Si approssima la scadenza dell’ultimatum saudita al Qatar e i segnali provenienti dalla regione non sembrano andare in direzione di una capitolazione di Doha.

Ciononostante, la crisi potrebbe assumere proporzioni di crescente gravità, soprattutto in conseguenza dell’indisponibilità dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti e dei loro alleati nel negoziare condizioni a dir poco irragionevoli.

La comunità internazionale manifesta un crescente imbarazzo nel gestire le intemperanze saudite, ma al tempo stesso assume una posizione ambigua e super partes.

 

Le 13 condizioni dell’ultimatum al Qatar

Il 23 giugno scorso, all’apice di una crisi che già aveva determinato l’isolamento di fatto sul piano regionale del Qatar da parte dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, da Riyadh è stato comunicato un ultimatum a Doha, articolato su tredici richieste.

L’accettazione delle stesse, peraltro, non comporterebbe la cessazione dell’isolamento regionale del paese ma solo una sospensione temporanea di due settimane per consentire l’afflusso di beni, viveri e quant’altro necessario al paese.

L’elenco delle richieste al Qatar è stato così formulato:

  1. Interrompere le relazioni diplomatiche, economiche e militari con l’Iran.
  2. Recidere tutti i legami con le organizzazioni terroristiche, ed in particolar modo con la Fratellanza Musulmana, lo Stato Islamico, al-Qaeda ed Hezbollah.
  3. Sospendere le trasmissioni di Al Jazeera e delle sue stazioni affiliate.
  4. Chiudere tutti i media finanziati dal Qatar, tra cui Arabi21, Rassd, Al-Araby Al-Jadeed e Middle East Eye.
  5. Sospendere la collaborazione militare con la Turchia in Qatar ed espellerne il personale militare.
  6. Sospendere ogni finanziamento ad individui, gruppi od organizzazioni che siano state designate come terroristiche dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi Uniti, dall’Egitto, dal Bahrain, dagli Stati Uniti e dagli altri paesi.
  7. Consegnare ai paesi d’origine i “terroristi” segnalati dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi Uniti, dall’Egitto e dal Bahrain, congelandone i beni.
  8. Non interferire con gli affari interni di altri paesi, non concedere la cittadinanza a individui ricercati dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi Uniti, dall’Egitto e dal Bahrain.
  9. Cessare ogni contatto con le opposizioni politiche dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi Uniti, dall’Egitto, dal Bahrain.
  10. Pagare la riparazione o la compensazione per le vite umane e le perdite materiali provocate dalla politica del Qatar negli anni più recenti.
  11. Autorizzare un monitoraggio periodico del rispetto dei presenti accordi per un periodo di dieci anni.
  12. Allinearsi alle politiche militari, politiche, economiche e sociali degli altri stati arabi e del Golfo.
  13. Accettare tutte le richieste entro il termine di 10 giorni.

Richieste ai limiti del paradossale – e spesso oltre – che hanno provocato la prevedibile risposta di inaccettabilità da parte del Qatar, e che comporterebbero la definitiva perdita di sovranità sul paese da parte del suo establishment politico.

Non è peraltro chiara la dinamica attraverso la quale si sarebbe concretizzata tale richiesta, presumibilmente ritenuta come riservata dai suoi estensori (il ministro degli esteri degli Emirati. Anwar Gargash ha definito come “infantile” la divulgazione da parte del Qatar) ed invece immediatamente comunicata alla stampa internazionale dal Qatar.

 

La comunità internazionale, tra ambiguità e imbarazzo

Se l’isolamento del Qatar da parte dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti e dei loro alleati regionali aveva già determinato difficoltà nelle principali cancellerie occidentali, le richieste che hanno accompagnato l’ultimatum sono state accolte in larga misura con una miscela di imbarazzo e fastidio.

Negli Stati Uniti, alle accuse improvvidamente mosse dal presidente Trump al Qatar ha fatto eco un più pragmatico e razionale Dipartimento di Stato, che ha indirettamente criticato i 13 punti dell’ultimatum, affermando che le condizioni poste al Qatar devono essere “ragionevoli e fattibili”.

Il Segretario di Stato Rex Tillerson ha invece apertamente biasimato l’Arabia Saudita per non aver saputo indicare con chiarezza le regioni dell’embargo, aggiungendo come questa mancanza di chiarezza rischi di compromettere la credibilità della politica di Riyadh nei confronti del Qatar e della regione.

Anche il Dipartimento della Difesa ha sostanzialmente preso le distanze dai toni perentori – quanto improbabili – del presidente Trump, mentre il Segretario James Mattis ha confermato la firma di un accordo con Doha per la vendita di 36 F-15, per un valore di 12 miliardi di dollari.

