Con una mossa inaspettata, il Re dell’Arabia Saudita Salman bin al-Aziz Al Saud ha nominato come principe ereditario il 21 giugno scorso suo figlio Mohammed bin Salman, rimuovendo con una procedura di fatto senza precedenti il nipote Mohammed bin Nayef, che rivestiva la carica del 29 aprile del 2015.

La nomina di Mohammed bin Salman al rango di crown prince è indicativa di una profonda lacerazione all’interno della casa reale saudita, costruita sulla sedimentazione di interessi controversi e conflittuali, che hanno favorito una sorta di colpo di mano della terza generazione.

Alla luce della complessa e fragile situazione politica ed economica del regno, tuttavia, numerose incognite pesano sul futuro del nuovo erede al trono, delineando scenari potenzialmente critici per la continuità del regno e dello Stato saudita.

 

La caduta di bin Nayef e l’ascesa di bin Salman

Mohammed bin Nayef è un esponente di spicco della seconda generazione del potere saudita, ben noto soprattutto per la sua esperienza nel settore della sicurezza, culminata con la nomina a Ministro dell’Interno nel 2012, carica cessata con la sua deposizione del 21 giugno scorso.

Mohammed bin Nayef è figlio di Nayef bin Abdulaziz Al Saud, un tempo parte del potente circolo dei sette sudayri (sette figli maschi della stessa madre, Hassa bint Ahmad al Sudayri, e dello stesso padre, il re Abdulaziz), ed è stato uno strettissimo collaboratore dell’ex sovrano Abdallah, che ne ha promosso la crescita politica ed amministrativa in modo evidente e continuativo.

Mohammad bin Salman, 32 anni non compiuti, è invece il figlio dell’attuale sovrano, e dal 23 gennaio del 2015 ricopre l’incarico di Ministro della Difesa. Dopo una veloce carriera amministrativa all’ombra del padre, la sua figura cresce rapidamente d’importanza sul piano politico con la morte del re Abdullah e la nomina del padre al trono saudita.

Mohammad bin Salman è noto per la grande ambizione e per una visione alquanto radicale e conservatrice della politica e della religione, di cui ha dato prova nella gestione del disastroso conflitto in Yemen, nel rapporto con l’Iran, il Qatar e tutte le realtà regionali che percepisce come non allineate alla visione e alla volontà saudita.

È promotore del piano di sviluppo economico ed infrastrutturale di lungo periodo del regno, conosciuto come Saudi Vision 2030, presentato con grande clamore alla comunità internazionale nell’aprile del 2016, senza riscuotere tuttavia alcun concreto interesse da parte del settore finanziario sul piano internazionale.

La rimozione di bin Nayef e la nomina di Bin Salman alla carica di principe ereditario è stata decisa con una mossa a sorpresa il 21 giugno scorso, a seguito di una votazione del Consiglio di Fedeltà che ha visto esprimersi a favore del figlio del Re 31 dei 35 componenti.

Il Consiglio di Fedeltà, istituito nel 2006 da re Abdullah, è l’organo istituzionale cui è demandata la scelta e la nomina dell’erede al trono saudita, transitando da una procedura verticista di esclusiva spettanza del sovrano ad una collegiale, che rispetti quindi il volere delle sempre più ampia e conflittuale famiglia reale. La procedura vorrebbe che il sovrano in carica nomini tre candidati da sottoporre al voto del Consiglio, tra cui scegliere il futuro sovrano o – in caso di conflitto – procedere ad una nuova selezione interna al Consiglio stesso. I membri del Consiglio sono di fatto gli eredi diretti dell’ex sovrano Abulaziz, mentre le procedure di voto e di selezione sono regolate da procedure interne e in gran parte secretate.

Nonostante le lodevoli premesse, il Consiglio non ha mai saputo esprimere un voto lineare e trasparente, sollevando in ogni occasione polemiche da parte dei sui componenti, come nel caso del principe Talal, che si dimise nel novembre del 2011 all’indomani della nomina a crown prince di bin Nayef.

