Si è arreso il 1° di giugno alle forze del governo federale Bishar Mumin Afrah, esponente di spicco dell’organizzazione jihadista al Shabaab, consentendo al governo di sostenere politicamente e pubblicamente la nuova strategia per la lotta alle milizie islamiste concepita del presidente Mohamed Abdullahi Farmajo.

“È una guerra”, sostiene da tempo il presidente, “e come tale deve essere combattuta”, alludendo chiaramente non solo alla necessità do combattere i miliziani dell’al Shabaab, ma anche e soprattutto i loro dante causa. All’interno ed all’esterno del paese.

 

La sicurezza deve essere ristabilita attraverso l’esempio e il sentimento nazionale

La resa è avvenuta spontaneamente in una caserma della 52a divisione di fanteria dell’Esercito Nazionale Somalo, nella cittadina di Bulo Burti, regione dell’Hiran, ed è stata confermata dal Generale Ahmed Mohamed Tredishe.

Afrah si è arreso individualmente, portando con sé due AK-47 e numerose munizioni, chiedendo di poter beneficiare del perdono annunciato lo scorso mese di febbraio dal presidente Mohamed Abdullahi Farmajo, che intende concedere l’immunità a tutti i miliziani dell’al Shabaab che rinunceranno alla lotta armata.

Nessun commento in merito alla diserzione è giunto dall’al Shabaab, che ha tuttavia continuato a condurre attacchi in diverse aree del paese. Il 9 giugno è stata attaccata una base militare nella regione semi-autonoma del Puntland, a Bosaso, provocando la morte di 38 militari e il ferimento di circa altri 50. Il 15 giugno, alla vigilia della conferenza di Londra sulla Somalia, un duplice attacco è stato condotto a Mogadiscio contro due ristoranti. Il primo con un’auto bomba contro il ristorante Posh Treats e il secondo mediante un assalto armato all’interno del ristorante Pizza House, provocando in totale 18 morti e 10 feriti.

Gli attentati non influiscono con il progetto del presidente Mohamed Abdullahi sulla sicurezza, come ha ribadito più volte nel corso delle molte cerimonie pubbliche tenutesi a Mogadiscio nel mese di giugno, ed in particolar modo il 5 – anniversario dei 100 giorni di governo – e il 30 – viglia della festa di indipendenza della Somalia.

Il presidente ha ribadito di voler eradicare il fenomeno jihadista entro due anni, favorendo al tempo stesso la lotta alla corruzione – che è parte integrante del problema della sicurezza – per ridare credibilità al paese ed impedire alle formazioni estremiste di poter ricevere sostegni da parte di quelle componenti della società somala interessante al mantenimento dello status quo.

L’offerta di immunità per i jihadisti che abbandonano la lotta armata ha avuto ad oggi poco successo, ma il presidente continua ostinatamente a perseguire il suo piano per la sicurezza, costruito con il sostegno degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, grazie al quale sono stati conseguiti risultati non indifferenti nelle aree rurali della Somalia centrale e meridionale.

In occasione delle ricorrenze del 1° luglio, che ricordano il termine dell’amministrazione fiduciaria italiana e l’inizio dell’indipendenza somala, il presidente Abdullahi ha emanato un provvedimento di grazia per 91 detenuti per reati minori del carcere di Mogadiscio.

Questa scelta è stata determinata ancora una volta dalla vocazione squisitamente nazionalista del presidente, che intende in tal modo risvegliare il sentimento unitario nazionale dei somali, contrastando al tempo stesso sia quello clanico che quello ideologico religioso.

Il presidente è convinto che una delle principali strategie per combattere la corruzione e il radicalismo islamico sia quella di tornare a rafforzare il sentimento nazionale ed unitario dei somali, attraverso il quale ricostruire l’ossatura della pubblica amministrazione partendo dalle forze armate, che della nazione rappresentano l’elemento centrale.

Circolano da giorni in Somalia voci sempre più insistenti circa la possibile resa al governo federale di Mukhtar Robow Abu Mansur, un tempo portavoce dell’al Shabaab poi entrato in contrasto con i vertici dell’organizzazione nel 2013. Da qualche giorno gli Stati Uniti hanno rimosso il nome di Robow dalla lista dei ricercati, annullando l’offerta di 5 milioni di dollari per chiunque avesse fornito informazioni utili alla sua cattura. Questo particolare sembra aver scatenato una vera e propria faida all’interno dell’al Shabaab, dove in molti temono adesso che la strategia del governo possa provocare dilazioni e diserzioni dagli effetti devastanti.

