Non accenna a diminuire la tensione nel Camerun settentrionale, interessato dalle violenze delle formazioni jihadiste nigeriane di Boko Haram, che hanno provocato centinaia di morti nel corso degli ultimi mesi.

Non è tuttavia solo il terrorismo a generare instabilità nel paese, come dimostra la recente strage di 97 pescatori, che la Nigeria sostiene siano stati trucidati dai paramilitari di Yaoundè impegnati nella riscossione delle tessa tra i pescatori della penisola di Bakassi.

 

La violenza di Boko Haram ha prodotto 91.000 profughi

Il 12 luglio, in due distinti attentati suicidi, sono morte nella cittadina di Waza almeno 14 persone, mentre altre 40 sono rimaste gravemente ferite dall’esplosione e dai detriti proiettati sugli avventori del locale mercato cittadino.

Nonostante la mancanza di una rivendicazione, le autorità di Yaoundè non hanno dubbi nell’addebitare all’organizzazione terroristica nigeriana Boko Haram la responsabilità dell’attentato, riconducendolo ad una serie di attacchi intensificatisi a partire dal 30 giugno 2016 in una località poco distante, quando un attentatore si fece esplodere in una moschea uccidendo 11 persone.

Gli attentati, secondo le forze militari locali, sarebbero provocati come ritorsione per la massiccia operazione militare organizzata dall’Unione Africa nel 2015 (MNJTF) e tutt’ora in corso lungo i confini della Nigeria nord-orientale da parte dei tre paesi interessati dall’azione del terrorismo: la Nigeria, il Niger, il Ciad e il Camerun.

Le ripetute violenze, i sequestri di persona e i saccheggi occorsi a danno dei villaggi di confine nel corso degli ultimi due anni hanno spinto i tre paesi di confine all’adozione di una strategia di contrasto comune, finalizzata al contenimento della minaccia portata da Boko Haram nella regione.

Si stima che siano oltre 2 milioni il numero degli sfollati che, intimoriti dalla violenza dell’organizzazione jihadista, abbiano abbandonato i propri villaggi per disperdersi in ampie aree a ridosso dei confini, finendo tuttavia per attrarre gli uomini di Boko Haram anche oltre il confine, ponendo un grave problema per la sicurezza dei paesi limitrofi.

L’operazione militare sotto l’egida dell’Unione Africana ha permesso di conseguire ragguardevoli risultati nel contrasto alle formazioni jihadiste, che, per stessa ammissione dei comandi coinvolti, non dispongono ormai di una capacità militare vera e propria, dovendosi limitare ad incursioni – spesso suicide – condotte da donne o giovanissimi.

Secondo alcune organizzazioni umanitarie, sarebbero 91.000 i profughi nigeriani rifugiatisi nel Camerun nel corso degli ultimi due anni, quasi tutti residenti oggi nelle due regioni di “Nord” ed “Estremo Nord”, dove avrebbero provocato seri problemi di convivenza e un generale degrado delle condizioni economiche e della sicurezza.

Circa un terzo dei profughi nigeriani in Camerun risulta essere residente in una serie di villaggi non meglio identificati lungo la frontiere, mentre la restante parte è ospitata all’interno del campo profughi di Minawao, che risulta essere sovraffollato (60.000 residenti circa, a fronte di una struttura concepita per 30.000), cronicamente a corto di risorse e con gravissime carenze sul piano infrastrutturale.

Le autorità dei capoluoghi di Maroua e Garoua avrebbero a tal fine deciso di militarizzare buona parte dei villaggi di confine, con il risultato di accentuare la grave crisi di convivenza tra le comunità, innescando violenze e rimpatri forzati oltre il confine nigeriano.

In un crescendo di violenze, è stato ritrovato a metà giugno nel fiume Sanga il corpo di Jean-Marie Benoit Bala, vescovo del Camerun, e la successiva autopsia ha potuto accertare la presenza di segni di violenza sul corpo del religioso, potendo in tal modo smentire la prima ricostruzione fatta dalle autorità di polizia, che aveva liquidato come annegamento la causa del decesso.

Non è chiara la dinamica di quello che appare adesso chiaramente come l’omicidio del vescovo Benoit Bala, ma il fatto rischia di innescare ulteriore instabilità in un paese già scosso dal rapido quanto traumatico impatto del jihadismo nigeriano di Boko Haram.

 

Non solo il jihadismo genera violenza

I corpi senza vita di 97 pescatori sono stati rinvenuti nella prima settimana di luglio sulle sponde del lago Bakassi, e la Nigeria accusa senza mezzi termini il Camerun di averli assassinati nel corso di un’operazione di polizia.

La sovranità sulla penisola di Bakassi (ricca di idrocarburi), dopo un lungo contenzioso è stata assegnata al Camerun nel 2008 da una sentenza della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, ponendo fine a decenni di conflitti tra i due paesi. Tra gli accordi di cessione della sovranità, secondo quanto stabilito dalla Corte, è compresa la tutela della popolazione di origine nigeriana residente nell’area, principalmente dedita alla pesca.

Il ritrovamento dei corpi dei 97 pescatori uccisi, secondo le autorità nigeriane, proverebbe come le milizie paramilitari del Camerun, impiegate nell’area per l’esazione della tassa annuale di pesca di 300 dollari, eserciti una costante violenza nei confronti dei cittadini di origine nigeriana.

La tassa, introdotta nel 2013 dopo i primi 5 anni di esenzione stabiliti dall’ONU all’indomani del trasferimento di sovranità della penisola, è largamente invisa ai pescatori della regione, che ne erano un tempo esentati all’epoca del controllo nigeriano.

Non è la prima volta che le forze paramilitari del Camerun sono accusate di violenze e soprusi, sebbene l’incidente della scorsa settimana sia di gran lunga il più grave mai verificatosi nella zona, determinando un clima di costante tensione nella penisola e continue frizioni tra il governo di Yaoundè e quello di Abuja.

Non è quindi solo Boko Haram a generare tensione tra i due paesi, che per anni sono stati impegnati nella definizione di un vasto contenzioso territoriale che, da nord a sud, interessa 1600 chilometri di frontiera dall’area del lago Ciad sino alla penisola di Bakassi.

Altrettanto controversa è la questione dei confini marittimi nel Golfo di Guinea, dove sono presenti ricchissimi giacimenti petroliferi contesi tra i due paesi, sia onshore che offshore, reclamati dai due paesi sulla base di una diversa interpretazione del metodo attraverso cui determinare l’esatto tracciato delle acque territoriali.

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