Il governo del Sudan ha comunicato la volontà di dichiarare il cessate il fuoco in altre tre regioni interessate da dispute con i ribelli, con un decreto firmato dal presidente Omar Hassan al-Bashir che in molti vedono come risultato di una negoziazione con gli Stati Uniti che a breve revocheranno il pluriventennale embargo contro il paese.

 

Il cessate fuoco permette la riduzione del contingente ONU

Gli Stati Uniti hanno annunciato il 13 gennaio scorso la volontà di revocare l’embargo contro il Sudan entro i 180 giorni successivi, a conclusione di una negoziazione che ha visto Washington farsi parte attiva con Khartoum in funzione di una effettiva sospensione della violenza e della conflittualità nelle aree in cui da tempo le autorità centrali sudanesi sono sotto accusa per la violazione dei diritti umani.

In conseguenza di questa mediazione, il presidente al Bashir ha avviato una politica di pacificazione costruita sull’emanazione di decreti di cessate il fuoco che hanno progressivamente interessato le principali aree di conflitto, tra cui il Darfur.

I decreti hanno durata semestrale, e sono destinati a valutare l’effettiva volontà negoziale delle controparti locali, come hanno sostenuto alcuni rappresentanti del governo, idealmente ipotizzandone una loro estensione a tempo indeterminato nell’ambito di un programma di riconciliazione nazionale che al Bashir sostiene di voler perorare al fine di alleggerire la pesante crisi economica nazionale, concentrando le energie spese nel conflitto sullo sviluppo economico.

Gli Stati Uniti si sono dichiarati disposti anche a scongelare crediti sudanesi e favorire la ripresa delle relazioni economiche bilaterali, imponendo tuttavia una stretta sorveglianza sulla verifica del cessate il fuoco e dell’effettiva capacità del governo di limitare le violenze e gli abusi nelle aree interessate dai conflitti.

I principali focali di crisi sono registrati nella regione del Darfur, dove dal 2003 è in corso una rivolta indipendentista contro il governo centrale sudanese, nelle aree di Kordofan e del Nilo Blu, dove dal 2011 sono in corso violenza generate dal malcontento delle locali popolazioni, sulla scia del più generale fenomeno di crisi innescato dall’indipendenza del Sud- Sudan.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha nel frattempo deliberato la riduzione del contingente di militari impegnato sotto bandiera ONU nel Darfur, soprattutto in conseguenza di un taglio di circa 600 milioni di dollari nel budget delle operazioni di peacekeeping.

Circa il 30% delle forze sotto il comando delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana verranno rimpatriate nel corso del 2018, portando il totale complessivo delle forze dispiegate sul terreno da 15.485 a 11.395.

La scelta della riduzione si inserisce in una più ampia dinamica di attribuzione della spesa dell’ONU sul terreno, che per il Sudan predilige l’intervento a favore degli oltre 300.000 sfollati piuttosto che il monitoraggio della violenza, rientrata secondo le valutazioni nell’ambito della tollerabilità. La mediazione statunitense con il Sudan si inserisce peraltro esattamente in questo solco, imponendo un più rigoroso rispetto del cessate il fuoco al fine di favorire una più massiccia ed incisiva capacità dell’ONU in direzione dei programmi di ricongiungimento e rimpatrio dell’enorme numero di sfollati prodotto dai conflitti regionali.

 

L’amministrazione Trump e il Sudan

L’annuncio della scadenza dei 180 gironi per la revoca delle sanzioni al Sudan fu uno tra gli ultimi atti del presidente Barack Obama lo scorso gennaio, prima di lasciare la Casa Bianca al successore Donald Trump.

La gestione dei rapporti con il Sudan non è stata tuttavia caratterizzata da particolari progressi durante il primo periodo di governo della nuova amministrazione, che ha confermato la volontà di revocare le sanzioni, sebbene costantemente dichiarandosi insoddisfatta dei progressi adottati dal governo di Khartoum.

Posizioni che hanno innervosito le autorità sudanesi a più riprese, rischiando di esacerbare i toni in più occasioni. La decisione di esercitare pressioni costanti sul governo di al Bashir, al fine di favorire un più sicuro contesto entro cui annunciare la riduzione delle truppe impegnate con il contingente ONU, infatti, ha più volte innescato meccanismi verbali di crisi con le autorità di Khartoum, fortunatamente rientrati senza conseguenze.

La priorità è e resta quindi in questo momento quella di adottare una più incisiva politica di aiuto agli oltre 300.000 sfollati presenti nella regione, garantendo all’ONU la possibilità di diversificare il proprio budget sulle operazioni transitando dalla gestione delle missioni di peacekeeping a quelle di sostegno agli sfollati, riducendo in tal modo progressivamente il contingente ONU nel corso dei prossimi 3 anni.

Se questo meccanismo politico dovesse dimostrarsi solido e durato, è ipotizzabile prevedere un potenziamento del ruolo dell’ONU sul campo entro la metà del 2018, attraverso programmi di rimpatrio e ricollocamento già nel primo semestre di almeno 50.000 sfollati.

Diventa quindi fondamentale la capacità degli Stati Uniti di esercitare pressioni sul governo sudanese per il rispetto del cessate il fuoco, ma anche per garantire una contestuale capacità di ripresa economica che sancisca la definitiva fine del conflitto ed avvii il Sudan sulla strada della ricostruzione e della stabilità.

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