Quando il 30 aprile scorso Qasim al-Rimi, al vertice della rete di Al Qaeda nella penisola arabica, affermò nel corso di un’intervista rilasciata ad al-Malahem (parte del circuito mediatico riconducibile alla stessa Al Qaeda) che le unità al suo comando erano “adesso alleate degli Stati Uniti del governo legittimo dello Yemen, nella lotta ai ribelli sciiti conosciuti come Houthi”, un profondo imbarazzo scosse l’intera alleanza che sotto la guida saudita è da oltre due anni impegnata nel conflitto in Yemen.

Si trattò della prova definitiva, soprattutto per gli Emirati Arabi Uniti – che della lotta al terrorismo sono concretamente convinti – dell’ambigua posizione saudita nella gestione del sanguinoso quanto rovinoso conflitto in Yemen. Determinando i presupposti per una spaccatura difficilmente sanabile all’interno della coalizione regionale.

 

La presenza di Al Qaeda sul fronte yemenita

L’escalation della crisi yemenita è iniziata nel 2011, con il progressivo collasso della capacità politica e di governo del presidente Saleh, e con la successiva nomina al suo post dell’ex vicepresidente Rabbo Mansour Hadi il 27 febbraio del 2012.

Quando il 22 gennaio del 2015 Hadi rassegnò le dimissioni nell’impossibilità di potare avanti alcuna politica concreta di stabilità nel paese, le milizie Houthi occuparono il palazzo presidenziale e misero agli arresti Hadi, che riuscì tuttavia poco dopo a fuggire via mare in direzione dell’Arabia Saudita, dove ritirò le proprie dimissioni e si mise a capo di un governo ricostituito grazie al sostegno dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti.

Venne quindi denunciata l’azione degli Houthi come un colpo di stato ed avviata una campagna militare sostenuta da una coalizione araba a guida saudita che è tuttavia entrata ben presto in crisi sotto il peso della strenua resistenza delle milizie sciite ribelli, che non solo hanno saputo resistere alle forze militari della coalizione, ma hanno anzi progressivamente espanso il controllo territoriale sino ad occupare Aden e mettere in profondo imbarazzo la coalizione militare avversaria.

Qasim al-Rimi

La costituzione dell’organizzazione di Al Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP) risale invece al 2009, quando più formazioni jihadiste decisero di unirsi ed aderire all’internazionale del jihadismo fondata da Osama Bin Laden. Da allora AQAP ha condotto una lunga serie di azioni terroristiche colpendo obiettivi riconducibili agli Stati Uniti o ai loro alleati regionali, mutando poi nel 2015 strategia aderendo alla campagna anti-iraniana fortemente alimentata dall’Arabia Saudita e da alcuni paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Questo mutamento di strategia ha prodotto una convergenza di interessi in Yemen con i sauditi, che ha dato vita ad una sorta di alleanza segreta e partecipazione occulta al conflitto.

Qasim al-Rimi, nel corso dell’intervista del 30 aprile scorso ad al-Malahem, ha dichiarato che le forze di Al Qaeda in the Arabic Peninsula (AQAP) sono impegnate nei combattimenti contro Ansar Allah (le milizie dei ribelli Houthi) nell’ambito di un’ampia coalizione che includerebbe numerose organizzazioni sunnite, tra cui la Fratellanza Musulmana, alcuni gruppi salafisti e “i nostri fratelli delle tribù sunnite”.

Queste unità ricevono costante supporto militare e logistico da parte degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita, secondo al-Rimi, di fatto definendo i presupposti per una sorta di cooperazione indiretta – sempre secondo quanto espresso dal vertice di AQAP – tra Al Qaeda e la coalizione a guida saudita e gli Stati Uniti.

L’Arbia Saudita ha invece costantemente smentito ogni ipotesi di sostegno alle formazioni qaediste della regione, che anzi sostiene di combattere in nome di un comune interesse con i paesi occidentali nel contrastare il jihadismo in ogni sua manifestazione. Posizione a dir poco ambigua, invero, stante il ben noto sostegno a numerose organizzazioni del radicalismo islamico, tra cui in Siria Jabhat al Nousra, notoriamente espressione della galassia di Al Qaeda.

Non è ben chiaro il perché della scelta di Qasim al-Rimi di palesare in modo così plateale la propria partecipazione al conflitto in Yemen al fianco delle forze della coalizione saudita, stante il rischio di esporre Riyadh al biasimo della comunità internazionale e soprattutto degli alleati regionali. In particolar modo quello degli Emirati Arabi Uniti, che della lotta al terrorismo e al jihadismo sono convinti sostenitori – sebbene nell’ambito di un’agenda e di un piano di lungo periodo alquanto controverso – e che sembrano essere fortemente irritati dall’ambiguità dei sauditi e dalla costante presenza delle forze di Al Qaeda in seno alle formazioni militari che combattono in Yemen.

 

Il fallito blitz americano del 29 gennaio

Sin dal suo avvio, la nuova presidenza americana sotto la guida di Donald Trump ha dichiarato di voler intensificare l’azione contro Al Qaeda ed ISIS, confermando poi di aver condotto oltre 70 azioni con droni nello Yemen a partire dal mese di febbraio del 2017.

Molte di queste azioni sono state accompagnate da successive operazioni condotte dalle forze speciali negli avamposti di AQAP in Yemen, sebbene alcune di queste si siano rivelate disastrosamente fallimentari, come quella del 29 gennaio scorso, nell’ambito della quale perse la vita un operatore del SEAL della Marina e si registrò la perdita di un mezzo aereo.

Quella stessa missione, inoltre, provocò 14 morti tra la popolazione civile di un villaggio – e tra questi una bambina di soli otto anni – alimentando polemiche ad ogni livello della politica yemenita, tanto da costringere il ministro degli esteri del governo presieduto da Hadi, Abdul-Malik al-Mekhlafi, di chiedere agli Stati Uniti la sospensione di qualsiasi operazione clandestina sul proprio territorio (richiesta poi ritirata e ufficialmente smentita).

Ciò che la stampa regionale è stata riluttante ad ammettere circa i fatti del 29 gennaio scorso, tuttavia, riguarda la natura della missione ed il contesto in cui si è svolta. Le forze americane, infatti, avrebbero condotto l’operazione convinte di poterla gestire sul terreno da un’area ritenuta sotto il controllo delle forze alleate della coalizione saudita, e quindi sicura per l’atterraggio delle squadre che da lì avrebbero dovuto procedere in direzione degli obiettivi assegnati. Al contrario, invece, all’arrivo degli americani sarebbe iniziato un violento scambio di colpi con gli uomini di una locale fazione dell’AQAP, apparentemente alleata delle stesse forze che combattono al fianco della coalizione a guida saudita.

Nel corso dei combattimenti si sarebbero registrate le perdite civili contestate agli statunitensi, oltre alla perdita di un operatore del Navy SEALS.

Sebbene difficilmente confermabili, altre fonti locali sosterebbero che ad aver condotto il team militare statunitense in quella località sarebbero stati invece gli Emirati Arabi Uniti, attraverso le indicazioni fornite da un informatore locale, allo scopo di dimostrare senza possibilità d’errore agli Stati Uniti la connivenza della forze di Riyadh con quelle della rete di Al Qaeda nella Penisola Arabica. Un’ipotesi azzardata, ma certamente non del tutto destituita di fondamento, stante il crescente risentimento di Abu Dhabi per l’ambigua condotta del conflitto da parte dei sauditi.

Un commento

Lascia un commento