Kabila o il caos?

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Lunedì 19 dicembre termina il mandato ufficiale del presidente uscente congolese Joseph Kabila e la Repubblica Democratica del Congo rischia di piombare nel caos. Le elezioni per scegliere il successore di Kabila non sono state tenute e non è stato trovato un accordo né in merito a quando organizzarle né su come gestire il periodo della transizione. La crisi elettorale della Repubblica Democratica del Congo conferma come il Paese possa essere considerato, anche in epoca contemporanea, paradigmatico di diverse tendenze che si sviluppano nel continente africano.

La crisi politica congolese nasce dalle ambiguità di un presidente uscente rispetto alla disponibilità a cedere il potere ad un successore legittimamente eletto. Impossibilitato per vincoli costituzionali a candidarsi ad un terzo mandato presidenziale, Joseph Kabila non pare infatti intenzionato a farsi da parte nella scena politica congolese, ma sembra al contrario cercare di prendere tempo (evitando le elezioni) per restare al potere. Per quanto non abbia (ancora?) modificato, diversamente da altri presidenti della regione e del continente, la costituzione del Paese per candidarsi alle elezioni previste per il 2016 (al momento rimandate a data da stabilirsi), la dilatazione dei tempi dei negoziati con le opposizioni su calendario elettorale e regime di transizione e le rigidità del suo entourage rispetto al merito di tali negoziati hanno portato gli osservatori internazionali a parlare di una “strategia del glissement” da parte del presidente uscente congolese.

Di fronte a quest’atteggiamento del regime le opposizioni del Paese, riunite (e frammentate) all’interno del “Rassemblement” di Étienne Tshisekedi e Moïse Katumbi, non sembrano riuscire a proporre un’alternativa politica credibile e responsabile al regime di Kabila, una risposta che vada oltre alla manifestazione di piazza – altro elemento piuttosto diffuso nel continente. Per quanto la manifestazione di protesta sia un mezzo irrinunciabile e fondamentale di mobilitazione politica (in Africa come altrove), da un lato si tratta di uno strumento che non crea di per sé una proposta politica. Dall’altro, è una realtà che rischia di prestarsi a degenerazioni e strumentalizzazioni sterili e pericolose, specialmente in contesti come quelli africani. I successi delle proteste popolari su modello burkinabé del 2014 sembrano, ad oggi, piuttosto difficili da riproporre. Le manifestazioni di Kinshasa del 19 e 20 settembre scorso, dove hanno perso la vita una cinquantina di persone, dimostrano i limiti e le pericolose degenerazioni delle manifestazioni di piazza prive di una guida politica credibile. La risposta del regime di Kinshasa ai due giorni di manifestazione si è infatti esaurita nell’accordo con una parte – non quella che ha organizzato le proteste – dell’opposizione (Accordo Politico del 18 ottobre) e nella repressione violenta e adozione di uno stato di emergenza (non necessariamente qualificato come tale), dove arresti arbitrari, sparizioni forzate, limitazioni alle libertà individuali sono diventati all’ordine del giorno. L’Accordo Politico, firmato grazie alla mediazione dell’Unione Africana, oltre a frammentare ulteriormente il fronte delle opposizioni congolesi ha permesso a Kinshasa di poter vantare con l’esterno un successo nei suoi sforzi di dialogo nazionale. La repressione violenta del regime, invece, ha rischiato e rischia tutt’ora d’innescare una spirale di violenza nel Paese che prescinde la stretta contestazione politica. Il progressivo distacco di alcune organizzazioni della società civile congolese dai partiti d’opposizione e la crisi economica che ha colpito la Repubblica Democratica del Congo negli ultimi anni, provocando un preoccupante innalzamento dei livelli di disoccupazione e un inasprimento delle condizioni economico-sociali di una larga fascia della popolazione, creano il terreno fertile per questo genere di passaggi. Alcuni osservatori parlano infatti di “violenza spontanea”, legata a dinamiche di frustrazione economico-sociale, in alcuni momenti della contestazione. Ancora una volta, si tratta di dinamiche che si ritrovano – mutatis mutandis – in altri contesti di crisi elettorale del continente. Al contempo, inoltre, non bisogna sottovalutare come per quanto le forze armate congolesi si dimostrino oggi fedeli al presidente Kabila, la possibile inadempienza del regime nei pagamenti dei loro salari, rischio legato alla profonda crisi economica e budgetaria in cui versa il Paese, possa alienare l’appoggio di queste forze nei confronti del governo centrale, con i conseguenti effetti sulla stabilità del Paese.

