È stato lo stesso premier iracheno Haider al Abadi a dare l’annuncio, lo scorso 9 luglio, della conquista di Mosul da parte delle forze governative, decretando la fine del califfato in Iraq e la sconfitta dello Stato Islamico.

Un annuncio importante, quanto politicamente affrettato, alla luce di un’evoluzione delle operazioni militari che sono sì riuscite ad avere la meglio nel controllo della città settentrionale dell’Iraq, ma che sono ancora ben lontane dal poter decretare una effettiva vittoria contro le milizie dell’ISIS.

La caduta di Mosul, inoltre, se da un lato permette al governo centrale di riconquistare la credibilità perduta nel 2014 – quando quasi un terzo del territorio iracheno fu in brevissimo tempo occupato dall’ISIS – dall’altro pone l’incognita di ciò che accadrà nell’ambito dell’eterogenea coalizione che ha permesso di conseguire questa importante vittoria.

 

La caduta di Mosul

La riconquista della città di Mosul, di fatto la principale città irachena in mano allo Stato Islamico sin dal 2014, è stata possibile al termine di un’operazione militare durata poco meno di nove mesi.

Il premier iracheno al Abadi aveva assicurato lo scorso 17 ottobre, data di avvio delle operazioni militari nella provincia di Mosul, che la città sarebbe caduta al più tardi entro il 31 dicembre. Fu tuttavia ben presto chiaro che l’operazione avrebbe richiesto più tempo, molto di più, in conseguenza della capacità militare dell’avversario, dell’esigenza di limitare il numero di perdite (sia civili che militari) e soprattutto per impedire che le forze dell’ISIS fuoriuscite dalla città potessero ricongiungersi con quelle di altri avamposti, andando a ricostituire una nuova roccaforte su cui costruire la difesa dello Stato Islamico.

L’azione militare che ha portato alla caduta di Mosul, quindi, è stata costruita su una lunga fase di accerchiamento, che a tenaglia ha progressivamente liberato ogni avamposto nelle periferie, costringendo le milizie dello Stato Islamico alla ritirata verso il centro della città, dove alla fine sono state circondate e sistematicamente colpite sino a decimarne i ranghi.

Non è ancora possibile stimare il numero di vittime civili provocato da una strategia di tale ampiezza e durata, sebbene il livello delle distruzioni provocate dalle artiglierie lascia presagire che i numeri siano considerevoli, soprattutto in alcune aree centrali della città.

Sono oggi circa un milione gli sfollati della provincia di Mosul, incalcolabili sono i danni agli edifici e alle infrastrutture, mentre una vera e propria emergenza sanitaria è in atto per cercare da una parte di salvare il maggior numero di feriti e dall’altra per contenere il rischio di epidemie. Il problema nella gestione dell’emergenza medica non riguarda solo la capacità di ricevere sufficienti medicinali e personale qualificato, ma anche la capacità di coordinare l’azione in modo puntuale ed efficace, laddove sia effettivamente necessaria, impedendo il consolidarsi di ridondanze nelle periferie a svantaggio delle esigenze più urgenti all’interno della martoriata area urbana centrale.

A dispetto dei roboanti proclami e del costante richiamo al martirio, numerosi sarebbero i miliziani dell’ISIS arresisi alle forze irachene nelle ultime fasi dell’attacco alla città. Tagliata ogni via di fuga e giudicata impossibile la difesa delle posizioni, molti uomini dello Stato Islamico hanno optato per la resa, consegnandosi alle forze governative irachene.

Alcune organizzazioni umanitarie hanno riferito di violenze perpetrate dalle forze governative ai miliziani dell’ISIS catturati nella città, lanciando un allarme che ha raggiunto i media internazionali, provocando l’immediata reazione del governo iracheno. “Se i video diffusi in rete dovessero rivelarsi autentici”, ha affermato il portavoce del Ministero dell’Interno, “i responsabili saranno portati davanti alla giustizia”.

Secondo alcuni corrispondenti dal fronte, le forze armate irachene – e in particolar modo le milizie sciite – si sarebbero sfogate in una vera e propria caccia all’uomo, per vendicare le barbare esecuzioni del 2014 e le carneficine che seguirono all’occupazione delle città da parte dell’ISIS.

Secondo fonti diramate dalle organizzazioni umanitarie, le famiglie dei miliziani dell’ISIS ancora presenti in città sarebbero state concentrate in un campo di prigionia improvvisato nel villaggio di Bartella, poco distante dalla città, dove sarebbero in attesa di essere prese in carico dalle organizzazioni della mezzaluna rossa e trasferite in altra località.

L’operazione militare può dirsi quindi conclusa, anche se le forze regolari irachene sono ancora impegnate nell’individuare i cecchini, alcuni kamikaze e soprattutto a neutralizzare le migliaia di ordigni improvvisati o semplicemente inesplosi che in gran numero di trovano in ogni angolo della città.

