Il porto di Hodeida ha sempre rivestito un’importanza cruciale nell’economia dello Yemen, soprattutto in conseguenza della sua posizione strategica nel Mar Rosso, atta a favorire l’accesso più diretto in direzione delle province settentrionali e soprattutto della città di Sana’a.

Hodeida è di fatto il secondo porto dello Yemen, dopo Aden, e dispone di 8 moli che possono accogliere navi di grandi dimensioni con un pescaggio di quasi 10 metri. Le infrastrutture portuali contano poi 12 capannoni per un totale di 21.000 metri quadrati, cui si aggiunge uno spazio esterno per lo stoccaggio delle merci di circa 1 milione di metri quadrati e un altro di circa 300.000 metri quadrati per la disposizione dei container.

Attraverso Hodeida transitavano – ed entro una certa misura ancora transitano – la gran parte del riso e del grano destinato al consumo locale, nonché il 70% circa delle merci destinate al paese, attraverso quello che sino al 2014 era certamente l’approdo di connessione alla più agevole rete di collegamenti terrestri del nord del paese.

Da circa tre anni lo scalo portuale di Hodeida è sotto il controllo delle forze militari degli Houthi, per i quali rappresenta il principale scalo marittimo e il centro nevralgico degli interessi economici e logistici sul Mar Rosso, attraverso il quale transitano la quasi totalità delle derrate alimentari e dei medicinali destinati ad alleviare le sofferenze della popolazione delle aree settentrionali del paese. Ma anche le armi e le munizioni.

 

Il prossimo obiettivo della coalizione saudita

Il comando della coalizione militare a guida saudita impegnato in Yemen è impegnato in questo momento in una fase di delicata pianificazione per la conquista del porto di Hodeida, con l’intento di strangolare la capacità di resistenza degli Houthi ed eliminare quello che, oltre alle derrate alimentari e ai medicinali, è considerato dai sauditi come il principale punto di accesso delle munizioni e degli armamenti dirette ai ribelli sciiti.

La conquista del terminal di Hodeida non è tuttavia facile, e i sauditi vorrebbero convincere gli Stati Uniti a fornire appoggio militare – navale e terrestre – a supporto della coalizione, che sul terreno incontra da tempo difficoltà di dimensioni sempre maggiori.

Il conflitto yemenita inizia tuttavia a raggiungere le pagine dei principali organi di informazione internazionali, dopo un periodo di quasi totale oblio, lasciando intuire non solo gravità del conflitto e la devastazione portata dalle operazioni aeree condotte dalla coalizione a guida saudita, ma anche e soprattutto la penosa condizione della popolazione civile, stremata dalle bombe, dalla fame e dalle malattie che sempre più frequentemente dilagano nel paese.

Non poche organizzazioni umanitarie, invece, hanno trasmesso rapporti ai principali governi e alle istituzioni internazionali, denunciando l’andamento del conflitto e dichiarando apertamente che un’operazione militare su Hodeida potrebbe determinare la più grave crisi umanitaria dell’ultimo quarto di secolo.

Le stesse Nazioni Unite hanno giudicato le conseguenze di un possibile attacco ad Hodeida come catastrofiche, soprattutto se le infrastrutture portuali dovessero restare pesantemente danneggiate nel corso dei combattimenti, compromettendo ogni futura capacità di utilizzo.

Anche un gruppo di parlamentari statunitensi, sia di area democratica che repubblicana, ha inviato una lettera al Segretario della Difesa Jim Mattis per chiedere il disimpegno americano in Yemen e, soprattutto, negare qualsiasi forma di cooperazione per le operazioni di conquista di Hodeida. Lettera che segue di poche settimane quella scritta da altri 55 parlamentari che chiedono al Procuratore Generale Jeff Sessions di obbligare il presidente a chiedere l’autorizzazione del Congresso prima di pianificare qualsiasi operazione militare in Yemen.

Ciononostante, il comando delle forze saudite vorrebbe organizzare un attacco terrestre dal mare, preceduto da un pesante bombardamento aereo, ma non dispone di alcuna unità militare in grado di poter condurre operazioni di questa natura, dovendo necessariamente ricorrere all’aiuto di forze esterne, che cercano quindi trovare nel rapporto con gli Stati Uniti.

Non si tratterebbe in ogni caso di un’operazione semplice nemmeno per le forze degli Stati Uniti, che si troverebbero immediatamente coinvolte in una battaglia che si annuncia feroce, all’interno di un centro urbano totalmente ostile e caratterizzato dalla presenza di combattenti capaci e motivati, che, di fatto, hanno già sconfitto sul terreno buona parte delle forze della coalizione a guida saudita.

L’interesse degli Stati Uniti in Yemen

Gli Stati Uniti ritengono che la conquista di Hodeida potrebbe determinare – dopo la perdita anche della città di Taiz – una maggiore disponibilità degli Houthi al negoziato, di fatto in chiave di una semi-resa, rendendo pertanto il rischio connesso all’operazione nella città portuale del Mar Rosso non solo accettabile, ma anche e soprattutto necessario per uscire dall’impasse del conflitto.

Un calcolo politico e militare azzardato, secondo la gran parte degli analisti, che invece paventano non solo l’impossibilità di una soluzione militare, ma soprattutto la concreta possibilità di una crisi umanitaria di enormi proporzioni.

Gli Stati Uniti hanno almeno due ragioni di interesse in seno al conflitto yemenita, sebbene altrettante dovrebbero spingere alla cautela. La prima ragione è certamente quella connessa alla necessità di combattere le forze del jihadismo presenti nella penisola arabica, impedendone l’espansione in termini di interessi e capacità d’azione. La seconda è invece connessa alla necessità di arginare una presunta capacità dell’Iran di espandere il proprio ruolo – e la propria capacità destabilizzante – in Yemen, attraverso una relazione prioritaria con i ribelli sciiti Houthi che potrebbe pregiudicare la sicurezza della navigazione nello stretto di Bab el Mandab.

Se in questi termini un interesse degli Stati Uniti potrebbe apparire logico e lineare, una più attenta analisi delle circostanze non può che sollevare almeno un paio di obiezioni. La prima è connessa alla lotta al jihadismo, che rischia di mettere in grave imbarazzo l’amministrazione USA stante l’evidente legame tra le formazioni di Al Qaeda e quelle di una parte della coalizione internazionale, soprattutto nell’ambito delle forze più vicine all’Arabia Saudita. Come il fallito blitz militare dello scorso gennaio ha confermato, l’ambiguità nelle relazioni tra le formazioni jihadiste e quelle della coalizione dovrebbero essere oggetto di una più attenta revisione nel rapporto tra Washington e Riyadh, nell’ottica di una chiarezza oggi necessaria per non screditare impegno militare americano nella regione.

La seconda valutazione concerne invece il ruolo dell’Iran e l’interesse degli Stati Uniti a contrastarne il ruolo nella regione. I ripetuti tentativi di dimostrare che l’Iran abbia trasferito agli Houthi sofisticati armamenti anti-nave sono ad oggi risultati vani, convincendo al contrario sempre più gli analisti di una accresciuta capacità locale – probabilmente grazie al contributo iraniano, questa volta sì – di adattare armamenti presenti in loco ad usi più ampi rispetto a quelli originali.

La gran parte delle perdite subite dalla coalizione nello stretto di Bab el Mandab, quindi, è imputabile più alla scarsa capacità operativa delle forze stesse che non al ruolo dell’Iran, imponendo anche in questi caso per gli Stati Uniti la necessità di una riflessione ad ampio raggio, che valuti l’interesse complessivo di Washington nella regione.

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