Ma il caso congolese è paradigmatico anche di alcune dinamiche internazionali che una crisi elettorale africana può innescare. Nello specifico, di fronte al cristallizzarsi della situazione del Paese si sono registrati due distinti filoni di reazione internazionale. Da una parte, gli stati occidentali – Unione Europea (in termini multilaterali, ma anche a livello di singoli stati membri, con le tradizionali distinzioni nazionali per quel che riguarda il tono delle posizioni diplomatiche espresse) e Stati Uniti – hanno progressivamente preso le distanze dalle autorità di Kinshasa. Oltre a continuare a invitare il presidente Kabila al dialogo con le opposizioni e a premere per organizzare prima possibile le elezioni nel Paese (entro il 2017), il Consiglio europeo dei Ministri degli Esteri e il Ministero del Tesoro americano hanno emanato delle sanzioni contro diversi membri del regime congolese, congelandone i beni e, nel caso europeo, restringendone le possibilità di soggiorno nel Vecchio Continente. Dall’altra parte, tuttavia, la posizione adottata dagli stati africani sul dossier congolese è rimasta, al contrario, estremamente prudente. In diverse occasioni l’Unione Africana ha preso delle posizioni più di sostegno che di opposizione nei confronti delle scelte adottate dall’establishment di Kabila – benché alcune distinzioni andrebbero fatte a livello di singolo stato nazionale (il Ruanda, ad esempio, si è espresso in diverse occasioni in termini piuttosto critici rispetto alle decisioni di Kinshasa). L’appoggio al presidente in carica congolese sembra confermare la priorità data dai Paesi del continente a questioni quali stabilità interna e regionale, rispetto a partecipazione democratica e alternanza.

La strategia adottata dal presidente Kabila in questi ultimi mesi sembra aver portato i propri frutti: oltre ad essere riuscito ad evitare ingerenze esterne nel Paese, a due giorni dallo scadere del suo mandato presidenziale, la Repubblica Democratica del Congo sembra trovarsi in un’insostenibile impasse, sintetizzabile nello slogan “Kabila o il caos”, per parafrasare il titolo di una celebre opera di Michael Schatzberg – che si riferiva, interessante da sottolineare, ad un’altra epoca e ad un altro presidente congolese (a proposito di continuità, può essere utile ricordare come il Congo dall’indipendenza ad oggi non abbia conosciuto neanche un momento di alternanza democratica). La conferenza dei vescovi cattolici del Congo (CENCO) ha sospeso oggi i negoziati con le forze di maggioranza e i membri del “Rassemblement”, per cercare un accordo che sostituisca il contestato Accordo Politico di ottobre. Le questioni più urgenti sul tavolo del negoziato restano la data delle prossime elezioni e il regime da istituire per il periodo di transizione (con particolare riferimento al ruolo che potrà avere Kabila). La notizia di ieri sera di un accordo in merito al rilascio di alcuni prigionieri d’opinione e all’annullamento di alcuni processi politici (fra cui quello contro Moïse Katumbi), fanno sperare in un allentamento della tensione a Kinshasa. La notizia di una ripresa dei negoziati il 21 dicembre fa dedurre, tuttavia, che un accordo non sia ancora stato raggiunto. Nel frattempo, in vista di lunedì, le autorità congolesi hanno iniziato a dispiegare a Kinshasa diversi checkpoint e hanno chiesto agli operatori informatici del Paese di filtrare o interrompere le comunicazioni via web, specialmente attraverso i social network, a partire dalla mezzanotte di domenica. Le cancellerie occidentali hanno ufficialmente consigliato oggi ai propri cittadini di restare in Congo solo se strettamente necessario. Appare quanto più evidente che un accordo fra forze di governo e membri del Rassemblement sia indispensabile per superare una situazione che si profila sempre più come di emergenza.

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