Le elezioni algerine dello scorso 4 maggio hanno confermato in pieno i timori così come le previsioni fatte alla viglia del voto.

Dei 23 milioni di aventi diritto, solo il 38,25% si è recato alle urne, facendo registrare la più bassa affluenza degli ultimi tre decenni, confermando le aspettative pre-elettorali e dimostrando che l’incessante invito rivolto dal governo ai cittadini per esercitare il diritto di voto è praticamente caduto nel vuoto.

Allo stesso tempo, il risultato delle urne ha confermato quel quadro scontato che tutti gli algerini si aspettavano, con il predominio parlamentare del Fronte di Liberazione Nazionale e dei suoi alleati del Raduno Nazionale per la Democrazia, che ha ottenuto 261 seggi su 462, conquistando in tal modo la maggioranza ed assicurandosi la continuità di governo.

 

La disillusione dell’elettorato

Gli algerini hanno dimostrato con grande chiarezza alle forze politiche nazionali il proprio disamoramento per le istituzioni, disertando i seggi e lasciando che la massa elettorale “di flusso” facesse il suo ruolo, e confermasse ancora una volta quegli equilibri politici che ormai sono in pochi a riconoscere come legittimi e funzionali all’interesse del paese.

Grazie alla riforma costituzionale del 2016 sono entrati in Parlamento 17 nuovi partiti, che ottengono tuttavia pochi seggi restando per lo più confinati nell’oblio di un sistema da sempre dominato da equilibri consolidati ed apparentemente immutabili.

Non hanno avuto miglior sorte le forze di opposizione e soprattutto le formazioni islamiste, che hanno conquistato appena 67 seggi, ponendosi come terza forza politica nazionale dopo quelle del Fronte di Liberazione Nazionale e dei suoi alleati e quelle del Fronte delle Forze Socialiste e del Raduno per la Cultura e la Democrazia.

L’elettorato algerino sembra quindi non nutrire più alcuna reale aspettativa dalle istituzioni, diserta le urne, umilia i partiti di regime, ma a gran voce chiede nelle strade riforme economiche e lotta alla corruzione.

La politica tradizionale non sembra interessare più gli algerini, che accettano passivamente la sottomissione a quello che a tutti gli effetti è un regime, ma dal quale esigono adesso risposte e soluzioni concrete.

Il messaggio di queste elezioni è stato recepito con grande chiarezza dall’establishment di governo: gli elettori disertano le urne per dimostrare al regime l’ipocrisia di un sistema ormai ingessato e senza possibilità di evoluzione in chiave democratica. Al tempo stesso, tuttavia, manifestano pienamente e consapevolmente il proprio dissenso su quelli che presentano come i temi chiave per la tenuta dell’ordine sociale e l’integrità delle istituzioni: crescita economica, occupazione e lotta alla corruzione.

L’esperienza della guerra civile ha disincantato gli algerini rispetto all’ipotesi di una transizione politica di stampo democratico. Il regime reagì barbaramente alla vittoria degli islamisti, e questi ultimi dimostrarono di non essere poi diversi dai loro carnefici, avviando una spirale di sangue quasi decennale che ha profondamente trasformato il contesto politico nazionale.

Non è attraverso le urne o le istituzioni che gli algerini intendono o ritengono di poter mutare il corso della disastrosa china politica di questi anni, ma non intendono al tempo stesso accettare passivamente qualsiasi teatrale manifestazione del regime, sancendo di fatto un patto di coesistenza costruito sull’accettazione dello status quo da una parte, e sulla richiesta di effettivi progressi nell’economia (e a cascata sul benessere della società). Un equilibrio che il regime non riesce – e con ogni probabilità non riuscirà – a garantire, stante il disastroso andamento dell’economia globale da una parte, con il crollo dei prezzi del mercato petrolifero, che interessa in modo diretto il cuore dell’economia algerina, e l’impossibilità di costruire effettive politiche virtuose all’interno di istituzioni dominate da gerarchie di secondo piano del tutto incapaci ed autoreferenziali.

Le misure economiche adottate nel corso del 2016 sono state del tutto inefficaci, incrementando anziché diminuendo l’insoddisfazione. La svalutazione della moneta e la riduzione dei sussidi ai prezzi di alcuni generi di largo consumo hanno determinato un profondo malcontento, determinando un vero e proprio cambio nelle abitudini alimentari e comportamentali degli algerini.

 

Il limbo della politica algerina

L’intero sistema politico dell’Algeria è intrappolato in un limbo generato dall’impossibilità di avviare un virtuoso processo di transizione generazionale all’interno dell’establishment, che deve quindi perpetuare in modo ormai pateticamente inappropriato il ruolo del novantenne e malridotto presidente Bouteflika.

È lui, a distanza di oltre due decenni, e nonostante una malattia che ne ha ridotto le capacità quasi complessivamente, l’ago della bilancia che tiene insieme l’ormai vacillante apparato politico-ideologico di quella componente rivoluzionaria che conquistò l’indipendenza del paese nel 1962, ma lo costrinse ben presto in una gabbia autoritaria ed autoreferenziale, che ancor oggi intrappola il paese e la sua società.

L’intero paese è come paralizzato, in attesa di quei cambiamenti e quelle riforme che tutti auspicano e nessuno riesce ad apportare, paralizzando non solo la politica e lo sviluppo della società ma anche – e soprattutto – l’economia, strangolata da inefficienza, corruzione e complessiva inadeguatezza del sistema.

Nessuno si aspetta che sia l’anziano e malridotto Bouteflika ad apportare il necessario ed improcrastinabile cambiamento nel paese, mentre un po’ tutti ne attendono la morte credendo che solo allora si potrà voltare pagina ed indirizzare la politica del paese in direzione di una trasformazione che ne consenta l’emancipazione dal retaggio ideologico della generazione rivoluzionaria.

La realtà, tuttavia, mostra l’evidenza di una classe politica nel suo complesso – anche tra i quadri più giovani – del tutto inadeguata al perseguimento dei compiti invocati ed attesi dalla popolazione. Nessuna delle attuali figure di vertice del paese potrà o saprà muovere alcun passo anche all’indomani della morte di Bouteflika, rendendo in tal modo l’esigenza di un poderoso mutamento all’interno delle istituzioni un’esigenza improcrastinabile.

È questo il messaggio che gli algerini lanciano al regime, dimostrando con i fatti di voler del tutto delegittimare l’attuale classe dirigente, chiedendo un impegno al regime per forzare in direzione di un reale e concreto cambiamento, che impedisca in ogni modo l’instabilità o il ricorso ad una nuova ondata di violenza come all’epoca della guerra civile.

La “palla” passa quindi adesso nelle mani del nuovo premier nominato da Bouteflika – o chi per lui – lo scorso 24 maggio, Abdelmadjid Tebboune, 71 anni, già ministro dell’habitat. Anziano, uomo dell’apparato di regime, distante dalla società e soprattutto dai più giovani, è altamente improbabile che Tebboune possa rivelarsi la soluzione di cui ha bisogno l’Algeria per voltare pagina e trasformarsi in un paese moderno e pluralista.

Il limbo della politica algerina sembra quindi volersi perpetuare, con il rischio tuttavia che la pesante crisi economica agisca questa volta come elemento propulsore di un malcontento non più contenibile con la mera astensione dal voto.

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