Verso la riconquista di Aleppo. Vittoria simbolica o punto di svolta?

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Militare siriano dopo l'avanzata dell'esercito ad Aleppo

Il 15 novembre è iniziata l’offensiva da parte dell’esercito siriano per strappare la città di Aleppo dal controllo delle milizie ribelli. Nelle giornate di lunedì 28 e martedì 29 novembre, dopo quattordici giorni di assedio, la televisione di Stato siriana ha annunciato che le truppe governative sono riuscite a liberare il 40% del territorio ancora controllato dai ribelli nella zona di Aleppo est. Nei giorni precedenti, l’esercito siriano aveva riconquistato oltre dieci quartieri, tra cui Masakin Hananu, il più grande della zona orientale della città. Rami Abd al-Rahman, direttore dell’Osservatorio siriano per i diritti umani con sede a Londra, l’ha definita “la più grande sconfitta subita dall’opposizione ad Aleppo dal 2012”. Per alcuni, la completa riconquista della seconda città siriana è ormai questione di giorni e potrebbe rappresentare un passo decisivo per le sorti del conflitto.

La nuova linea di conflitto corre ora sull’autostrada dell’aeroporto che cinge i quartieri ancora sotto il controllo dei ribelli. Secondo alcuni osservatori si tratta di settori più facilmente difendibili. Tra questi, la storica città vecchia. Tuttavia, la resistenza all’assedio di terra e aereo non potrà durare a lungo e si prospetta una resa dei restanti quartieri. Per il momento, la campagna di novembre che ha portato alla riconquista dei settori orientali della seconda città siriana ha sollevato inevitabili interrogativi sul futuro dell’intero conflitto. Di certo, la caduta di Aleppo rappresenta un duro colpo per i gruppi armati che operano in Siria.

Cosa ne sarà del conflitto siriano nel resto del Paese? Alcuni osservano che potrebbe trattarsi di un episodio meramente simbolico, sicuramente di impatto negativo per il morale dei ribelli. Ma potrebbe non essere un evento dalle ampie ripercussioni militari. Se la stima effettuata da Charles Lister nel suo libro The Syrian Jihad fosse vera, in Siria sarebbero presenti 150 mila combattenti. Secondo le Nazioni unite, i combattenti ad Aleppo ammonterebbero a 8 mila unità, dunque solo il 5% del totale stimato da Lister. Se confermati, questi numeri ridimensionerebbero al ribasso la portata di un’eventuale completa liberazione di Aleppo, lasciando comunque pressoché inalterato il rapporto di combattenti attivi nel resto del Paese.

I gruppi armati ribelli, infatti, continuano a controllare gran parte della provincia di Idlib e grossi settori delle province di Aleppo, Quneytra e Dara’a, a cui si aggiungono enclave presenti nelle zone di Damasco, Homs, Hama e Latakia. Sempre Charles Lister ha stimato, in un rapporto di settembre, che nel territorio siriano siano attive più di 80 brigate ribelli controllate dalla Cia, in coordinazione con centri di comando basati in Turchia e in Giordania. Di queste brigate, solo 13 (il 16% del totale) opererebbero esclusivamente nella provincia di Aleppo. Questi dati ridimensionerebbero ulteriormente una completa vittoria dell’esercito siriano ad Aleppo.

A questo punto è necessario comprendere quale sarà l’atteggiamento della nuova amministrazione Trump. In quest’ottica rientrano le dichiarazioni di un alto ufficiale dell’alleanza che supporta il governo di Damasco, riportate dalla Reuters, secondo cui l’esercito siriano punta a compiere la completa liberazione di Aleppo prima che il presidente eletto Donald Trump entri effettivamente in carica il 20 gennaio. Si tratterebbe di un’accelerazione voluta da Mosca, finalizzata a realizzare sul territorio una situazione di fatto più favorevole a Damasco e, di conseguenza, ad agevolare il disimpegno preannunciato da Trump in campagna elettorale. Non c’è dubbio che tale eventualità trasformerebbe la riconquista di Aleppo da vittoria simbolica a punto di svolta per le sorti dell’conflitto.

Ma il conflitto, per il momento, prosegue. Il Ministro degli esteri del Qatar in un’intervista rilasciata il 27 novembre ha tenuto a ribadire: «Il nostro supporto continuerà e non lo interromperemo. Se Aleppo cade, non significa che abbandoneremo le richieste del popolo siriano». Un’affermazione tanto esplicita quanto lo sono le attività belliche turche in territorio siriano, nell’area di al-Bab, 40 chilometri a nord-est di Aleppo. Si tratta del quarto mese di attività turca in seno all’operazione Scudo Eufrate con la quale Ankara intende istituire una zona cuscinetto di 5 mila chilometri quadrati nella Siria settentrionale, tra Afrin e l’Eufrate. Nei piani di Ankara, sarà così possibile garantirsi una zona di influenza per il post-conflitto.

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