Il compromesso

Il 2 maggio scorso, il generale Khalifa Haftar e il presidente Fayez al-Serraj si sono incontrati ad Abu Dhabi, dopo che Haftar aveva precedentemente rifiutato di incontrare al Cairo al-Serraj attraverso la mediazione dell’Egitto.

Le discussioni tenutesi nella capitale degli Emirati arabi uniti aprono nuovi scenari nella crisi libica. Secondo le indiscrezioni riportate da più fonti giornalistiche, i due leader avrebbero concordato su cinque punti.

Prima di tutto gli accordi sottoscritti nel dicembre 2015 a Skhirat in Marocco per la costituzione a Tripoli di un governo di unità nazionale sostenuto dalle Nazioni Unite e guidato da al-Serraj dovranno essere emendati con la formazione di un nuovo Consiglio di presidenza formato non da nove persone, come si era stabilito a Skhirat, ma da soli tre membri: il presidente del governo di Tripoli, al-Serraj, il presidente del parlamento di Tobruq, Aghila Saleh, e il comandante delle forze armate libiche, Haftar. Inoltre Haftar e al-Serraj sosterranno la dissoluzione di tutti i gruppi armati e le milizie, l’opposizione a ogni tipo di interferenza esterna in materia di sicurezza ed esercito, il rispetto di tutte le decisioni giudiziarie libiche e il rifiuto dell’insediamento dei migranti in Libia.

Un nuovo equilibrio incerto

Dall’estate del 2014, la partita per il controllo dello Stato in Libia si è giocata tra due fronti che hanno visto opporsi il gruppo dirigente del parlamento in esilio a Tobruq e quello del vecchio Congresso generale nazionale, il parlamento di Tripoli, resuscitato dal Partito giustizia e costituzione di Misurata legato al network internazionale dei Fratelli musulmani. A Tobruq i politici sono sempre più andati a traino dell’uomo forte dell’Est, il generale Hatar che, prima, nella primavera del 2014 aveva lanciato la cosiddetta Operazione dignità contro le forze islamiste nel paese che fu poi all’origine della crisi dell’estate successiva e della spaccatura tra i due parlamenti (e governi) libici.

Haftar, che diceva di agire agli ordini del parlamento neoletto rifugiatosi a Tobruq, in realtà finì per dettare la linea politica a Tobruq grazie all’appoggio del governo egiziano di Abdal Fattah al-Sisi e, più recentemente, di quello russo di Vladimir Putin. A Tripoli invece è stato il gruppo dirigente di Misurata, legato ai Fratelli musulmani e forte dell’appoggio del Qatar e della Turchia, a imporsi come principale forza politica nell’Ovest del paese.

Il governo di unità nazionale, letteralmente di accordo nazionale, voluto dalle Nazioni Unite, ha con difficoltà preso forma nel 2016 nel tentativo di mediare attraverso i due fronti di Tobruq e di Tripoli. Il governo di al-Serraj non è mai riuscito a prendere pienamente il controllo di Tripoli e alcuni ministeri chiave sono rimasti in mano al vecchio primo ministro Khalifa al-Ghawil che ha tentato in almeno due occasioni di rovesciare il governo di al-Serraj, mentre il gruppo dirigente di Misurata andava rafforzandosi – piuttosto che relativizzando il suo potere nella nuova cornice del governo voluto dalle Nazioni Unite – per il ruolo decisivo che le forze militari di Misurata hanno avuto nella lotta contro il ramo libico dello Stato islamico a Sirte.

Se il governo di al-Serraj aveva goduto del pieno appoggio delle Nazioni Unite e dell’Occidente, Italia e Stati Uniti in primis, il compromesso di Abu Dhabi rappresenta sicuramente una correzione di rotta e in definitiva promette di segnare un punto importante a favore dell’asse internazionale alternativo a quello capeggiato da Stati Uniti e Italia, ossia quello che fa capo a Emirati, Egitto e Russia.

Il nuovo Consiglio di presidenza ristretto aumenta significativamente il peso politico di Haftar, che ha dalla sua Aghila Saleh e sembra dunque aver ridotto al-Serraj alla minoranza. Il compromesso di Abu Dhabi è sicuramente una sconfitta per la linea italiana, che tuttavia dopo il cambio alla presidenza degli Stati Uniti, aveva perso l’appoggio del suo alleato più importante. Nonostante lo sforzo di esserci a tutti i costi in Libia con la riapertura dell’ambasciata a Tripoli e l’invio di un contingente militare a protezione dell’ospedale da campo allestito a Misurata durante la guerra contro le forze del Califfato, l’Italia senza gli Stati Uniti non ha la forza per far da sola ed è stato probabilmente proprio lo sfilarsi degli Stati Uniti a costituire una premessa determinante per la chiusura della partita al ribasso: al ministro degli Esteri italiano in visita a Tripoli lo scorso 6 maggio non è rimasto che dichiarare il pieno sostegno dell’Italia al compromesso di Abu Dhabi.

Il considerevole rafforzamento di Haftar prefigura un governo di unità nazionale libico dove il potere civile finirebbe per essere subordinato a quello militare così come è già nel rapporto con Tobruq e così come del resto è nell’Egitto di al-Sisi, il principale alleato di Haftar. Ad Haftar resta però da superare lo scoglio della legge libica di interdizione dai pubblici uffici di tutti coloro che avevano in precedenza servito nel regime di Gheddafi.

