Lo scorso 1 giugno, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha pubblicato l’ultimo rapporto del gruppo di esperti sulla Libia relativo alla transizione politica, alla situazione economica e della sicurezza nel paese. La relazione ha evidenziato un generale deterioramento della sicurezza che continua a esporre la popolazione, i prigionieri di guerra e i migranti alla violenza armata, alle violazioni dei diritti umani, ai rapimenti, alle detenzioni arbitrarie e alle esecuzioni sommarie. Questo stato di cose è aggravato dalla stallo politico determinatosi in seguito all’incompleta implementazione dell’accordo di Skhirat, raggiunto nel dicembre del 2015 tra i rappresentanti del Congresso di Tripoli e quelli della Camera di Tobruk, in mancanza dell’approvazione da parte di quest’ultima del governo di unità nazionale.

 

Il rapporto dell’ONU e la dimensione di crisi regionale

Il rapporto ha sottolineato un aspetto essenziale in merito all’attuale crisi politica riconoscendo che la formazione dell’alleanza con l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti e il Ciad da un lato, e quella con il Qatar, la Turchia e il Sudan, dall’altro, costituiscono uno dei principali ostacoli al raggiungimento di una soluzione politica del conflitto. Questi due blocchi riflettono il riallineamento regionale che ha visto l’Egitto, l’Arabia Saudita, gli Emirati e altri paesi arabi tagliare i rapporti diplomatici con il Qatar, accusato di sostenere l’Iran e il terrorismo in Medio Oriente e Nord Africa, e dichiarare la creazione di una coalizione contro il ‘terrorismo’, l’’estremismo’ e l’Islam politico dei Fratelli Musulmani. La Libia è di fatto diventata l’ennesimo campo da gioco in cui due alleanze si contendono il controllo e la visione politica del futuro del paese e della regione. Il conflitto in Libia sembra aver assunto tutte le caratteristiche di una guerra per procura nel quadro di una riconfigurazione regionale di equilibri di potere.

Gli eventi degli ultimi mesi puntano chiaramente in questa direzione. Il tentativo della missione ONU di rilanciare il processo politico in Libia con una nuova road map nell’ottobre del 2016 ha dapprima ispirato un’iniziativa tripartita da parte dell’Egitto, della Tunisia e dell’Algeria volta a risolvere la crisi. Mentre i tre paesi dichiaravano la necessità di una soluzione politica come sola via d’uscita alla crisi e il rifiuto di soluzioni militari o interferenze esterne, la realtà sul terreno continuava a svilupparsi in modo opposto alle dichiarazioni politiche.

Infatti, è proprio facendo leva sui temi della lotta al terrorismo e all’estremismo che l’Egitto e gli Emirati Arabi giustificano gli estemporanei interventi armati nel paese e il loro supporto al Generale Khalifa Haftar e all’auto-proclamato Esercito Nazionale Libico che controlla l’est della Libia. L’aviazione egiziana ha condotto il 26 maggio sei attacchi in Libia diretti a campi di addestramento vicini alla città di Derna dove, secondo le autorità egiziane, erano stati addestrati i terroristi responsabili dell’attentato a Minia, nell’Egitto centrale. Secondo alcuni media locali, l’aviazione egiziana avrebbe supportato l’Esercito Nazionale Libico in venti raid aerei contro la formazione islamista del Consiglio Rivoluzionario della Shura di Bengasi nel mese di giugno. Lo stesso rapporto del gruppo di esperti della Libia riconosce la manifesta violazione dell’embargo di armi da parte degli Emirati Arabi Uniti che ha aumentato significativamente il potere dell’aviazione dell’Esercito Nazionale Libico nel conflitto.

 

La posizione del Qatar e della Turchia

Il ruolo di Qatar e Turchia durante e dopo la rivoluzione in Libia è notoriamente legato al supporto di formazioni politiche e formazioni armate di matrice islamista. Nel quadro della recente rottura delle relazioni diplomatiche con il Qatar, la coalizione guidata dai sauditi ha accusato Doha di supportare il terrorismo in Libia attraverso organizzazioni come la Brigata di Difesa di Bengasi, che include ex personale delle forze di sicurezza e miliziani di diversa appartenenza politica, e attraverso individui considerati vicini a movimenti islamisti quali Ali Sallabi e il mufti di Tripoli, Sadiq Gharyani, e comandanti di milizie jihadiste quali Abdelhakim Belhaj e Ismail Sallabi. Mentre è noto che Doha mantenga legami con tali individui e tali organizzazioni così come che il Qatar e la Turchia abbiano supportato con ingenti consegne di armi gruppi armati libici nell’ovest del paese durante la rivoluzione e la coalizione Alba libica dal 2014, è l’identificazione di questi gruppi come terroristi che resta discutibile. Ciò che è certo è che queste formazioni e individui hanno in comune la loro ferma opposizione all’esercito guidato da Haftar.

Anche il Ciad e il Sudan, occupati ad affrontare e a tenere sotto controllo i gruppi di ribelli all’interno dei rispettivi territori, si sono schierati con le due alleanze. Il Ciad, allineato con l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti, ha chiuso il confine per prevenire infiltrazioni di ribelli dal Ciad diretti verso il sud della Libia dove i ribelli venivano reclutati dai vari gruppi armati tra cui la Brigata di Difesa di Bengasi e l’Esercito Nazionale Libico. Secondo alcune fonti, diversi gruppi di ribelli dal Ciad hanno partecipato a operazioni militari contro lo Stato Islamico in Libia. Il Sudan, si è schierato con la Turchia e il Qatar in risposta all’appoggio e alle risorse offerte dall’Esercito Nazionale Libico a fazioni del Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese in cambio del supporto militare di mercenari sudanesi del movimento nell’est del paese, dove hanno avuto un ruolo essenziale negli attacchi e nell’occupazione delle installazioni petrolifere. Mentre gli interventi dei mercenari sudanesi e del Ciad mettono a repentaglio la già precaria stabilità della Libia, anche a causa del loro coinvolgimento in attività criminali legate al traffico umano e di droghe, i governi di Khartum e N’Djamena temono il rientro nei rispettivi territori nazionali di gruppi di ribelli che dotati di armi e risorse economiche rischiano di minare la stabilità in Sudan e Ciad.

Queste due alleanze e i rispettivi proxies libici si contendono il controllo del paese e della regione. La coalizione capeggiata dall’Egitto e dagli Emirati Arabi ha dimostrato di essere in grado di portare al tavolo negoziale Haftar e i rappresentanti della Camera di Tobruk. Rafforzati dal supporto del presidente americano Trump nella lotta al ‘terrorismo’ e all’ ‘estremismo’ nella regione, è difficile immaginare come il successo di qualunque mediazione diplomatica che coinvolga questa coalizione possa tradursi in altro se non nell’instaurazione dell’ennesimo governo militare dominato dal generale Haftar. D’altronde, riconciliare le due alleanze sembra un’opzione poco realistica alla luce degli eventi recenti e del rafforzarsi della divisione tra il Qatar e gli altri paesi del Golfo. Con buona pace delle primavere arabe, la Libia e, più in generale la regione mediorientale e nordafricana, sembrano ancora una volta destinate a subire gli effetti dei nuovi equilibri di potere internazionali con risultati poco democratici e pluralistici.

 

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