La bonifica di Mosul dagli esplosivi richiederà tempo, e questo impedirà l’afflusso dei profughi verso le proprie case, determinando l’esigenza di gestire ancora per qualche mese i campi di accoglienza disseminati in tutta l’area circostante. Il problema dei profughi si porrà poi anche in relazione alla effettiva disponibilità di alloggi, stante lo stato di distruzione di buona parte delle aree centrali della città, che impedirà di fatto a buona parte degli abitanti di Mosul di rientrare nelle proprie case.

 

Cosa accadrà dopo la caduta di Mosul?

Uno dei primi misteri di questa nuova fase della lotta all’ISIS è rappresentato dalla sorte del suo leader, Abu Bakr al Baghdadi, che secondo numerose testimonianze locali sarebbe deceduto in data e luogo sconosciuti. Alcuni media riconducibili allo Stato Islamico hanno dato conferma della morte il 10 luglio scorso, annunciando a breve scadenza la nomina del suo successore.

Il giorno stesso, invece, il canale saudita al Arabiya ha diramato un comunicato in base al quale l’unico potenziale sostituto di al Baghdadi potrebbe essere Jalaluddin al Tunisi, attuale leader dello Stato Islamico in Libia. Jalaluddin al Tunisi, nato nel 1982 a Sousse, nella regione di Msaken in Tunisia, sarebbe emigrato in Francia nei primi anni Novanta, ottenendo poi la cittadinanza francese. Sarebbe rientrato in Tunisia nel 2011, in occasione delle rivolte che decretarono la fine del regime di Ben Ali, radicalizzandosi poco dopo e trasferendosi poi in Siria, dove avrebbe combattuto prima nelle formazioni qaediste e poi dal 2014 in quelle dello Stato Islamico. Nel 2015 si sarebbe spostato in Libia, per coordinare il tentativo di stabilire una cellula dell’ISIS nel paese, rifugiandosi poi nuovamente tra la Siria e l’Iraq all’indomani della sconfitta nella battaglia di Sirte.

Nell’attesa di una conferma sia della morte di al Baghdadi che della sua sostituzione, all’indomani della caduta di Mosul lo Stato Islamico avrebbe secondo alcune fonti locali organizzato una parata militare in grande stile nella città di Hawija, per dimostrare di essere ancora attivo e per contrastare la narrativa della sconfitta. Non è chiaro se la parata sia stata effettivamente organizzata e quale sia stata la consistenza delle forze che vi avrebbe partecipato, e le forze militari irachene temono fortemente che alcuni reduci stiano cercando di riorganizzarsi in altre località più piccole.

In molti si chiedono adesso cosa accadrà dopo la caduta di Mosul, e quale possa essere l’effettivo epilogo dell’epopea del Califfato in Iraq. Il principale timore è oggi quello di assistere ad una riorganizzazione dell’ISIS sotto diversa forma, non più con ambizioni territoriali ma con una immutata capacità militare nella conduzione di attentati terroristici.

Se una parte dei miliziani guarda a Raqqa come ultima roccaforte su cui puntare, la gran parte è conscia del fatto che – presto – anche questa cadrà sotto i colpi delle forze regolari siriane e della coalizione internazionale che ormai da due anni è impegnata in una sistematica azione militare contro lo Stato Islamico.

I proventi del commercio illecito di petrolio e quelli generati dalla spoliazione delle aree sotto il proprio controllo sono ormai ridotti drasticamente, impedendo qualsiasi progettualità in grande stile.

L’ISIS potrebbe quindi tornare in un certo qual modo alla sua dimensione originale, assumendo nuovamente il profilo di organizzazione terroristica in clandestinità, sferrando attentati dinamitardi e cercando di colpire la credibilità dello Stato attraverso un’azione militare di logoramento soprattutto nelle città.

Per questa ragione è oggi una priorità assoluta per il governo iracheno favorire quel processo di riconciliazione nazionale del tutto mancato sotto la guida del precedente premier al Maliki, attuando politiche di integrazione delle comunità sunnite che possano garantirne il sostegno nell’ottica della coesione nazionale e soprattutto nell’eradicare il sostegno alle formazioni jihadiste.

L’ISIS non verrà sconfitto né a Mosul né a Raqqa, ma si frammenterà in organizzazioni più piccole e più deboli, ma non per questo meno insidiose per la sicurezza nazionale irachena. La sconfitta dello Stato Islamico passa quindi solo ed unicamente attraverso una efficace e concreta politica di integrazione nazionale delle componenti sunnite, che il premier al Abadi dovrà adesso promuovere ad ogni costo, ponendo un freno alle ambizioni delle milizie sciite e dei loro numerosi dante causa.

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