Sembrano essere più gravi del previsto le condizioni del presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari, dal 7 maggio a Londra per cure mediche.

Yemi Osinbajo, il vicepresidente, ha assunto temporaneamente i poteri, smentendo sistematicamente un aggravamento dello stato di salute del presidente, invitando la popolazione a non allarmarsi.

Buhari era apparso tuttavia molto provato nelle ultime cerimonie pubbliche dello scorso aprile, ed aveva già trascorso due mesi in Gran Bretagna a febbraio e marzo per accertamenti e cure, destando preoccupazione e facendo ritenere di essere gravemente ammalato.

Il 12 giugno, infine, Reuters Africa ha ufficialmente diramato la notizia secondo la quale Buhari non rientrerà a breve in Nigeria, come precedentemente annunciato, nell’attesa di conoscere gli esisti di alcune cure cui è stato sottoposto in Gran Bretagna.

Si profila quindi la possibilità di una prosecuzione del ruolo di governo di Osinbajo, su cui gravano crescenti responsabilità per la guida e la sicurezza del paese.

 

La fragilità della Nigeria

Il lascito politico ed economico della presidenza di Goodluck Jonathan, al potere dal 2010 al 2015, è caratterizzato da un sistematico impoverimento del paese, da un livello di corruzione quasi fuori controllo e da un progressivo deterioramento della sicurezza, con il consolidamento di Boko Haram nelle regioni settentrionali del paese e della criminalità organizzata nel sud.

Non è stato tuttavia solo Goodluck Jonathan a determinare la grave crisi in cui versa la Nigeria, quanto piuttosto la classe dirigente del Partito Democratico Popolare (PDP), che ha conquistato il potere nel 1999 con Olusegun Obasanjo (riconfermato nel 2003), ha nuovamente vinto con Umaru Yar’Adua nel 2007 e poi ancora confermato il proprio ruolo nel 2011 con Goodluck Jonathan, di fatto governando ininterrottamente per 16 anni.

Una condizione di degrado cui ha cercato di porre rimedio Muhammadu Buhari, apportando riforme e un’etica di condotta della politica che hanno entusiasmato inizialmente i nigeriani, che tuttavia accusano oggi il governo di non aver saputo portare reali risultati in quasi due anni. In molti, in Nigeria, sembrano non voler tenere conto della condizione di degrado in cui il paese è precipitato nel corso dei sedici anni di governo del PDP, chiedendo riforme urgenti ed aspettandosi soluzioni immediate e risolutive soprattutto sul piano dell’economia e della sicurezza, che rappresentano i diue veri flagelli del paese.

Non è solo Boko Haram, quindi, a rappresentare una minaccia per la sicurezza del paese, ma anche la criminalità locale e gli interessi tribali delle aree meridionali, come dimostrato dalla recente incisiva azione del governo contro gli allevatori Fulani della regione del Delta, accusati di aver incrementato le rapine e gli attacchi ai villaggi e alle installazioni governative.

Il ministro dell’informazione e della cultura Lai Mohammed ha recentemente rilasciato un’intervista che ha fatto scalpore, nel corso di un programma televisivo particolarmente noto nel paese, sul canale African Independent Television.

Secondo Mohammed, lo stato di degrado in cui versa il paese è ben peggiore di quanto non si aspettasse il partito del presidente Buhari prima delle elezioni, determinando la necessità di un piano speciale di intervento che, almeno in questo momento, non prevede alcuna reale capacità di ristrutturazione delle infrastrutture nazionali.

La priorità del governo, secondo il ministro, è quella di mettere sotto controllo la sicurezza, combattere con decisione la corruzione e quindi far ripartire l’economia, mentre respinge con fermezza le accuse di fallimento mosse dai partiti d’opposizione, ribadendo anzi i successi conseguiti nel corso dei primi due anni di governo nel riportare l’ordine e la stabilità in alcune delle aree più martoriate del paese.

Poco prima delle elezioni presidenziali, ha aggiunto Mohammed, la situazione politica ed economica aveva raggiunto un limite insostenibile, come ha dimostrato una recente indagine che ha permesso di condannare 55 persone per reati di peculato, pari ad un valore di circa 1,35 trilioni di Nairi nigeriani (circa 3,8 miliardi di Euro).

Il governa cerca quindi di frenare il crescente criticismo delle opposizioni e della società, su cui pesa peraltro il sospetto che le condizioni del presidente Buhari siano ben peggiori di quanto comunicato, rischiando di comprometterne il ritorno al potere.

 

La figura di Buhari e i rischi della transizione

Muhammadu Buhari, 74 anni, è stato eletto alla presidenza della repubblica nel 2015 alla guida del partito di coalizione Congresso di Tutti i Progressisti (APC), dopo essere stato sconfitto per tre elezioni presidenziali consecutive.

Originario del nord del paese, di religione musulmana, Buhari è un ex generale dell’esercito ed è considerato un politico rigoroso e capace, sebbene i fallimenti nelle precedenti elezioni presidenziali siano stati determinati principalmente dal voto delle comunità cristiane, che lo ritenevano un musulmano radicale.

La sua decisa azione di condanna nei confronti di Boko Haram e la sua reputazione di militare integerrimo, gli hanno tuttavia permesso di convincere gli elettori delle regioni meridionali, alla ricerca di un candidati che potesse interrompere il malgoverno del PDP e l’inerzia militare di Goodluck Jonathan.

Buhari governò brevemente la Nigeria dal 1984 al 1985, dopo un golpe che aveva portato l’esercito al potere nel 1983, distinguendosi per una ferrea campagna nella lotta alla corruzione e all’indisciplina nelle forze armate.

Il periodo della dittatura militare costituisce ancor oggi una fase poco chiara – ed apprezzata – dell’attuale presidente, che da più parti è stato accusato di aver condotto violente repressioni usando il pugno d’acciaio in ogni circostanza.

Su una cosa, tuttavia, i nigeriani sembrano essere d’accordo. Buhari è un politico incorruttibile, ed è quindi ciò che serve oggi nel paese per ristabilire la credibilità delle istituzioni ed instaurare una politica virtuosa di gestione della pubblica amministrazione e dell’economia.

Un compito che solo Buhari sembrerebbe poter portare avanti – almeno agli occhi della popolazione – relegando il vicepresidente Osinbajo in una imbarazzante condizione di attesa.

L’attenzione è quindi concentrata sullo stato di salute del presidente e sulla possibilità di un suo rapido rientro in patria, che, se non dovesse avvenire, comporterebbe un serio problema per il governo e il vicepresidente – cui spetta l’esercizio del potere in assenza di Buhari – non ritenuto all’altezza del compito e quindi potenzialmente sfiduciabile sia dal Parlmento che dal governo.

 

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