Ha avuto luogo ad Abu Dhabi il 2 maggio scorso un vertice fra Serraj, il capo del Consiglio di Presidenza nato dagli Accordi di Skhirat del dicembre 2015, e Heftar, il generale che domina l’est del paese e non riconosce quegli accordi.

L’incontro, definito da qualche fonte positivo, è stato in realtà del tutto inconcludente: i due hanno emesso comunicati separati nei quali si possono ravvisare alcune convergenze, tuttavia in termini talmente generici da non significare nulla. Quel tanto di concreto che si ravvisa nei comunicati, conferma invece la forte diversità delle posizioni.

Heftar auspica la fine dell’embargo ONU sulle armi, che è un obbiettivo coerente con le sue aspettative di vittoria militare, certamente non con la prospettiva di un compromesso. Serraj conferma invece la necessità di “costituire delle forze armate sotto il controllo civile”. E così via.

Il fallimento dell’incontro è preoccupante. La diplomazia è in un vicolo cieco, mentre le crepe politiche si moltiplicano e nel sud del paese è in atto un conflitto che facilmente potrebbe trasformarsi in un’altra guerra civile, dopo quella del 2014. Difficile intravvedere una via d’uscita.

 

Il controllo delle forze armate e l’inclusione dei leader politici restano i nodi da sciogliere

Nel 2016 gli sviluppi hanno convinto la comunità internazionale, e in particolare i paesi maggiormente coinvolti nella crisi, come l’Italia, che il percorso iniziato con gli accordi di Skhirat non ha alcuna prospettiva. Perciò è subentrata la convinzione che sia necessario rivedere quegli accordi onde consentire una soluzione più inclusiva. Tuttavia, questo orientamento può essere inteso in due modi.

Un primo modo è di dare soddisfazione ai leader dell’est del paese, prima di tutto ad Heftar, il capo dell’Esercito Nazionale Libico, e poi ad Aguila Saleh, il presidente della Camera dei Rappresentanti di Tobruk. I due intendono essere inclusi in un assai più ristretto Consiglio di Presidenza e vogliono l’eliminazione dell’articolo 8 degli accordi di Skhirat (che sottomette le forze armate al potere politico del Consiglio Presidenziale, togliendolo quindi sia a Heftar che a Saleh). Questa è la richiesta massima che il negoziato dovrebbe ovviamente ricondurre a soluzioni più condivisibili e meno megalomani.

Un secondo modo è di riprendere il negoziato includendo in esso i diversi leader effettivi del paese, lasciando loro il compito di trovare un accordo di maggioranza emarginando gli estremismi. In questo negoziato dovrebbero essere inclusi anche i leader militari più significativi, come nel percorso riproposto da Frederic Wehrey e Wolfram Lacher con l’avvertenza che “a new negotiating framework will have to deal with the thorny issue of representation for key political constituencies and military forces across the country”. Certamente l’individuazione di queste “key political constituencies” e dei loro leader politici e militari è molto ardua, ma è proprio qui che il capitale dell’ONU e l’influenza degli attori esterni dovrebbe essere speso. Ed è ancora qui che dovrebbero essere gettate le basi per una riforma del settore della sicurezza che non è mai stata tentata.

Al principio del 2017 l’ipotesi di lavoro era più quella della seconda modalità, piuttosto che la prima. La guida della diplomazia è stata però presa dai “vicini” della Libia – Algeria, Egitto e Tunisia con l’appoggio degli europei – e di fatto è quindi prevalsa la prima modalità, con l’idea di accomodare Heftar tramite un vertice con Serraj.

In questa scelta c’è innanzitutto – come già nel passato – un deficit di onesta mediazione, dato che i “vicini” l’hanno messa nelle mani del Cairo e di Abu Dhabi, attori di certo non neutrali rispetto alla crisi.

Nel quadro degli sforzi dei “vicini”, Algeri e Tunisi dovevano essere meno timidi e assumersi loro un ruolo di mediazione e leadership, invece che lasciarlo ai patroni orientali di Heftar e Saleh.

L’errore di fondo però è di credere che ci sia una simmetria fra Heftar e Serraj tale da consentire alla formula del vertice di lavorare.

Malgrado varie debolezze, Heftar e Saleh dispongono di una base di potere decisamente più compatta – o, se si preferisce, meno frammentata – di quella di Serraj e del Governo di Accordo Nazionale (GAN). Se Heftar fa un accordo, con il vertice può rischiare qualche (superabile) obiezione di Saleh, ma resta comunque in grado di mantenerlo.

Al contrario, Serraj difficilmente può trascurare i suoi colleghi nel Consiglio di Presidenza. Questo Heftar e Saleh lo sanno, rendendo qualsiasi impegno di Serraj non è politicamente attendibile, o solo parzialmente.

La base politica in Tripolitania è molto più frammentata di quanto possa esserlo in Cirenaica. L’insuccesso e la debolezza del GAN e di Serraj hanno alimentato spinte centrifughe mai sopite. La liberazione di Sirte ha potuto sembrare come l’inizio di un rafforzamento di Serraj. In realtà in termini libici l’operazione è stata strategicamente miope perché, da un lato, non ha prodotto consenso nella popolazione (opportuni investimenti nella rete elettrica sarebbero stati più utili) e, dall’altro, lasciando libero Heftar di occupare la ”mezzaluna petrolifera” ha allarmato gli islamisti rivoluzionari, che non a caso hanno iniziato l’attuale campagna contro Heftar tra Giufra e Sirte.

Nei mesi recenti Khalifa Ghwell, il vecchio leader islamista del Congresso Generale Nazionale, è tornato in azione cercando di rovesciare Serraj dentro Tripoli. Soprattutto una parte delle milizie di Misurata si è alleata con Ghwell contro Serraj, e il pilastro della moderazione di Misurata, su cui si è retta la relativamente pacifica transizione successiva alla guerra civile del 2014, potrebbe venir meno. Nell’insieme c’è una risorgenza islamista non moderata (mentre i Fratelli Mussulmani continuano ad appoggiare Serraj) e contro un ritorno del fronte rivoluzionario, un fronte che deve emarginare il moderatismo che l’ONU è riuscito a estrarre proprio da Misurata negli anni di Léon.

Dunque, è necessario riprendere in mano il filo di una diplomazia più efficace e diffusa, come indicano Wehrey e Lacher. Ma si può fare? L’Europa è troppo divisa. Dovrebbe esserci una scelta idonea degli USA. Sappiamo, dopo quello che Trump ha detto a Gentiloni, che gli USA non intendono occuparsene direttamente. Ciò non esclude, anzi incentiva, un adeguato sforzo. Ma se la scelta di Trump fosse quella del proconsolato Sisi-Heftar diverrebbe un ostacolo insormontabile per gli europei. Taglierebbe fuori non solo gli europei ma anche i maghrebini e gli africani, senza peraltro portare a una soluzione stabile. Anzi potrebbe portare alla ripresa di un conflitto ancora più grave ed esteso.

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