Sicurezza

La partita libica è prima di tutto una partita militare, ancor prima che politica. Il quadro delle forze presenti sul campo è estremamente frazionato. Nell’Ovest del paese, le forze di Misurata e quelle di Zintan si sono confrontate in una guerra durata tutta l’estate del 2014 dalla quale Zintan è uscito sconfitto, tuttavia la vittoria di Misurata non si è mai tramutata in un pieno controllo del territorio della capitale che ha continuato a essere suddivisa tra la presenza militare di più gruppi armati che seguono agende loro proprie, improntate a garantirsi risorse economiche e il controllo di spezzoni dell’apparato statale, piuttosto che volte ad affermare una vera e propria agenda politica.

È vero che la capacità militare di Misurata è andata ampiamente rafforzandosi nella guerra a Sirte contro il Califfato quando sono stati massicci gli aiuti e gli addestratori stranieri arrivati a Misurata, ma è anche vero che sono stati molti i giovani di Misurata a perdere la vita nei combattimenti. Inoltre Misurata non ha mai avuto la possibilità di candidarsi realisticamente a formare il nucleo di un nuovo esercito nazionale: le brigate di Misurata restano sostanzialmente legate a una dimensione regionale e politica ben precisa.

D’altra parte è stato Haftar a riuscire ad accrescere sempre di più le forze militari a lui sottoposte e a farne – al di là della retorica – l’embrione di un potenziale nuovo esercito nazionale inglobando progressivamente nei suoi ranghi un numero crescente di ex militari del vecchio regime di Gheddafi provenienti da diverse realtà del paese.

A questo proposito è stato di certo decisivo l’appoggio dell’Egitto e della Russia, ma anche della Francia: la morte nel luglio 2016 di tre soldati francesi che si trovavano su un elicottero abbattuto delle forze di Haftar ha rivelato la spaccatura all’interno del fronte occidentale e una linea politica francese almeno parzialmente diversa da quella di Italia e Stati Uniti.

Resta da sciogliere il nodo del rapporto tra Haftar e Misurata che non passa affatto per al-Serraj; rimane perciò l’incognita di una nuova guerra tra Misurata e Haftar. Al contrario un accordo tra Misurata e Haftar sarebbe l’unica vera premessa credibile per lo scioglimenti dei tanti altri gruppi armati nel paese. Intanto il paradosso politico è che in questo nuovo scenario il ruolo di Sarraj potrebbe finire facilmente per essere ridimensionato non solo da Haftar, ma anche da Misurata per effetto di quella che sarebbe sicuramente una convergenza impropria.

Migrazioni

Ultimo punto del compromesso di Abu Dhabi è il rifiuto dell’insediamento dei migranti in Libia. Senza dubbio la questione dei flussi migratori e soprattutto il loro contenimento è andata sempre più intrecciandosi tanto con le dinamiche del conflitto in Libia, quanto con quelle di una sua possibile soluzione. Dopo che lo scoppio della guerra civile nel 2011 provocò il collasso del sistema di controllo e contenimento dei flussi realizzato a seguito del Trattato italo-libico del 2008, l’Italia e l’Unione europea hanno sempre dimostrato un grande interesse a ripristinare, per quanto possibile, quel tipo di sistema sicuritario.

L’Italia tornò a sottoscrivere un’intesa in tema di controllo delle migrazioni con le nuove autorità libiche nel febbraio 2012 e poi una terza nel gennaio 2017, nonostante la condanna il 23 febbraio 2012 dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per le politiche di respingimento in alto mare dei migranti volute dall’Italia.

Le nuove autorità libiche, tanto quelle di Tripoli quanto quelle di Tobruq, hanno bisogno di accreditarsi a livello internazionale, ancora più di quanto poteva averne Gheddafi, e allora lo scambio con il controllo dei flussi continua a essere una partita chiave nel rapporto tra il versante interno ed esterno della crisi libica, tanto più che lo smuggling dei migranti è divenuto un’attività estremamente redditizia non più, come poteva essere in passato, per alcuni criminali, ma per interi gruppi armati che controllano parti del territorio libico.

Sia Haftar, sia al-Serraj sanno bene che per l’Europa e l’Italia in primis il contenimento dei flussi è una priorità non negoziabile: si può discuterne modi e tempi di realizzazione, ma la necessità di arginare i flussi è fuori discussione al punto che dalle pressioni politiche si è sempre più passati allo strumento militare.

Dal 2015 opera nello scacchiere mediterraneo una missione navale militare europea denominata “Sophia” che ha il mandato di contrastare le attività dei passeurs e le reti criminali attraverso il Mediterraneo, ma sempre più l’Europa sta impiegando anche uomini in territorio libico, allo scoperto o sotto copertura, non solo nella partita a sostegno di Haftar o di al-Serraj, ma anche per questioni legate al contenimento dei flussi. Allora si capisce perché da parte libica tenere sotto controllo i flussi significhi anche limitare le ingerenze esterne nel campo della sicurezza e dell’esercito come recita il terzo punto del compromesso di Abu Dhabi. Proprio questo punto rischia però di essere quello più difficile da conseguire: nella crisi libica le posizioni di attori e referenti esterni sono talmente radicate che a tratti si fa fatica a distinguerle da quelle degli attori locali e delle loro agende.

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