La conferenza internazionale sulla Somalia tenutasi a Londra l’11 Maggio ha confermato il sostegno politico e finanziario dei donatori internazionali alla riforma del settore della sicurezza e al contenimento della crisi alimentare che sta attraversando il Paese. La possibilità che queste dichiarazioni d’intenti possano tradursi in fatti concreti dipenderà dall’eventuale scioglimento di alcuni nodi irrisolti, tanto in seno alla comunità internazionale che all’interno dello scenario politico somalo.

Il piano di riforma

Il 16 Aprile le autorità apicali delle istituzioni federali e regionali della Somalia si sono riunite a Mogadiscio per siglare un accordo sulla road-map che, entro due anni, dovrebbe portare alla creazione di un esercito e un corpo di polizia nazionale integrato. Il documento prevede l’istituzione di una forza armata di terra di 18mila uomini sottoposta all’autorità del Consiglio di Scurezza Nazionale – un organo composto dal presidente federale e dai presidenti degli stati regionali –, un corpo di 4mila uomini delle forze speciali Danab e una forza di polizia di 32mila unità, distribuite tra governo federale e governi regionali. I donatori internazionali della Somalia riunitisi alla Conferenza di Londra hanno dato il loro benestare all’accordo, presentato come un prerequisito fondamentale per affiancare la missione AMISOM nelle operazioni contro l’Al Shabaab e preparare il terreno al ritiro delle truppe dell’Unione Africana nel 2020.

 

Al netto delle dichiarazioni ufficiali, il compromesso di Mogadiscio e il sostegno incondizionato proclamato dalla comunità internazionale celano però delle contraddizioni evidenti, il cui superamento è condizione imprescindibile per il successo del piano di riforma.

Le ambiguità della comunità internazionale

La prima contraddizione che emerge dalla Conferenza di Londra è la distanza tra la conclamata volontà di sostenere l’integrazione delle forze armate federali e una prassi che va nella direzione opposta. Come sottolineato dallo stesso segretario generale delle Nazioni Unite, Guterres, la moltiplicazione dei programmi di assistenza militare è ad oggi uno dei principali ostacoli alla formazione di un autentico esercito nazionale unitario. Al momento attuale, infatti, convivono in Somalia svariate missioni di addestramento, ognuna portatrice di una propria dottrina di combattimento. Se gli Stati Uniti formano le forze speciali Danab, gli Emirati Arabi Uniti conducono un programma speculare con l’ausilio di ex ufficiali delle forze speciali australiane, mentre la Turchia ha inaugurato solo poche settimane fa un grande compound militare e un proprio programma di addestramento nella capitale. L’Unione Europea, inoltre, ha recentemente rinnovato fino al dicembre 2018 la missione (EUTM) di assistenza alla Somali National Army, affiancata dai programmi bilaterali di Gran Bretagna e Italia rispettivamente alle forze armate e di polizia. A questi devono poi aggiungersi i moduli di addestramento di Etiopia e Kenya alle milizie più o meno regolari di Ahlu Sunna e degli stati regionali di South-West e Jubbaland.

La varietà di questo mosaico è paradigmatica di come nessuno dei vari partner internazionali della Somalia sia pronto a rinunciare a uno strumento d’intervento privilegiato come l’assistenza militare e veder così ridotta la propria sfera d’influenza all’interno delle forze armate somale, anche a costo della loro perdurante balcanizzazione. Al di là delle dichiarazioni ufficiali, dunque, AMISOM rimane l’interlocutore privilegiato nella campagna contro l’Al Shabaab: un’impressione confermata dal rifiuto opposto alla richiesta del presidente Mohamed di rimuovere l’embargo sugli armamenti pesanti e dotare l’esercito somalo di equipaggiamenti più efficaci nella guerra contro l’insorgenza islamista.

