In modo alquanto sorprendente, il 10 luglio scorso alcuni funzionari della Casa Bianca hanno annunciato la possibile definizione di una nuova politica nei confronti della Libia, costruita su un rinnovato impegno diplomatico e militare, finalizzata al contrasto del terrorismo e alla stabilità politica del paese.

Una decisione, se confermata, in netto contrasto con quanto affermato dal presidente Trump solo pochi mesi fa, quando il 21 aprile al Presidente del Consiglio italiano Gentiloni disse che non vedeva alcun ruolo per gli Stati Uniti in Libia, eccezion fatta per qualche sporadica azione di contrasto al terrorismo.

 

La nuova politica USA verso la Libia

Sono ancora decisamente scarsi gli elementi su cui poter giudicare la fattibilità e la portata di quella che potrebbe essere la nuova politica statunitense verso la Libia, sebbene alcune indiscrezioni siano trapelate dalla Casa Bianca, lasciandone intuire il contesto complessivo. Sarebbe quello della Somalia il modello operativo di interesse della Casa Bianca, con la presenza discreta ma attiva di unità capaci di fornire concreto sostegno alle operazioni militari, senza un vero e proprio dispiegamento di un contingente militare tradizionale.

La crisi libica del 2011 ha visto il coinvolgimento degli Stati Uniti in modo indiretto e particolarmente riluttante, più per l’insistenza della Francia e della Gran Bretagna da una parte (che con la reazione di Gheddafi rischiavano di vanificare la disastrosa operazione organizzata per provocare la caduta del regime) e dell’Italia dall’altra (in funzione di contrasto a quello che a tutti gli effetti venne percepito a Roma come un tradimento europeo).

L’attacco al consolato di Bengasi e la morte dell’ambasciatore USA Christopher Stevens nel 2012, e la successiva ondata di violenze determinata dall’evoluzione cruenta del dualismo tra le autorità di Tripoli e di Bengasi, portarono alla successiva chiusura dell’ambasciata nel 2014, limitando il ruolo statunitense a qualche sporadica azione militare e di intelligence.

Gli Stati Uniti intenderebbero invece oggi espandere in modo “significativo” la presenza in Libia, con l’obiettivo di facilitare la riconciliazione delle due principali fazioni politiche rivali e al tempo stesso per impedire che il jihadismo delle organizzazioni legate all’ISIS e ad Al Qaeda possa ulteriormente radicarsi nel paese.

L’obiettivo primario sarebbe quello di favorire la formazione di un governo unitario riconosciuto dalle principali fazioni politiche libiche, attraverso un coinvolgimento del generale Haftar (sino ad oggi uno dei principali ostacoli nella composizione degli interessi con il Governo di Accordo Nazionale presieduto da Al Serraj) soprattutto nel coordinamento dello sforzo militare per lotta al terrorismo.

Non è chiaro quanto e come gli Stati Uniti intendano sostenere il ruolo di Haftar che, notoriamente, ha ambizioni politiche ben maggiori rispetto al mero interesse di leadership nelle forze armate. Qualsiasi ipotesi di coinvolgimento che non ne preveda l’ascesa la vertice politico, infatti, rischia di frustrarne le ambizioni trasformandolo ancora una volta di fatto in un avversario, con il rischio di provocare una nuova escalation sul piano militare.

È altresì un obiettivo di questa nuova strategia statunitense quello di riaprire l’ambasciata a Tripoli e favorire il ritorno dell’ambasciatore statunitense, sino ad oggi residente in Tunisia, al fine di riattivare i canali diplomatici e la possibilità di interagire in modo diretto e continuativo con il complesso ed eterogeneo contesto politico locale.

Il piano prevede anche la riapertura di un consolato a Bengasi, con la duplice funzione di servire da antenna politica e al tempo stesso come centro di coordinamento militare con le locali forze militari per il contrasto al terrorismo.

I militari statunitensi eventualmente impegnati in Libia, inoltre, avrebbero poi compiti addestrativi e di mentoring a favore delle locali forze armate, nell’ottica di consolidare il ruolo delle formazioni militari unitarie nazionali, e contrastare al tempo stesso il dilagare delle milizie e delle formazioni minori. A questo fine, il piano prevede l’invio di un contingente stabile di almeno 50 uomini delle forze speciali.

 

Le ragioni di una nuova strategia

Nel valutare quali possano essere le ragioni che avrebbero spinto la Casa Bianca a definire una nuova – e diametralmente opposta – strategia per la Libia, molteplici sono le considerazioni potenzialmente atte a giustificare il rinnovato interesse di Washington verso il paese.

