L’immediato riallineamento diplomatico perseguito dai diversi Paesi del Corno d‘Africa a seguito della crisi diplomatica tra Qatar, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti (UAE) è una cartina di tornasole dell’assertività della politica estera perseguita dalle potenze del Golfo nella regione nel corso degli ultimi anni. A pochi giorni dall’interruzione delle relazioni con Doha, Riad e Abu Dhabi hanno infatti chiesto ai loro partner nella regione di dar prova di solidarietà e unirsi alla condanna per le attività “sovversive” del Qatar. Il primo Paese ad allinearsi alle posizioni saudite è stato Gibuti, che il 7 Giugno ha annunciato il ridimensionamento delle relazioni bilaterali con Doha. La mossa ha avuto l’effetto di innescare un effetto domino: due giorni dopo il Somaliland ha dichiarato il proprio sostegno alla causa saudita, seguito a breve dal governo eritreo. Etiopia, Sudan e Somalia, invece, hanno mantenuto una posizione più equidistante, dichiarandosi neutrali e favorevoli agli sforzi di mediazione del Kuwait.

Le contraddizioni del fronte pro-saudita

La mappa dei Paesi schieratisi contro il Qatar riflette la politica contraddittoria seguita da Riad e Abu Dhabi nel Corno d’Africa negli ultimi due anni: una politica improntata più al perseguimento di obiettivi di breve periodo legati alla guerra in Yemen che alla creazione di un disegno strategico coerente. Le entità statali e semi-statali che oggi appoggiano l’isolamento di Doha sono in qualche modo periferiche rispetto alle tradizionali potenze della regione e, per di più, in accesa competizione tra loro. Se Somaliland e Eritrea già ospitano o hanno autorizzato la costruzione di basi militari nelle città costiere di Berbera e Assab, anche Gibuti avrebbe infatti firmato, nell’Aprile 2017, un accordo di cooperazione con Riad che parrebbe preludere alla costruzione di una nuova base militare saudita nell’ex colonia francese.

L’apparente allineamento sulla questione Qatar cela però delle frizioni mai sopite tanto tra le due sponde del Golfo di Aden che tra gli stessi Paesi confinanti. Il verdetto con cui una corte d’arbitrato internazionale ha rigettato a Febbraio le accuse di malversazione avanzate dal governo di Gibuti contro la compagnia di bandiera emiratina DP World, titolare della concessione sullo scalo merci gibutino di Doraleh, non ha schiarito del tutto le nubi addensatesi sulla relazione tra Gibuti e UAE sin dal 2015.

Lo stesso dicasi per i rapporti tra Eritrea e Gibuti, profondamente divise sul piano delle relazioni con l’Etiopia e dei rapporti bilaterali. Il Qatar ha immediatamente svelato queste contraddizioni all’indomani della dichiarazione pro-saudita dell’Eritrea, quando ha deciso di ritirare a titolo di rappresaglia i 450 soldati schierati sin dal 2010 lungo il confine tra Gibuti ed Eritrea a separazione delle forze armate dei due Paesi. A poche ore di distanza dall’evacuazione, il governo gibutino ha denunciato l’occupazione dei territori contesi di Ras Dumeira da parte di Asmara, paventando il timore di un riacutizzarsi del conflitto. Sebbene il rappresentante del governo eritreo presso l’Unione Africana abbia rilasciato un’intervista in cui rassicura sull’intenzione di congelare la disputa, il rischio di un’escalation militare rimane alto, come traspare dalla decisione del Consiglio di Sicurezza di indire una riunione d’emergenza per invitare le parti alla moderazione.

La mercificazione della politica nel Corno

Le vicende di questi giorni sembrano confermare la tendenza dei leader regionali a interpretare la diplomazia secondo i principi di domanda e offerta del libero mercato. Le iniziali oscillazioni dell’Eritrea rispetto alla disfida del Golfo, ad esempio, sono sembrate più il tentativo di vagliare il miglior offerente tra i partner arabi piuttosto che il risultato di valutazioni geopolitiche di medio periodo. Il 10 Giugno, alcune agenzie turche citavano una dichiarazione in arabo del Ministro per gli Affari Esteri di Asmara, il quale riteneva impossibile una posizione ostile nei confronti del Qatar dati i rapporti fraterni tra i due Paesi. Questa dichiarazione veniva smentita poco dopo dal Ministero per l’Informazione, che il 13 Giugno definiva invece l’iniziativa di Arabia Saudita e UAE come “un gesto puntuale che merita attivo supporto (…) e che va nella direzione di garantire la stabilità e sicurezza della regione”.

