Ansar al-Sharia ha comunicato ufficialmente a Bengasi il proprio scioglimento il 27 maggio scorso, ammettendo apertamente di aver subito pesanti perdite sul piano della linea di comando.

L’organizzazione jihadista, un tempo di gran lunga la più potente tra quelle operanti in Libia, partecipò sia alla caduta del regime di Gheddafi che alla successiva fase del conflitto civile, diventando nota a livello internazionale soprattutto per essere stata responsabile – sebbene nell’ambito di dinamiche ancora poco chiare – della morte dell’ambasciatore americano in Libia Chris Stevens.

 

Ascesa e caduta dell’Ansar al-Sharia

Di ISIS in Libia si iniziò a parlare nell’ottobre del 2014, in concomitanza con il ferimento in combattimento di Mohammed al-Zahawi, leader storico del locale jihadismo, che lasciò in tal modo un vuoto di potere aggravato successivamente dalla sua morte nei primi mesi del 2015.

Il jihadismo libico ha avuto tuttavia una matrice ben diversa da quella dell’ISIS, costruendo la sua storia e le sue fortune principalmente intorno alle formazioni di Ansar al-Sharia, gruppo combattente sorto al collasso dello Stato centrale durante la crisi del 2011.

Mohammed al-Zahawi ne è stato il vertice politico e militare sino a quando non è stato gravemente ferito in combattimento nell’ottobre del 2014, e sotto la sua guida l’organizzazione ha mantenuto saldamente un’identità libica e locale.

Sebbene legata ad una fondazione caritatevole particolarmente attiva nella città di Bengasi, la Al Dawa al-Islah, rendendosi spesso protagonista di estemporanee azioni sociali quali la raccolta dei rifiuti e la gestione della sicurezza urbana, Ansar al-Sharia è risultata costantemente invisa alla popolazione locale soprattutto per l’arbitrarietà della sua azione di polizia e non ultimo per i continui taglieggiamenti della popolazione civile.

Ansar al-Sharia venne di fatto cacciata dalla città Bengasi da una serie di progressive rivolte popolari, che la costrinsero a riparare verso località minori, spesso suddivisa in gruppi di più piccola entità. Nella città di Sirte e in quella di Derna, storicamente sede di una comunità particolarmente religiosa, l’organizzazione riuscì a radicarsi nuovamente, costituendo le basi per una più stabile localizzazione.

Ansar al-Sharia non è stata in grado di rappresentare una reale minaccia alla sicurezza per buona parte del 2013 e del 2014, cercando spesso di rientrare con le proprie milizie nella città di Bengasi, ma vedendosi sempre limitare la capacità d’azione dalle preponderanti milizie locali.

Ansar al-Sharia sarebbe stata destinata con ogni probabilità ad un progressivo oblio se le forze militari della città di Bengasi, cadute sotto il controllo della controversa figura del generale Haftar, non avessero alimentato la retorica dello scontro ideologico e confessionale, al fine di legittimarsi di fronte alla comunità internazionale.

È il generale Haftar che, infatti, trasformò la minaccia rappresentata da ciò che restava della capacità militare di Ansar al-Sharia, in una nuova e più cruenta forma di confronto con quella che lui stesso era uso presentare dapprima come la penetrazione di Al Qaeda in Libia, e poi dell’ISIS.

Haftar cercò di legittimare se stesso ed il suo crescente ruolo politico costruendo un avversario di portata regionale che gli garantisse il sostegno dell’intera comunità internazionale. Funzionale agli interessi dell’Egitto – che intendono dare la caccia alla Fratellanza Musulmana anche nelle regioni occidentali della Libia – Haftar si prestò dunque a diventare lo strumento militare di quella parte della comunità regionale che non intendeva concedere spazi alle organizzazioni islamiste, ricevendo aperto sostegno non solo dall’Egitto, ma anche e soprattutto dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Arabia Saudita.

