Un’indagine del Pentagono conferma il fuoco amico in Somalia

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È vicina a conclusione l’indagine del Pentagono sul presunto attacco condotto alcune settimane fa da droni statunitensi contro le forze armate del Galmudug, l’amministrazione regionale situata nella Somalia centro-settentrionale. Secondo le indiscrezioni trapelate sul Washington Post, le conclusioni dell’inchiesta confermerebbero l’impianto d’accusa avanzato dalle stesse autorità del Galmudug, le quali avevano denunciato il bombardamento aereo subito dalle proprie truppe e chiesto le scuse ufficiali dell’ambasciatore degli Stati Uniti in Somalia.
L’episodio incriminato risale al 28 settembre, quando i droni statunitensi sganciarono alcuni missili contro non meglio identificate unità militari nella Somalia centro-settentrionale in seguito alla richiesta d’aiuto lanciata dalle milizie del vicino Puntland. I soldati puntini avevano inizialmente asserito di aver ingaggiato battaglia contro un gruppo di combattenti appartenenti al movimento terrorista Al Shabaab, ma le indagini successive avrebbero appurato che i militari colpiti agivano sotto le insegne del Galmudug, con cui il Puntland ha ingaggiato da mesi un aspro conflitto armato per il controllo della città di Galkayo. L’incidente non giova alla strategia di Washington, improntata alla collaborazione con le varie milizie regionali che compongono il fronte governativo. Che l’attacco non fosse premeditato emerge anche dalle parole di un ufficiale statunitense sotto anonimato, secondo il quale <<(il Galmudug) ci ha aiutato contro un nemico comune (…) se avessimo saputo chi erano, avremmo fatto di tutto per evitare l’accaduto>>.
L’equivoco mostra i rischi insiti nell’utilizzo di droni in una realtà complessa quale quella somala, dove le linee di conflitto in loco tendono a sovrapporsi alle alleanze ufficiali costruite dalla comunità internazionale per contenere l’insorgenza islamista. Nel caso specifico, appare evidente come le forze armate del Puntland abbiano coscientemente sfruttato il proprio ruolo di intermediari privilegiati nella raccolta di informazioni d’intelligence sul terreno per perseguire obiettivi radicalmente diversi rispetto a quelli che caratterizzano l’agenda statunitense in Somalia.

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