Il 6 Luglio la Corte Penale Internazionale (CPI) si è pronunciata sulla disputa insorta con il Sud Africa a seguito della visita del Presidente del Sudan Al Bashir a Johannesburg nel 2015, a margine di un incontro dell’Unione Africana. Il governo sudafricano era stato accusato di esser venuto meno ai suoi obblighi di stato firmatario, essendosi astenuto dal trarre in stato di fermo il capo di stato sudanese nonostante due mandati di cattura internazionale emessi nei suoi confronti dalla CPI per gli addebiti di genocidio e crimini contro l’umanità nella regione del Darfur.

La decisione della Corte era molto attesa: la condanna di una potenza regionale come il Sud Africa avrebbe potuto costituire un importante precedente e indurre gli altri Paesi africani ad adeguare le loro condotte alle decisioni dell’Aia, rompendo così lo stallo venutosi a creare negli ultimi anni a seguito dei ripetuti viaggi all’estero di Al Bashir. Il cuore della diatriba era, infatti, la vexata quaestio su quale principio debba prevalere tra l’universalismo dei diritti umani fondamentali perorato dalla Corte e la difesa delle prerogative di sovranità dello Stato, in questo caso fatta propria dal Sud Africa.

Il verdetto

Le relazioni presentate da accusa e difesa dinanzi ai giudici avevano messo in luce la distanza tra le posizioni delle due parti. Il rappresentante legale di Pretoria aveva chiesto l’assoluzione sottolineando come il Sud Africa non avesse alcun obbligo esplicito di arrestare Al Bashir, ma avesse anzi improntato il proprio comportamento al rispetto delle norme fondamentali del diritto internazionale. Il riconoscimento dell’immunità diplomatica del capo di stato sudanese aveva inoltre contribuito, secondo il Sud Africa, al mantenimento della pace regionale, poiché l’arresto avrebbe messo in pericolo i progressi del processo di riconciliazione in Darfur. Di diversa opinione il procuratore capo della CPI, Fatou Bensouda, il quale aveva rimarcato l’obbligo di Pretoria di ottemperare alle decisioni della Corte, chiedendone il deferimento al Consiglio di Sicurezza.

La pronuncia finale è sembrata un compromesso tra la tensione idealistica dello Statuto di Roma e le necessità di pragmatismo della politica internazionale: il Sud Africa è stato giudicato colpevole per il mancato arresto del presidente sudanese, ma senza alcun deferimento né al Consiglio di Sicurezza né all’Assemblea degli Stati Membri. La decisione è stata interpretata come un tentativo di salvaguardare la coerenza giurisprudenziale della Corte e, al contempo, evitare il riaccendersi della retorica nazionalista che sta attraversando molti Paesi africani contro il presunto carattere neo-coloniale della CPI.

Nell’evitare il deferimento del Sud Africa, tuttavia, la Corte ha lanciato un chiaro messaggio al Consiglio di Sicurezza, rimarcando la responsabilità del principale organo politico della comunità internazionale nel far rispettare la volontà dell’Aia. I giudici, infatti, hanno ricordato come la Corte avesse già chiamato in causa in sei occasioni il Consiglio in riferimento ai mancati arresti di Al Bashir durante le sue visite all’estero: nel solo 2016, la CPI aveva deferito Gibuti, Ciad e Uganda, senza però ottenere alcun provvedimento concreto.

CPI e Africa: un rapporto difficile.

L’apparente adeguamento dei giudici alle esigenze della Real Politik è in qualche misura l’eredità delle tensioni che hanno contraddistinto il rapporto tra Paesi africani e Corte Penale negli anni recenti. La nomina dell’ex ministro della Giustizia del Gambia Fatou Bensouda a procuratore capo nel 2011 era stata in parte concepita per disinnescare la polemica sulla giustizia selettiva della CPI nei confronti dell’Africa, ma con scarsi risultati. Il fatto che nove dei dieci casi sotto la lente della Corte siano oggi concentrati nel continente africano ha acuito le polemiche sull’erosione mirata di sovranità a danno di alcuni Paesi piuttosto che altri.

All’inizio del 2016 l’Unione Africana si era fatta veicolo delle istanze dei “sovranisti” approvando una mozione che escludeva, per i capi di stato in carica, l’obbligo di apparire dinanzi a qualsiasi tribunale internazionale. Le polemiche tra CPI e Paesi africani si erano riaccese nel corso dell’anno dopo la decisione di Bensouda di aprire un’indagine preliminare sulle violenze in Burundi: la presidenza burundese aveva annunciato la volontà di abbandonare la Corte a Ottobre, seguita a stretto giro dal Gambia. Dopo pochi giorni anche il governo sudafricano aveva comunicato alle Nazioni Unite la propria intenzione di ritirarsi dallo Statuto di Roma, motivando la scelta con l’incompatibilità tra i suoi sforzi di risoluzione dei conflitti nella regione e gli orientamenti giurisprudenziali della CPI. La dose era stata infine rincarata all’inizio del 2017, quando diversi Paesi africani avevano lanciato un’iniziativa comune per il tramite dell’Unione Africana minacciando l’uscita in blocco dallo Statuto di Roma. Il casus belli, ancora una volta, era la divergenza di opinioni sulla supremazia del principio di immunità diplomatica rispetto alle disposizioni della CPI.

A dispetto delle dichiarazioni ostili, il temuto esodo dei Paesi africani non si è finora compiuto. Se il Burundi ha dato seguito alle intenzioni sottoponendo il provvedimento di uscita alla ratifica del parlamento, il nuovo presidente del Gambia Adama Barrow ha invece optato per congelare il provvedimento del suo predecessore.

Nel caso del Sud Africa, la decisione di ritirarsi dalla Corte era stata sospesa e soggetta a ulteriore dibattito all’interno dell’African National Congress (ANC) a seguito della pronuncia con cui l’Alta Corte di Pretoria aveva sancito l’incostituzionalità del provvedimento e la competenza del parlamento a legiferare in merito. La cautela dell’ANC non consente però di escludere nuovi slanci in avanti: all’indomani della pronuncia della CPI, il presidente del comitato parlamentare per le relazioni internazionali in quota ANC ha osservato come le parole dei giudici “siano una giustificazione sufficiente per abbandonare la Corte con una certa urgenza”. Il tentennamento del partito di governo è dovuto al timore di possibili rovesci parlamentari, dato che il fronte pro-adesione può contare su alcune sponde influenti all’interno dell’establishment sudafricano. Gli stessi giudici dell’Aia hanno motivato il mancato deferimento al Consiglio di Sicurezza con il fatto che l’esecutivo di Pretoria fosse stato già sanzionato per il mancato arresto di Al Bashir dalla Corte Suprema d’Appello all’inizio dell’anno. Indubbiamente, il dibattito politico dei prossimi mesi avrà ricadute che trascendono i confini del Sud Africa e potrebbero spostare gli equilibri tra sostenitori e oppositori della CPI nel consesso continentale.

 

 

 

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