L’amministrazione Obama, dopo i fatti del 2012 e la chiusura dell’ambasciata nel 2014, aveva deciso di sostenere il governo riconosciuto dalla comunità internazionale in modo diretto ma limitato.

Gli Stati Uniti avevano quindi partecipato informalmente con l’invio di alcuni operatori delle forze speciali all’offensiva di Sirte, nell’ottica di sostenere lo sforzo militare contro le milizie dello Stato Islamico e di favorire una vittoria che avrebbe – nelle intenzioni americane – catalizzato l’interesse e l’entusiasmo dei libici in direzione di una politica unitaria e riconciliatoria.

Questo non è accaduto, e dopo la battaglia di Sirte si è anzi assistito ad un progressivo deterioramento della situazione politica (oltre ai crescenti contrasti tra le due principali fazioni si è aggiunta la presenza di una terza, ulteriore, formazione politica dissidente nell’area di Tripoli, sostenuta dall’ex Primo Ministro Khalifa al Ghweil), che non ha arrestato le violenze ma che ha anzi favorito lo sviluppo di quell’enorme sistema criminale che in Libia oggi domina il mercato illecito delle migrazioni e la tratta degli esseri umani.

Nella definizione della nuova strategia, poi, potrebbe aver avuto un peso non insignificante il potenziale ruolo della Russia soprattutto nel sostenere le ambizioni di Khalifa Haftar, determinando l’esigenza di un intervento finalizzato a ridurre il margine d’azione di Mosca in Nord Africa.

L’espansione della politica russa in direzione della Libia, potrebbe provocare nell’ottica statunitense il precedente per un epocale sbilanciamento delle forze nel Mediterraneo, andando a costruire un vero e proprio fronte di influenza russa nel Levante e nella parte orientale dell’Africa del Nord, sottraendo a Washington il controllo di un’area dove storicamente ha esercitato un ruolo a dir poco egemone dalla fine degli anni Settanta ad oggi.

Appare invece poco credibile, tra le motivazioni che spingerebbero alla definizione della nuova strategia, quella di favorire il contrasto alla penetrazione delle formazioni jihadiste. Dopo la sconfitta di Sirte e le successive operazioni a Bengasi e in altri centri della costa settentrionale libica, la minaccia jihadista in Libia – già alquanto sovradimensionata in passato – è ulteriormente diminuita, lasciando poco spazio all’immaginazione di una missione organizzata con queste finalità.

Tra i principali problemi della sicurezza in Libia, oggi, quello dei flussi migratori e delle organizzazioni criminali che li controllano è certamente tra i principali, e su questo punto gli Stati Uniti sembrano interessati a svolgere operazioni di sostegno alle forze militari libiche sia sotto il profilo del contrasto alle bande di trafficanti di esseri umani, sia nell’aiuto alle unità della Guardia Costiera impegnate nella prevenzione dei flussi.

Su questo punto, peraltro, si è determinato un modesto incidente politico con l’Italia, in conseguenza di alcune affermazioni del presidente degli Stati Uniti che, a Roma, sono state interpretate come una richiesta di maggiore coinvolgimento politico e militare in Libia.

Durante la visita del Ministro della Difesa Roberta Pinotti negli Stati Uniti a metà luglio, tuttavia, l’omologo statunitense James Mattis ha chiarito tale incidente, sostenendo che gli Stati Uniti non hanno mai chiesto all’Italia né di incrementare la loro presenza militare in Libia, né di assumere la leadership di una futura operazione militare di più grandi dimensioni.

Un fraintendimento imbarazzante, che tuttavia lascia intendere quale sia la dimensione di qualsivoglia futuro impegno degli Stati Uniti in Libia. La cooperazione con gli alleati europei, e l’Italia in particolar modo, deve essere una priorità nella definizione della missione, al fine di ristabilire l’unità politica nazionale e contrastare il degrado istituzionale che ha dato vita al caotico insieme di entità e milizie che si combatte oggi sul terreno.

Il jihadismo e la criminalità che controlla i flussi di migranti sono il prodotto, e non già la causa, della crisi in Libia, ed è attraverso la comprensione di questo fattore che è necessari investire oggi in Libia, senza spingersi in avventurismi che potrebbero provocare l’ulteriore disgregazione della già fragile struttura sociale e politica del paese.

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