La rivitalizzazione di Ansar al-Sharia prima, e della presunta presenza di ISIS in Libia poi, sono quindi espressione di un disegno politico volto a consolidare il ruolo del generale Haftar e della sua azione militare, senza in realtà avere concreto fondamento la presenza di una internazionale del jihadismo in Libia, ma con la responsabilità di avere effettivamente radicalizzato la natura dello scontro attraverso il consolidamento di forze sino a poco tempo prima sulla difensiva, se non addirittura sulla strada della disgregazione.

Per quanto concerne la presenza di ISIS in Libia, di questo si iniziò a parlare alla fine del mese di ottobre del 2014, poco dopo il ferimento del leader delle formazioni di Ansar al-Sharia, Mohammed al-Zahawi. Tale avvenimento – cui seguirà nei primi mesi del 2015 la morte – apre una competizione per il potere all’interno delle formazioni jihadiste libiche, sino a quel momento rimaste relativamente compatte sotto la leadership di al-Zahawi.

Soprattutto nella città di Derna, un gruppo di miliziani libici con una pregressa esperienza di combattimento in Iraq e in Siria nei ranghi della Brigata Battar, comprese come il momento fosse propizio e favorevole per la creazione di una locale cellula di affiliazione all’ISIS, intuendone l’elevato ritorno sotto il profilo mediatico e della percezione sociale.

Tale gruppo, rapidamente costruito intorno ad un organico di circa 300 combattenti, iniziò tra la fine del mese di ottobre ed i primi di novembre del 2014 a palesare la propria esistenza e soprattutto la volontà di imporsi al di sopra di ogni altra organizzazione jihadista regionale, adottando un copione cerimoniale che ne potesse generare la legittimità e l’effettiva affiliazione alle strutture del Califfato.

Per quanto tragicamente spettacolari siano state le manifestazioni della presenza di tale sodalizio, con il tradizionale ricorso alla più spietata violenza contro prigionieri di religione cristiana o immigrati accusati di spionaggio – e sebbene anche su tali episodi siano stati sollevati non pochi dubbi circa l’autenticità e la paternità dell’azione – le presunte cellule dell’ISIS libico hanno ben poco in comune con l’originale struttura irachena.

Ciò che prese il nome di ISIS in Libia, quindi, altro non fu se non una componente già parte di Ansar al-Sharia, che colse l’opportunità per un nuovo consolidamento del potere all’interno di una forza jihadista indebolita dalla perdita del proprio leader. Senza alcuna reale infiltrazione di cellule provenienti dall’Iraq o dalla Siria, ma attraverso il ruolo di combattenti locali con una pregressa esperienza di combattimento in quelle aree dove l’ISIS si impose gradualmente come antagonista di Jabhat al-Nusra e, quindi, della stessa Al Qaeda.

 

Un nuovo fronte unico

La ragione espressa nel comunicato per giustificare l’esigenza dello scioglimento del gruppo è primariamente connessa alla decimazione della linea di comando, che ha determinato l’impossibilità di garantire l’operatività contro le forze in particolare del generale Khalifa Haftar.

Il comunicato invita inoltre alla costituzione di un fronte unico del jihadismo, invitando le residue unità dell’Ansar al-Sharia a convergere nell’ambito di altre organizzazioni, per invigorirle e potenziarle.

Il comunicato, per quanto accolto con interesse dalla stampa internazionale, conferma in realtà una crisi già in atto da tempo all’interno dell’organizzazione, frammentata da ormai tre anni i molte piccole frange più o meno dotate di reale capacità d’azione.

È noto, come già detto sopra, che una parte degli ex appartenenti ad Ansar al-Sharia ha dato vita all’autoproclamata filiazione libica dello Stato Islamico, finendo poi per soccombere quasi integralmente sotto il peso dello scontro con le milizie di Misurata.

Altre componenti sono invece rimaste fedeli agli ideali qaedisti, riuscendo tuttavia solo in parte a riorganizzarsi operativamente dopo lo scioglimento de facto dell’organizzazione originaria.

Molti altri ancora, infine, sono transitati nelle milizie e nelle organizzazioni criminali che abbondano lungo la costa settentrionale, attratti più dal denaro che non dalla matrice ideologica.

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