La posizione di Asmara non può sorprendere più di tanto dato il peso di Arabia Saudita e UAE nella gerarchia dei donatori del regime, ma rischia di frustrare i passi avanti fatti in questi mesi sul versante sanzioni internazionali. Il Qatar, infatti, ha giocato un prezioso ruolo di mediazione con Gibuti per il congelamento del conflitto di confine e il rilascio dei prigionieri di guerra: una contributo richiamato dagli stessi eritrei dinanzi alle Nazioni Unite poche settimane fa, quando la mediazione qatariota era stata citata a riprova della buona fede di Asmara e dell’illegittimità dell’embargo.

Il fronte filo-Qatar

L’attivismo di politica estera degli ultimi anni e il viaggio compiuto da una delegazione del Ministero Affari Esteri in Etiopia, Somalia e Sudan all’indomani della crisi hanno comunque preservato il Qatar da un potenziale isolamento, confermando la funzione strategica del Corno d’Africa in una prospettiva di contenimento dell’offensiva diplomatica saudita.

Se la presenza della missione d’interposizione non è stata sufficiente a guadagnare la neutralità di Gibuti e Eritrea, il ruolo di mediazione giocato dal Qatar nel conflitto in Darfur negli ultimi anni sembrerebbe invece aver allontanato, almeno per il momento, l’ipotesi di un posizionamento ostile del Sudan. La cautela sudanese non equivale a una netta presa di posizione poiché Khartoum potrebbe semplicemente negoziare il proprio sostegno diplomatico a una della parti in causa in attesa della miglior offerta, ma il viaggio non calendarizzato del presidente Al Bashir a Doha il 17 Giugno è un segnale inequivocabile di come il Sudan non intenda abbracciare acriticamente la causa di una delle parti in lotta.

Il Paese che, più di tutti, ha finora giocato un ruolo da protagonista nelle vicende del Golfo è però la Somalia, che secondo alcuni siti d’informazione avrebbe rifiutato aiuti per 80 milioni di dollari dall’Arabia Saudita in cambio della rottura dei rapporti con Doha. Il presidente somalo non ha esitato ad autorizzare l’utilizzo dello spazio aereo somalo ai velivoli di Qatar Airways al fine di aggirare parzialmente gli effetti della chiusura del confine con Arabia Saudita e UAE, rimarcando il suo sostegno al tentativo di mediazione del Kuwait.

La cautela del presidente federale Abdi Mohamed si può spiegare in parte con le tensioni che hanno caratterizzato la relazione con gli UAE durante la recente campagna per le elezioni presidenziali, quando Abu Dhabi sostenne il presidente uscente Sheikh Mohamud. Un’altra possibile spiegazione è lo stretto rapporto tra Mogadiscio e il governo turco, saldamente schierato dalla parte del Qatar, così come la vicinanza a Doha di alcuni stretti collaboratori del presidente federale, primo tra tutti il nuovo capo dello staff a Villa Somalia: l’ex giornalista di Al Jazeera, Fahad Yasin.

Ancor più importante, almeno in termini diplomatici, è stata la dichiarazione di neutralità ufficializzata dalla principale potenza politica ed economica del Corno d’Africa: l’Etiopia. La posizione di Addis Abeba è in parte il riflesso dei malumori per l’avvicinamento di Arabia Saudita e UAE all’Eritrea e la costruzione di una base militare emiratina nel Somaliland, storicamente pilastro della strategia di contenimento etiopica lungo la frontiera somala. Così come nel caso di Khartoum, anche Addis Abeba potrebbe però modificare la propria posizione in corso d’opera. È infatti notizia di queste settimane che il governo etiopico abbia deciso di investire in prima persona sullo scalo merci in corso di costruzione da parte di DP World nel porto di Berbera, puntando ad acquistare il 19% delle azioni della joint-venture. I negoziati attribuiscono agli UAE una leva di persuasione non indifferente, poiché l’eventuale trasferimento delle azioni avverrebbe a discapito della quota di maggioranza già detenuta dalla stessa compagnia degli Emirati.

 

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