Il Segretario di Stato britannico Boris Johnson ha parlato di richieste che devono essere “misurate e realistiche”, invitando i paesi del Golfo ad individuare una soluzione che possa favorire l’immediata rimozione dell’embargo contro il Qatar.

Di basso profilo invece la posizione italiana, limitata nella narrativa ufficiale a considerazioni di circostanza prive di qualsiasi peso, ed al contrario impegnata dietro le quinte a rassicurare il Qatar circa la continuità della cooperazione politica ed economica tra i due paesi. A darne notizie è stata la stessa emittente al Jazeera, che ha parlato di un incontro bilaterale a Roma lo scorso 12 giugno tra il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan e il suo omologo Ali Sherif al-Emadi.

Decisamente più ambigua la Francia, invece, non interessata in alcun modo a compromettere il proprio interscambio con l’Arabia Saudita, ma al tempo stesso intenzionata a salvaguardare anche il rapporto con il Qatar. Attraverso un comunicato breve e moderatamente conciliatorio, il ministero degli esteri di Parigi ha chiesto di avviare un canale di dialogo tra il Qatar e i paesi della regione, senza prendere particolare posizione sull’ultimatum e sui tredici punti che ne regolano le richieste delle controparti.

Molto più dura e diretta la Germania, invece, che ha definito le richieste dell’Arabia Saudita e dei suoi alleati come una “vera provocazione”, ricordando come l’ultimatum violi apertamente la sovranità di Doha. Il Ministro degli Esteri Sigmar Gabriel si è detto scettico circa la possibilità e volontà del Qatar di ottemperare le richieste dell’ultimatum, sostenendo al tempo stesso che la crisi con il Qatar rischia di sfociare in aperto conflitto, se non gestita con saggezza e lungimiranza da parte degli attori regionali.

All’imbarazzo europeo e statunitense ha fatto invece eco il pieno e manifesto sostegno a Doha da parte della Turchia e dell’Iran, che hanno peraltro avviato un programma di aiuti e sostegno diretto in favore del paese, intensificando soprattutto la rete dei trasporti logistici.

Parimenti costruttivo anche il rapporto con la Russia, che ha offerto la sua capacità negoziale per la gestione della complessa crisi e che ha intrattenuto con il Qatar una immediata politica di relazioni volta al perseguimento di un ruolo di primo piano nella gestione delle dinamiche politiche regionali.

Il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov non si è sbilanciato nei commenti sulla delicata questione, ma ha immediatamente incontrato il suo omologo del Qatar Mohammad Bin Abdulrahman al Thani, sostenendo che le misure adottate dai paesi arabi nei confronti di Doha hanno sollevato preoccupazioni a Mosca.

 

Il Qatar rigetta le accuse e respinge l’ultimatum

Il Qatar ha avviato un’intensa azione diplomatica all’indomani dell’embargo e soprattutto del paradossale ultimatum lanciato dai sauditi e dai loro alleati, incassando di fatto il sostegno – diretto o meno – di buona parte della comunità internazionale. Forte di tale risultato, ha manifestato la propria indisponibilità ad accettare non solo le 13 richieste formulate nell’ultimatum, quanto più in generale le infamanti accuse che hanno fornito il pretesto per il blocco internazionale del paese.

Doha è riuscita ad ottenere manifestazioni di sostegno immediato dalla Turchia e dall’Iran, che hanno favorito con immediatezza il sostegno politico e logistico al Qatar, ponendo le condizioni per impedire ritorsioni concrete da parte dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti.

L’azione diplomatica del Qatar ha tuttavia conseguito successi anche sul piano delle organizzazioni internazionali, come confermato dall’aperta presa di posizione da parte di David Kaye, relatore speciale dell’ONU per il diritto alla libertà di opinione, che ha definito la richiesta di chiudere al Jazeera con il pretesto di una crisi internazionale come “un duro colpo al pluralismo dell’informazione”.

Il 30 giugno Doha ha anche annunciato l’imminente ricorso all’Organizzazione Mondiale del Commercio contro l’embargo imposto al paese, forte adesso di un sostegno che potrebbe essere determinante in seno all’organismo internazionale.

Ha destato perplessità, invece, il vero e proprio componimento poetico che l’emiro di Dubai, lo sceicco Mohammed bin Rashid Al-Maktoum, ha affidato ai social medio il 30 giugno, in cui invita il Qatar a “rientrare nella tribù” abbandonando la sua politica di intransigenza. Un invito in versi che, a tre giorni dalla scadenza dell’ultimatum, non in pochi hanno letto più come una minaccia.

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