Le avvisaglie di un profondo malcontento all’interno delle forze armate della Costa d’Avorio si erano già registrate lo scorso gennaio, quando una prima rivolta aveva sollevato il caso degli stipendi non versati e della grave crisi economica che interessa il paese.

Il 12 maggio scorso, invece, sono stati oltre 8000 i militari che si sono ammutinati, e tra loro in gran parte ex combattenti delle Forze Repubblicane della Costa d’Avorio (FRCI), chiedendo al governo il pagamento degli arretrati e la regolarità nell’erogazione dei salari alle forze armate, dopo mesi di continui ritardi, parziali pagamenti e proposte di compensazione che sempre meno sembrano piacere ai militari locali.

 

La crisi economica e il mercato del cacao

La principale ragione che ha portato il governo ivoriano ad accumulare consistenti ritardi nell’erogazione degli stipendi al personale militare – e non solo quello – è da individuarsi nella profonda crisi che interessa il mercato del cacao, che rappresenta un comparto chiave dell’economia locale.

I prezzi del cacao hanno raggiunto lo scorso febbraio il prezzo di mercato più basso mai registrato nel corso degli ultimi anni, facendo registrare sulla borsa di Londra – dove è quotato – una flessione del 37% rispetto al 2011, che sul mercato significa 1.600 sterline a tonnellata.

Il 2016 è stato un anno record (valori pari a 2.546 sterline la tonnellata) in conseguenza di eventi climatici straordinari che hanno generato una flessione temporanea della produzione in Africa e Sud America, senza tuttavia modificare in alcun modo il trend si sovrapproduzione in atto da quasi sei anni, che ha progressivamente eroso il valore del cacao provocando squilibri economici di non trascurabile entità in buona parte delle aree tradizionali di produzione.

A fronte di una produzione in costante aumento, peraltro, si registra una flessione altrettanto costante nei consumi, con una media compresa tra il 2 e il 3% nelle principali aree di consumo del Nord America e dell’Europa.

Il prezzo del cacao risente inoltre degli andamenti del mercato a seguito della Brexit, essendo quotato in sterline inglesi – caso ormai assai raro – sulla Borsa di Londra.

Pressoché immediate le conseguenze in Costa d’Avorio, che produce circa il 40% del cacao mondiale e dove lavorano nel settore circa 800.000 contadini, cui viene corrisposto oggi un compenso di € 1,07 al chilo, con una decurtazione del 36% rispetto agli anni precedenti.

Il valore del prezzo di mercato è invece stabilito in base al sistema del Coffee and Cocoa Council, emanazione del Fondo Monetario Internazionale, creato allo scopo di stabilizzare i prezzi e contenere l’eccesso di volatilità, cui la Costa d’Avorio ha aderito nel 2012.

La produzione del 2017 dovrebbe infine assestarsi intorno ai 2 milioni di tonnellate – un vero e proprio record – che, combinata al milione di tonnellate del Ghana dovrebbe rappresentare circa il 70% della produzione mondiale, spingendo quindi inesorabilmente al ribasso le quotazioni.

Il governo della Costa d’Avorio non ha quindi particolari strumenti per fronteggiare la crisi in modo indipendente, dovendo gestire il calo dei profitti in modo traumatico soprattutto all’interno dell’amministrazione pubblica, dove ha ridotto gli stipendi e ritardato il pagamento degli stessi in alcuni comparti, tra cui la difesa.

Da più parti si vocifera di una strategia per proporre alla comunità mondiale dei produttori di cacao di ridurre contestualmente la produzione globale, ma nessuno dei produttori tradizionali sembra poter effettivamente predisporre un piano di tagli di questa natura, che comporterebbe un aggravamento della crisi nell’immediato a fronte di dubbi risultati nel medio e lungo periodo. Determinando in tal modo uno stato di crisi generalizzato di cui non si vede né la fine né tantomeno la soluzione.

 

La rivolta dei militari e degli statali

Il presidente Alassane Outtara ha dovuto fronteggiare a gennaio una prima crisi all’interno dell’apparato della difesa, con una rivolta poi rientrata dopo la promessa di versare arretrati pari a circa 7500 euro ad ogni soldato, che ha tuttavia chiaramente fornito l’immagine del clima di profondo nervosismo all’interno delle forze armate e più in generale nell’apparato statale.

Gli arretrati chiesti dai militari ivoriani sono in larga parte connessi ad una sorta di “premio”, del valore di 18.000 euro, promesso dal governo – dopo la crisi del 2010 che portò all’insediamento del presidente Ouattara e all’arresto del suo predecessore, Laurent Gbagbo – ad ogni ex combattente del FRCI per deporre le armi ed essere integrato nell’esercito nazionale. Tale premio è stato incassato solo parzialmente dagli ex ribelli, che ne richiedono quindi il saldo oltre al pagamento degli arretrati sugli stipendi.

La rivolta della scorsa settimana, è stata quindi promossa da circa 8400 uomini di alcune unità in tre diversi centri urbani del paese – la capitale Abidjan, Daloa e Bouakè – che hanno questa volta anche occupato le principali arterie di comunicazione facendo registrare incidenti nei quali una persona ha perso la vita e alcune decine sono rimaste ferite.

A nulla è servito l’ordine del governo di rientrare nelle caserme, e altri focolai di violenza si sono sviluppati in prossimità dei posti di blocco, rendendo la situazione particolarmente rischiosa e instabile.

Il presidente ha quindi avviato una mediazione con gli insorti, offrendo 5 milioni di franchi a parziale compensazione del premio e dei salari non erogati, che i militari hanno tuttavia rifiutato chiedendone almeno 7 e la garanzia di una veloce compensazione sulla parte non ancora corrisposta, per un totale di 12 milioni di franchi a militare. I militari – di cui la gran parte comprende ex ribelli, poi transitati nei ranghi dell’esercito dopo la crisi del 2010/11 – ritengono di dover incassare individualmente circa 10.000 euro, tra stipendi non erogati e “premio di fedeltà” della guerra civile, oltre ad arretrati accumulati sul precedente esercizio finanziario.

Gli ammutinati hanno diramato comunicati in cui precisano che l’azione non è volta a sovvertire il potere del presidente Ouattara, a quale riconfermano la propria fedeltà, ma solo per esigere quanto di loro spettanza dal governo. Molti di questi militari hanno combattuto nei ranghi dei ribelli nella guerra civile con cui è stato deposto l’ex presidente Laurent Gbagbo, oggi detenuto dalla Corte Penale Internazionale con l’accusa di crimini contro l’umanità, ed è per questa ragione che hanno insistito nel sottolineare il loro sostegno al presidente, smentendo voci inizialmente circolate che parlavano di un tentativo di colpo di Stato.

A preoccupare gli analisti internazionali è invece adesso la ripresa delle violenze, successivamente al rifiuto della mediazione presidenziale. Unità dell’esercito regolare si sono scontrate con quelle degli ammutinati lo scorso sabato 13 a Bouakè, dovendo tuttavia poi ripiegare in conseguenza della consistente risposta da parte di questi ultimi, che non hanno esitato ad impiegare l’artiglieria per scoraggiare l’avanzata delle forze governative.

La situazione è quindi degenerata anche nella capitale Abidjan, dove scontri sono stati registrati nell’area del porto, e a Daloa, la principale città dell’economia del cacao, sotto totale controllo degli ammutinati.

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