Il caos libico

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L’attenzione della comunità internazionale è focalizzata sulla battaglia di Raqqa e Mosul, ma da mesi anche a Sirte prosegue senza sosta l’operazione militare “Al-Bunyan al-Marsous”, condotta dalle forze fedeli al Presidente Serraj per liberare la città libica da ciò che resta delle milizie jihadiste dello Stato islamico, barricato nel quartiere di Ghiza Bahriya.

Nonostante i progressi annunciati dalle truppe di Misurata, i jihadisti resistono agli attacchi. Un problema per l’Occidente, che rischia di essere trascinato in una battaglia di logoramento sempre più lunga e dispendiosa in termini di uomini e risorse, contrariamente a quelle che erano le previsioni americane. Infatti, l’operazione non avrebbe dovuto presentare grandi ostacoli, conseguendo risultati a breve termine, innanzitutto, per l’esiguo numero di miliziani Daesh, la mancata adesione e partecipazione della popolazione civile alla causa jihadista e, in ultimo, per la scarsa disponibilità economica, su cui ha pesato l’incapacità dello Stato islamico di conquistare i terminal petroliferi. Disattese tutte le aspettative, l’azione militare rischia invece di arenarsi anche a causa del malessere che serpeggia tra i soldati di Misurata, che avrebbe influito sul colpo di Stato fallito a Tripoli, segnando il ritorno sulla scena politica libica del ex-Presidente Khalifa Ghwell e generando dunque ulteriore confusione istituzionale.

Tali tensioni politiche incidono sulla lentezza degli sforzi militari delle truppe di Misurata a Sirte, rendendo ancora più incerto il futuro del Paese, ma fanno anche da sfondo alle manovre del Presidente Putin, determinato a misurare la sua forza anche in Nord Africa. La Libia è, infatti, un’altra spaccatura in cui Mosca s’insinua, sottraendo spazio all’influenza occidentale, ma senza generare conflitti aperti. La Russia ha puntato sul Generale Haftar, come la Francia e l’Egitto, e da una fase di dialogo con il governo di Tobruk è passata alla sottoscrizione di un accordo di 4,4 miliardi di dollari per la manutenzione di aerei e navi militari made in Russia e in dotazione dell’LNA. L’obiettivo del Cremlino potrebbe essere quello di bypassare l’embargo sulle armi imposto alla Libia dalle Nazioni Unite e, non potendo fornire direttamente armi ad Haftar, rendere quindi operative quelle in possesso delle forze armate libiche.

Un’ipotesi avvalorata dalla presenza di consiglieri militari russi presso le basi dell’LNA, nella parte orientale del Paese, a conferma del piano strategico di Putin di voler consolidare la sua posizione russa anche sullo scacchiere nordafricano, dove il ruolo dell’Occidente appare sempre più nebuloso.

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