La recente attività internazionale del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha suscitato illazioni e analisi su un possibile reorientamento della politica estera turca secondo una direttrice eurasiatica. Il mese di maggio si è aperto con la visita in India, in cui il presidente turco e il primo ministro indiano Narendra Modi hanno discusso di investimenti diretti, sostegno alle piccole e medie imprese nazionali, cooperazione energetica e nel settore della tecnologica informatica e delle comunicazioni. È seguita subito la visita in Russia (3 maggio), in cui Erdoğan e il presidente russo Vladimir Putin hanno parlato della nuova centrale nucleare di Akkuyu, della vendita di sistemi missilistici S-400 per la difesa aerea e dell’avvio dei lavori da parte di Gazprom della sezione offshore del gasdotto Turkstream. Dopo una sosta intermedia in Kuwait, il presidente turco infine si è recato in Cina (14 maggio), dove ha incontrato il presidente cinese Xi Jinping e ha partecipato al vertice che ha inaugurato l’ambizioso (e per ora nebuloso) progetto OBOR (One Belt, One Road).

 

E’ il nazionalismo, e non l’islamismo, ad emergere in Turchia

I viaggi ufficiali del mese di maggio sono un tentativo di accreditarsi come attore globale anche gli occhi degli alleati atlantici o si inizia a scorgere un cambiamento strutturale nella visione strategica del governo turco? L’eurasismo turco (Avrasyacılık), cioè la dottrina che postula la necessità del potenziamento delle relazioni strategiche turche con la Russia, l’India, la Cina e il variegato mondo centroasiatico, sta diventando in auge nei circoli politici e militari, oppure i fattori geografici e gli interessi consolidati porteranno a privilegiare una sostanziale continuità degli allineamenti esistenti?

Secondo Ömer Taşpınar, le divergenze e il progressivo allontanamento della Turchia dall’orbita euro-atlantica non vanno lette come una islamizzazione del paese. Sarebbe concettualmente sbagliato confondere il piano della islamizzazione con quello della deriva autoritaria che si è accentuata dopo il tentato colpo di stato del 15 luglio 2016, tanto più che la contrapposizione portante nel campo politico turco non sarebbe più quella tra “islamisti” e “laici”, bensì quella tra due attori islamici (AKP contro Fethullah Gülen) e ancor più quella tra nazionalismo turco e movimento curdo, visto come minaccia ontologica per il futuro dello stato nazionale turco. Sebbene l’importanza dell’islam politico non possa essere del tutto dismessa, l’attore politico davvero emergente sarebbe il nazionalismo, alimentato dalla frustrazione verso l’Unione Europea e gli Stati Uniti, e sempre più orientato verso una china autoritaria. La conseguenza saliente del tentato colpo di stato sarebbe proprio la convergenza nazionalista tra AKP, MHP, e alcuni settori delle forze armate.

Mentre l’eurasismo classico (quello di Lev Gumilëv) è stato perlopiù percepito in Turchia come un costrutto antiturco e russocentrico, finalizzato a salvare dal collasso lo spazio geopolitico ex-sovietico, il neo-eurasismo (quello di Aleksandr Dugin) avrebbe secondo Özgür Tüfekçi la possibilità di diffondersi attraverso la retorica del bilanciamento della primazia americana, mentre la “quarta teoria politica” duginista permetterebbe di incorporare elementi di corporativismo nazionale alternativi a quelli della globalizzazione cosmopolita.

 

Il neo-eurasismo turco

Tre sarebbero comunque le categorie principali in cui il pensiero neo-eurasista turco potrebbe essere suddiviso. Un primo gruppo è costituito da accademici (perlopiù di dottrine strategiche e politiche) e politici afferenti all’area dell’estrema destra ultranazionalista: Ümit Özdağ, Özcan Yeniçeri, Ali Külebi, Namık Kemal Zeybek, Anıl Çeçen, Şener Üşümezsoy. In linea con il loro retroterra ideologico, il loro eurasismo appare attraversato da venature panturchiste, panturaniche, antirusse, risultando spesso in una geografia sbrindellata di territori etnicamente definiti di cui la Turchia dovrebbe assumere la guida. Ben diverso è il pensiero di un secondo gruppo, in cui si possono classificare Attilâ İlhan e Doğu Perinçek, per i quali il neo-nazionalismo (ulusalcılık) si combina con la dottrina del socialismo nazionale. La cultura nazionale e il destino comune sono visti come il risultato di un atto di volizione, non come la conseguenza di caratteristiche etniche primordiali. In questo caso, la visione geografica include tutto lo spazio ben definito dell’entroterra eurasiatico, di cui la Turchia dovrebbe essere l’attore trainante insieme alla Russia in funzione antiamericana, possibilmente aprendosi anche verso l’Iran, l’India e la Cina. Vi è poi un terzo gruppo, anch’esso costituito da accademici, strateghi e politici perlopiù prossimi allo AKP: tra essi Erel Tellal, Sami Güçlü, Nabi Avcı, Akkan Suver, Hakan Fidan (capo del MİT). Si parla per essi di eurasismo occidentalizzante, in cui la Turchia si carica del ruolo di attore significativo e non semplicemente di “ponte” tra Oriente e Occidente. Si vede qui una visione geostrategica della Turchia vista quale potenza regionale efficacemente e attivamente impegnata nella gestione delle crisi internazionali, riecheggiando alcune suggestioni ascrivibili al neo-ottomanesimo, che non è tanto un disegno di ricreare materialmente l’impero ottomano, bensì un linguaggio di legittimazione politica interna e uno strumento di soft power per aiutare la proiezione regionale della Turchia repubblicana.

Si parla infine di eurasismo kemalista per definire la visione, che sarebbe diffusa in alcuni ambienti militari, di favorire alleanze regionali strategiche con Russia e Iran per aumentare la capacità turca di peso contrattuale (leverage) nei confronti degli alleati euro-atlantici, all’interno di una visione statocentrica del mondo in cui gli elementi caratterizzanti rimarrebbero la difesa dell’interesse nazionale turco e il nazionalismo come comun denominatore“Il mondo è più grande dei cinque”, l’espressione usata da Erdoğan di fronte all’Assemblea generale dell’ONU, starebbe a indicare la preferenza per un ordine mondiale multipolare.

Secondo Ömer Taşpınar, ciò che si starebbe coagulando non è un corpus unitario di dottrine strategiche, ma una convergenza verso un “gollismo alla turca”, alimentato dalla frustrazione verso gli Stati Uniti e l’Unione Europea, dall’andamento della situazione siriana, dalla percezione di una crisi occidentale controbilanciata dalla crescita dei paesi asiatici, e infine dal persistere di una sindrome di accerchiamento. Questo gollismo in versione anatolica si esplicherebbe non solo nella rivendicazione di una piena sovranità nazionale, ma anche nella ricerca di un prestigio e di una grandeur spendibili sul piano internazionale.

 

1 COMMENT

  1. Avrei tolto gli inglesismi, attuale colonizzazione, per lo meno italiana…
    Avevamo lo stesso termitne senza fare accattonaggio.
    Per il resto, articolo molto interessante

LEAVE A REPLY