Burundi: la crisi politica continua

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La situazione interna burundese continua a deteriorarsi, stando alle cronache che provengono dal “cuore del cuore dell’Africa”. Le notizie che arrivano da Bujumbura descrivono un Paese dove la libertà di espressione è pressoché azzerata e il clima di sospetto regna sovrano, dove sparizioni forzate, episodi di violenza politica mascherata da altre forme di violenza e omicidi politici sono all’ordine del giorno. L’ultimo episodio in tal senso si è verificato lunedì (28 novembre) con il tentato omicidio del consigliere per la comunicazione alla Presidenza della Repubblica, Willy Nyamitwe.

Le organizzazioni a tutela dei diritti dell’uomo continuano a lanciare gridi d’allarme attraverso numerosi rapporti sulle gravi violazioni di cui è responsabile il regime del presidente Pierre Nkurunziza. L’ultimo, in termini cronologici, è il rapporto “Repression and genocidal dynamics in Burundi” di Federation des Droits de l’Homme (FIDH) e Ligue ITEKA (associazione dei diritti umani burundese), del 15 novembre. Un documento che aggiorna i dati spaventosi della crisi burundese, denunciando come dall’inizio delle tensioni (aprile 2015) nel Paese siano state uccise più di 1.000 persone, 8.000 burundesi siano stati incarcerati per motivi politici, circa 800 persone siano scomparse e in più di 300.000 abbiano abbandonato il Burundi. Il crescente ricorso del discorso pubblico burundese alla retorica del pericolo per la maggioranza hutu di un ritorno dell’oppressione della minoranza tutsi , inoltre, pare profilare il rischio di genocidio nel Paese.

Il regime smentisce qualsiasi denuncia, accusando il rapporto – alla stregua dei precedenti – di voler destabilizzare la situazione interna burundese per convincere le Nazioni Unite ad inviare la forza di polizia approvata ma mai dispiegata nel Paese, a causa dell’opposizione del governo. L’irremovibilità di Bujumbura verso le critiche esterne e il rifiuto di qualsiasi intervento delle Nazioni Unite nel Paese, sia esso una forza di polizia o una commissione d’inchiesta, sono una costante dall’inizio della crisi. Lo scorso sabato il governo burundese ha espresso la propria opposizione all’invio dei tre commissari ONU, nominati qualche giorno prima dal Consiglio dei diritti umani, per indagare le gravi violazioni denunciate dal rapporto dell’organo delle Nazioni Unite a fine settembre.

Se Europa e Stati Uniti sembrano sempre più risoluti nel tentativo di isolare il regime di Nkurunziza, le connivenze di Cina e Russia e il tacito supporto di molti stati africani gli permettono, almeno per ora, di resistere alle forze centrifughe interne ed esterne che ne minacciano la tenuta.

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