Le recenti tensioni nel Rif marocchino riportano alla ribalta il mai sopito conflitto con le tribù amazigh (o berberi), che dal 1920 ad oggi ha visto prima gli spagnoli e i francesi, e poi i marocchini, opporsi a qualsiasi istanza di sviluppo autonomo e di crescita della regione.

I rifi, storicamente rappresentati dalle comunità agricole di montagna della regione del Rif, lamentano da sempre lo scarso intervento del governo nel sostenere lo sviluppo regionale, la diffusa corruzione all’interno della pubblica amministrazione e il contestuale ruolo opprimente dello Stato.

Queste tensioni hanno portato a periodiche rivolte, sempre represse nel sangue, tra il 1920 e il 1926, tra il 1958 e il 1959 e ancora nel 1984, migliorando poi decisamente a partire dal 1999, con l’ascesa al trono di Mohammad VI, che avviò una fase di dialogo e lo modesto sviluppo di alcuni progetti infrastrutturali nella regione.

 

Le ultime proteste

Il 18 maggio scorso una grande folla è tornata nelle strade di Al Hoceima (la principale città della regione), per protestare pacificamente contro la corruzione e il malgoverno, contro la disoccupazione e la costante azione intimidatoria del governo nei confronti delle popolazioni berbere, ma anche per la dignità di una società che si sente umiliata e che ancora oggi protesta per la morte lo scorso ottobre di Mohcine Fikri. Questi era un mercante ambulante del pesce, che ha perso la vita in circostanze poco chiare stritolato da una macchina per i rifiuti, e non i pochi accusano le forze di polizia locali di essere responsabili del tragico incidente che ne ha causato la morte.

Una rivolta che assomiglia pericolosamente a quella dei gelsomini in Tunisia nel 2011, dove una nazione scese in piazza per protestare contro gli abusi del potere e per la dignità, facendo in breve tempo crollare il regime autoritario di Ben Ali.

Un parallelo, quello tunisino, che allarma sia il sovrano Mohammed VI sia il potentissimo – quanto discusso – makhzen (il “magazzino”, dall’arabo), struttura alquanto particolare nell’ambito della quale si delinea il vero sistema di potere della corte e del governo, dando vita ad un potentato autoreferenziale unico nel suo genere e di fatto centrale rispetto alla struttura politica del paese.

L’omicidio di Fikri ha sollevato il velo della rabbia e della frustrazione della popolazione del Rif, che da sempre ha un’attitudine non ostile alla monarchia ma fortemente contraria al ruolo della corte e del potentissimo makhzen, che rappresenta l’insieme di ogni interesse lecito ed illecito del paese.

Un equilibrio difficile da gestire per il sovrano, costretto da un lato a subire anch’egli il ruolo ed il potere del makhzen e dall’altro poco incline a concedere spazio ai berberi, soprattutto sotto la pressione delle proteste di piazza.

Dall’altra parte, il messaggio che arriva dal Rif è molto chiaro e per certo versi funzionale agli interessi del Re. I berberi vogliono un cambiamento deciso nell’amministrazione del territorio, con la rimozione degli esponenti più corrotti dell’autorità centrale del governo locale e la ripresa dei programmi di sviluppo della regione.

Richieste che il sovrano ha di fatto accolto per quanto concerne lo sviluppo regionale, con l’erogazione di un fondo speciale destinato alla promozione economica ed infrastrutturale del Rif, ma che sembra essere titubante ad accettare sul piano della rappresentanza politica, dove i delicati equilibri con il makhzen rischiano di generare un contraccolpo potenzialmente pericoloso.

 

La protesta rischia di degenerare

I rifi non mettono in discussione la legittimità del sovrano, almeno a partire dal 1999, quando Re Mohammed VI salì al trono e mutò strategia nella lotta alle popolazioni berbere.

Il padre di Mohammed VI, Hassan II, aveva per lungo tempo adottato le maniere forti contro le istanze degli amazigh, soprattutto nel conflitto del 1958/59, quando in qualità di principe ereditario aveva guidato la repressione militare della rivolta adottando – contro lo stesso parare di suo padre Mohammed V – una spropositata violenza.

