivo processo di pace nei prossimi colloqui multilaterale di Astana, previsti per l’inizio del 2017. In via incidentale, si può inoltre osservare come il ruolo giocato dai tradizionali attori nelle crisi internazionali degli ultimi decenni sia venuto meno: le Nazioni unite, paralizzate dai veti incrociati, si limitano a ratificare decisioni di compromesso dallo scarso valore effettivo; l’Unione europea e gli Stati europei hanno assistito allo svuotamento di un ruolo pro-attivo di azione sul campo e di mediazione tra le parti; gli Stati uniti, che hanno ancora qualche carta da giocare, sono momentaneamente paralizzati dall’imminente avvicendamento presidenziale e risultano estromessi dal pluridecennale ruolo di protagonista negli sviluppi nella regione.

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