Robow, espressione del clan Rahanweyn, è ritenuto esponente di spicco di una frangia ribelle dell’al Shabaab, al momento impegnata secondo le indiscrezioni a trattare una resa conveniente con le autorità del governo federale somalo.

Secondo il Colonnello Ahmed Ahmed, dell’Esercito Nazionale Somalo, Robow sarebbe ancora alla macchia, definendo i dettagli della sua resa e delle garanzie per i propri uomini, mentre dal vertice dell’al Shabaab sarebbe partito l’ordine per una sua cattura immediata. A tal fine, il comando delle forze militari somale ha incrementato la propria presenza nelle regioni di Bay e Bakool, dove Robow è ritenuto risedere in questo momento, per impedire una sua cattura da parte delle milizie islamiste.

Robow sarebbe adesso accampato in un villaggio a circa 18 km da Hudur, il capoluogo della regione di Bakool, e con lui sarebbero presenti circa 400 miliziani armati.

 

La Somalia non cede alle richieste saudite di isolare il Qatar

All’indomani dell’embargo decretato dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi uniti contro il Qatar all’inizio del mese di giugno, Riyadh ed Abu Dhabi si sono affrettate a chiedere il sostegno delle nazioni arabe nell’intento di legittimare su più ampia scala la paradossale azione punitiva contro il regno di Doha.

Dopo aver ottenuto il sostegno dell’Egitto, del Bahrain, dello Yemen, della Libia orientale e delle Maldive – tutti stati che beneficiano in modo diretto del sostegno economico dei sauditi o degli emiratini – i fautori dell’embargo hanno dovuto incassare il ben più tiepido giudizio di alcuni tra i principali paesi dell’area, come la Giordania, il Kuwait e l’Oman, che hanno a vario titolo declinato la richiesta di adesione al fronte anti-Qatar.

Tra i paesi che hanno risposto negativamente alla richiesta di Riyadh c’è anche la Somalia, che per mezzo del presidente Mohamed Abdullahi ha confermato di non voler prendere parte ad una dinamica di crisi regionale in cui la Somalia non è parte in causa e della quale non condivide le ragioni.

Una scelta coraggiosa ma anche delicata, e potenzialmente pericolosa. I legami tra la Somalia e le monarchie del Golfo sono da sempre stati intensi, diventando vitali dopo il collasso dello stato centrale somalo nel 1991, quando buona parte di queste monarchie ha iniziato a finanziare costantemente le fragili autorità provvisorie del paese.

A margine degli aiuti economici e umanitari, tuttavia, si è registrato un contestuale potenziamento nella diffusione e nel radicamento del wahhabismo, con la crescita delle formazioni fondamentaliste e la successiva costituzione dell’al Shabaab. Un prezzo altissimo, quello pagato dalla Somalia per il suo rapporto con l’Arabia Saudita, cristallizzatosi tuttavia sulla complessa matrice di rapporti ed interessi che oggi di fatto controlla buona parte dell’economia locale, soprattutto attraverso i gruppi della diaspora residenti nel Golfo.

L’ex presidente Hassan Sheikh Mohamud aveva sempre mantenuto una politica di cooperazione con l’Arabia Saudita, soprattutto in funzione degli aiuti economici che periodicamente venivano corrisposti alla Somalia a vario titolo, come nel caso dei 50 milioni di dollari versati all’indomani della rottura delle relazioni diplomatiche con l’Iran, in conseguenza dell’assalto all’ambasciata saudita a Theran lo scorso gennaio.

Le ultime elezioni presidenziali hanno tuttavia mutato il quadro delle relazioni regionali della Somalia, soprattutto in conseguenza delle evidenti ingerenze economiche da parte dei tre principali attori del Golfo nella campagna presidenziale. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar si sono alternate in un susseguirsi di elargizioni e aperture ai candidati e ai loro ambiti di sostegno sociale, spesso ricorrendo apertamente alla corruzione per garantire la continuità dei propri interessi economici nel paese.

Alla tradizionale influenza dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti si è quindi aggiunta quella del Qatar, che in Somalia ha investito politicamente ed economicamente in modo massiccio nel corso degli ultimi anni, costruendo una propria capacità di influenza rivelatasi provvidenziale nel momento in cui gli attori regionali decretavano l’embargo contro Doha.

La posizione di neutralità espressa dal presidente Mohamed Abdullahi Farmajo è stata tuttavia interpretata a Riyadh ed Abu Dahbi come una decisa presa di posizione a favore di Doha, inducendo molti politici somali alla cautela, rilevando il rischio non solo di vedere diminuiti i fondamentali aiuti economici al paese ma anche – e soprattutto – la capacità di incrementare l’instabilità attraverso le organizzazioni jihadiste del paese.

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