Le criticità interne

Il documento programmatico del 16 Aprile non scioglie alcuni nodi fondamentali circa i rapporti di forza tra istituzioni federali e regionali. L’accordo, ad esempio, rimanda a data da destinarsi la decisione sulla distribuzione delle forze di polizia tra i vari stati membri, e non a caso: gli equilibri militari che ne risulteranno saranno dirimenti per l’esito dei conflitti di confine più o meno velati che da mesi vedono contrapposte le diverse regioni della Somalia. La cerimonia tenutasi a Kisimaio il 30 aprile, alla presenza del presidente del Jubbaland, per celebrare l’inaugurazione di un contingente di 1500 soldati e di un corpo di polizia addestrati dalle truppe keniote di AMISOM, mette in luce il rischio di una corsa al riarmo tra le varie amministrazioni regionali prima di giungere ad un compromesso formale.

Il successo del piano di riforma dipenderà poi dalla capacità di mettere in piedi un programma di smobilitazione e reintegro di quelle milizie che rimarranno escluse dai ranghi delle forze armate. Le manifestazioni di protesta inscenate davanti al Ministero della Difesa da alcune centinaia di soldati all’indomani della conferenza di Londra per chiedere il pagamento degli stipendi arretrati rendono bene l’idea di come gli incentivi economici siano cruciali per evitare che la razionalizzazione dell’apparato di sicurezza possa andare a infoltire le fila dell’insorgenza islamista.

Ogni ipotesi di riassetto non potrà comunque prescindere dal raggiungimento di un certo grado di legittimità da parte delle istituzioni regionali che dovrebbero gestire le forze di polizia. In quest’ottica, diventa sempre più urgente ridare vigore ai negoziati di pace per integrare le milizie di Ahlu Sunna all’interno dell’amministrazione del Galmudug. La decisione del gruppo islamista di non partecipare alla corsa per la presidenza regionale del Galmudug, infatti, ha svuotato di importanza le elezioni con cui, il 3 Maggio, lo stato regionale ha eletto un nuovo presidente nella persona di Ahmed Gelle “Xaaf”, dimostrando come l’impianto federale sia ancora lungi dal rappresentare le istanze delle varie componenti della società somala.

I risvolti della crisi umanitaria sul piano della sicurezza interna

Fonte: http://www.fews.net/east-africa/somalia/alert/january-16-2017

A fine aprile, le Nazioni Unite hanno ammonito i donatori sul rapido deteriorarsi della carestia nella Somalia centro-meridionale, invitandoli a uno sforzo ulteriore per fronteggiare all’emergenza. Il protrarsi della siccità, tuttavia, potrebbe rivelarsi un’opportunità per il governo federale per recuperare ulteriore terreno nei confronti dell’Al Shabaab, che occupa alcuni tra i territori più colpiti dalla carestia. Come riporta Crisis Group, nelle zone sotto il suo controllo il movimento islamista ha confermato la politica già seguita nel 2011, negando l’accesso alle organizzazioni umanitarie e istituendo un proprio programma di assistenza parallelo. Un eventuale aggravamento della crisi potrebbe però incrinare i rapporti con la popolazione locale e incentivarne lo spostamento verso aree servite dai programmi di assistenza internazionali, facilitando così le operazioni militari di AMISOM e intaccando la base fiscale degli insorti.

Non va tuttavia trascurato il rischio che una gestione poco oculata degli aiuti alimentari possa tradursi nel rafforzamento di cartelli di potere locali slegati sia dall’insorgenza islamista che dalle istituzioni federali, con conseguenze facilmente immaginabili sulle prospettive di disarmo sopra accennate. Il 10 Maggio, il presidente Mohamed ha lanciato un’operazione militare per rimuovere dei check-point illegali tra le città di Barare, Afgoye e l’aeroporto KM 50, nei pressi di Mogadiscio: una mossa, questa, che segnala la determinazione a impedire che milizie improvvisate possano capitalizzare sul controllo degli snodi stradali nell’entroterra per estorcere diritti di passaggio ai convogli umanitari, come accaduto durante la carestia del 2011.

 

 

 

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Luca Puddu PhD è un Senior Africa Analyst dell'Institute for Global Studies, dove si occupa di politica, sicurezza ed economia dell'Africa.

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