 

Le reazioni regionali alla nomina di Mohammad bin Salman

La nomina di Mohammed bin Salman alla carica di crown prince ha destato sorpresa sia in Arabia Saudita che all’estero, sebbene fosse evidente ormai da tempo la crescente tensione all’interno della famiglia reale, soprattutto in conseguenza delle crescenti responsabilità affidate dal sovrano al figlio.

Mohammad bin Salman è una figura controversa e molto eterogeneo è il giudizio espresso su di lui all’interno della famiglia reale. Da una parte è considerato come un modernizzatore, interessato alla trasformazione dell’economia nazionale attraverso strategie che consentano l’affrancamento dagli idrocarburi nel medio e lungo periodo, mentre in termini di politica estera è portatore di una visione conservatrice che si oppone al ruolo dell’Iran e ad ogni tentativo di sfida del predominio saudita nella regione. C’è tuttavia una non insignificante componente della società e della famiglia reale che lo considera al contrario un ambizioso ed arrogante arrivista, che ha saputo costruire il suo ruolo e la sua carriera all’ombra del padre e per il tramite del precario stato di salute di questi. La guerra in Yemen, fortemente voluta da Mohammed bin Salman come conflitto indiretto con l’Iran, e da questi personalmente gestita, è stata un disastro sotto il profilo militare, di fatto ponendo l’Arabia Saudita dinanzi all’ipotesi di un progressivo defilamento dal conflitto. La crisi economica generata dalla decisione di imporre all’OPEC un prolungato eccesso di produzione – finalizzato a colpire da una parte la capacità di ripresa dell’Iran e dall’altra lo sviluppo del mercato energetico statunitense – ha determinato per la prima volta nel paese l’esigenza di pianificare una strategia economica ed industriale d’emergenza, che prevede tra l’altro il collocamento sul mercato di una parte degli asset petroliferi nazionali, tra cui la Saudi Aramco.

Un fallimento, anche questo, in larga misura attribuito a Mohammad bin Salman dai suoi detrattori interni ed esterni, che ne denunciano l’incapacità politica, tecnica e militare.

Non meno caustico il giudizio sul piano regionale, dove l’Iran senza mezze misure parla di “colpo di Stato”, l’Oman si defila apertamente dai commenti e dall’adesione alle politiche coercitive nei confronti del Qatar, e il Kuwait si erge a moderatore delle molte frizioni con Riyadh, nell’ottica di mantenere un profilo di neutralità che appare chiaramente in contrapposizione con quello saudita.

L’esponente politico regionale forse più vicino a Mohammed bin Salman è invece il suo omologo di Abu Dhabi, lo sceicco Mohammed bin Zayed al-Nahyan, erede al trono e ministro della Difesa anch’esso, che condivide pienamente la visione di bin Salman e lo appoggia senza esitazione. In entrambi i casi, i due crown prince rappresentano il primo esempio di gestione politica della terza generazione, adottando un radicalismo che non contraddistingue storicamente né la posizione dei loro padri, né tantomeno quella dei loro nonni, in una visione del proprio ruolo costruita sull’esigenza di apparire come riformatori ma non certo riformisti.

L’attuale emiro di Abu Dhabi, nonché presidente degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Khalifa bin Zayed al Nahyan non condivide l’entusiasmo di suo fratello, il principe ereditario Mohammed bin Zayed al-Nahyan, ed è fortemente critico sul ruolo di Mohammad bin Salman, che accusa di avventurismo in Yemen e di sostegno alle formazioni di Al Qaeda nella regione. Anche sul piano delle priorità della sicurezza per Abu Dhabi, di fatto incentrate sulla lotta alla Fratellanza Musulmana, lo sceicco di Abu Dhabi considera troppo blanda la posizione saudita e ne sollecita costantemente un inasprimento.

L’unica azione che favorisce in questo momento la coesione degli interessi tra i due paesi e quella adottata contro il Qatar, che sposa l’interesse di Abu Dhabi verso una più attiva lotta alla Fratellanza Musulmana con quello di Riyadh per una più incisiva azione contro la Repubblica Islamica dell’Iran, in un matrimonio di convenienza che non sembra poggiare in alcun modo su basi solide e durature.

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