Mohammed VI ha cercato la via del dialogo con i rifi, ma non ha mutato in modo sostanziale l’approccio allo sviluppo regionale, mantenendo in tal modo le comunità del Rif in uno stato di perenne crisi, di sottosviluppo e di arretratezza, che oggi presenta nuovamente il conto.

La regione del Rif è ben presto caduta nella morsa della criminalità organizzata, con l’incremento esponenziale della produzione di cannabis e lo sviluppo di una rete criminale di trasporto verso l’Europa. Questo ha favorito l’ulteriore marginalizzazione della regione, oltre alla verticalizzazione della sua offerta lavorativa, sempre più concentrata nelle mani di pochi vertici criminali che progressivamente hanno assunto il controllo anche degli sbocchi al mare, della pesca e dei traffici merci.

A guidare le ultime proteste è Nasser Zefzafi, la cui famiglia è da sempre impegnata nella difesa dell’identità amazigh, che è riuscito a dar voce al diffuso malcontento diffondendo in tutta la regione una serie di video in cui denuncia il ruolo del makhzen, la corruzione locale e lo strazio di una regione sempre più arretrata ed economicamente instabile.

Il rischio è oggi quello di trasformare una protesta pacifica e civile, quanto legittima, in una ribellione regionale e nazionale, fondendo le istanze dei rifi con quelle delle classi meno privilegiate del paese, preda anche loro di un montante malcontento generato dalla crisi economica del paese e dalla scarsa attenzione delle élite politiche.

Nessuno sfida la legittimità del Re, per adesso, ma è innegabilmente crescente un sentimento di dignità e di identità amazigh che potrebbe catalizzare tutte le matrici del malcontento, trasformando le proteste in un vero e proprio movimento di rivolta atto a sancire non solo l’autonomia berbera, ma anche e soprattutto la sua distinta identità culturale, linguistica e sociale.

L’esperienza della Repubblica del Rif degli anni ’20, costruita intorno alla carismatica figura di Abdelkarim El Khattabi, torna in queste settimane ad echeggiare tra le strade della regione, animando il dibattito popolare e innescando un sentimento di orgoglio berbero che il sovrano potrebbe avere difficoltà a gestire qualora dovesse sfociare nuovamente in un processo di affermazione identitaria.

Nasser Zefzafi, che di El Khattabi è anche un discendente, non sembra essere intenzionato a giocare la carta dell’indipendentismo e della delegittimazione monarchica, ma gli equilibri sono e restano delicatissimi, potendo facilmente mutare.

Zefzafi non intende scende a compromessi con il makhzen, che individua ed abilmente presenta come la sorgente di tutti i problemi, di fatto concedendo al sovrano una facile scappatoia per risolvere la crisi. Un’azione diretta da parte del Re a sostegno delle istanze dei rifi contro il makhzen e i suoi rappresentanti regionali potrebbe quindi rappresentare quel segnale sufficiente a placare la rivolta, se accompagnato da un reale programma di sviluppo (che il sovrano è peraltro disposto a concedere). Ma questo significherebbe anche aprire il vaso di Pandora degli equilibri del Palazzo, generando resistenze e ostilità che Mohammed VI dovrebbe poi gestire con scaltrezza, evitando di cadere lui stesso nelle spire del potente e temibile makhzen.

Gli occhi sono quindi puntati adesso sul sovrano, nell’attesa di comprendere quale strategia saprà – o potrà – adottare, cercando di disinnescare la pericolosa protesta dei rifi.

Le condizioni di Zefzafi sono perentorie e chiare nel non volere altri interlocutori al di fuori del sovrano, ma anche nel richiedere un intervento urgente e massiccio a favore della legalità e dello sviluppo regionale. Condizioni cui potrebbero adesso aggiungersi richieste di legittimità culturale, storica e linguistica, che rischiano tuttavia di complicare il quadro negoziale con l’intervento del makhzen e di tutte quelle componenti politiche storicamente ostili a qualsiasi concreto riconoscimento dell’autonomia e dell’identità berbera.

Nessun commento

Lascia un commento