Gli Stati Uniti sostengono la Somalia nella guerra all’al Shabaab

La nuova guerra al terrorismo somalo intende colpirne le sorgenti del sostegno finanziario

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Tra i primi provvedimenti voluti dal nuovo presidente somalo Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmajo, quello che ha certamente destato il maggiore interesse sul piano internazionale è l’aver dichiarato la Somalia una “zona di guerra”, adottando di conseguenza una postura straordinaria nella gestione di quei fenomeni sino a ieri definiti più genericamente come meri “atti di terrorismo”.

Quali conseguenze sul piano pratico porterà la “dichiarazione di guerra” del presidente, e verso chi in particolar modo, è stata dichiarata la guerra?

 

La militarizzazione delle istituzioni

All’indomani della dichiarazione con cui ha definito la Somalia una “zona di guerra”, il presidente Abdullahi Mohamed si è presentato al pubblico vestendo la mimetica da combattimento delle forze armate somale, senza indossare alcun grado sull’uniforme. In molti hanno letto questa decisione come un preciso messaggio: da oggi si cambia registro e come capo delle Forze Armate scende in campo per combattere in prima persona la guerra che deve essere combattuta contro tutto l’insieme delle forze che impedisce la normalizzazione della Somalia.

Non indossa un grado, il presidente, perché non intende sostituirsi ai vertici dell’esercito nella condotta delle operazioni militari e d’investigazione contro il jihadismo, la corruzione e il malgoverno, ma indossa l’uniforme per sancire e ribadire il proprio ruolo e la centralità dello Stato nella conduzione di questa nuova difficilissima fase di transizione politica e militare.

Il presidente lancia tuttavia anche un chiaro messaggio in termini di obiettivi: lottiamo contro l’al Shabaab non in quanto tale, ma perché questo rappresenta il prodotto e lo strumento di quell’intreccio di interessi che paralizza la Somalia e la condanna ad uno status quo di sottosviluppo funzionale agli interessi economici della criminalità internazionale, somala e non. Un messaggio chiaro, con esplicito riferimento alla diaspora economica, alla criminalità internazionale e al vasto intreccio di interessi del commercio illecito, del traffico di armi e della speculazione. Che non esclude attori internazionali di rilievo.

Il presidente ha quindi sostituito il vertice dell’intelligence (Abdullahi Mohamed Ali) e delle forze armate (Gen. Mohamed Ahmed Jimale), il sindaco (Thabit Abdi) e il capo della polizia (Gen. Abdihakim Said), ha chiesto e discretamente ottenuto il sostegno degli Stati Uniti – che hanno inviato a Mogadiscio elementi delle forze speciali ed equipaggiamenti sofisticati per la guerra elettronica – ed ha infine lanciato un ultimatum alle molte formazioni sul campo, concedendo sessanta giorni per arrendersi e godere di un’amnistia, o prepararsi a fronteggiare quella che si annuncia come una nuova e del tutto diversa guerra.

 

L’al Shabaab e il ruolo di Mogadiscio

Non si è fatta attendere la prima risposta dell’al Shabaab, che il 5 aprile ha fatto saltare in aria un ristorante di Mogadiscio, provocando la morte di sette persone e il ferimento di molte altre, lanciando un messaggio di sfida alla nuova strategia presidenziale, cercando al contempo di ristabilire gli equilibri di forza nella percezione della popolazione.

Colpire Mogadiscio significa colpire la Somalia, nell’ottica di una concezione sempre valida che vede nella capitale il vero ed unico fulcro della politica e dell’economia somala, l’unico con un valore simbolico e di immagine su cui vale la pena di investire per dimostrare le proprie capacità.

Anche il presidente, tuttavia, condivide questa visione, ed è su Mogadiscio che intende investire buona parte delle sue limitate capacità nella prima fase di questa nuova guerra ai potentati del jihadismo e della criminalità.

La sicurezza della capitale – non a torto – è diventata la priorità del governo presieduto da Mohamed Abdullahi Mohamed, nell’ottica di lanciare un segnale chiaro alla comunità internazionale e alle stesse forze che alimentano ed entro una certa misura controllano sia le milizie che le formazioni radicali islamiche. Ricostruire la credibilità dalla sicurezza della capitale è l’obiettivo numero uno del governo somalo, perché senza stabilità a Mogadiscio è impensabile ristabilire l’ordine nella Somalia.

Non è sfuggito all’al Shabaab quanto differente sia – e possa sempre più essere in futuro – l’approccio di questo nuovo presidente, che la milizia islamista si è affrettata a definire come “apostata”, nell’intento di trasformarlo in un bersaglio e al tempo stesso nel tentativo di allontanarne quanto più possibile il sostegno della popolazione.

Sono rimasti poco meno di tre anni al governo per ristabilire una volta per tutte la stabilità e la sicurezza del paese, prima della partenza nel 2020 delle oltre 22.000 unità di personale che compongono la forza multinazionale a guida dell’Unione Africana presente nel paese.

 

Il ruolo degli Stati Uniti e la prima vittima americana

Gli Stati Uniti credono nell’impegno politico del nuovo presidente – che è tra l’altro anche cittadino statunitense, avendo a lungo vissuto a Buffalo, nello stato di New York – e hanno deciso di sostenerne l’impegno garantendo l’invio del primo contingente ufficiale di militari in Somalia dopo il disastroso episodio della missione Restore Hope.

Il presidente Donald Trump ha approvato il 30 marzo scorso il provvedimento che inserisce la Somalia nelle “Aree con Attività Ostile”, concedendo quindi all’apparato militare maggiore autonomia e flessibilità nell’organizzazione delle attività sul campo.

Non è la prima volta, in realtà, che unità militari degli Stati Uniti operano in Somalia dopo Restore Hope, avendo Washington gestito numerose operazioni segrete sia durante le fasi del conflitto sostenuto dall’Etiopia, sia in epoca successiva soprattutto per l’addestramento delle forze speciali dell’unità d’élite Gaashaan (lo “scudo”, in somalo, altresì conosciute come Danab, o “fulmine”).

Questo contingente è tuttavia il primo a sostenere ufficialmente lo sforzo militare delle autorità centrali somale, e costituisce al tempo stesso un netto mutamento nella posizione degli Stati Uniti nei confronti del Corno d’Africa.

Non è stato ufficialmente comunicato il numero dei militari che gli Stati Uniti hanno dispiegato in Somalia – la stampa ha parlato di “dozzine” – mentre la rivista Foreign Policy sostiene che siano stati inviati poco meno di 50 uomini della 101° Divisione Aviotrasportata, con il solo compito di fornire sostegno alle attività di addestramento. È stata tuttavia confermata anche la presenza degli uomini del Seal della marina degli Stati Uniti, come purtroppo dimostrato dalla perdita di un operatore nel corso di un’azione militare contro le milizie dell’al Shabaab lo scorso 4 maggio.

Gli scontri in cui è morto il militare americano si sono svolti nei pressi della cittadina di Barii, a poco meno di un centinaio di chilometri ad ovest della capitale somala, mentre era in corso un’operazione guidata dalle forze militari nazionali, sostenuta da specialisti statunitensi. Secondo voci non confermate, altri due operatori del Seal sarebbero rimasti feriti nell’azione.

L’obiettivo dell’operazione sarebbe stato una fattoria vicino al villaggio di Dare Salaam, dove l’al Shabaab avrebbe ridislocato la redazione della propria stazione radio Andalus. Sarebbero stati uccisi nell’intervento almeno sei miliziani delle forze islamiste, tra cui la gran parte dei giornalisti dell’emittente radiofonica.

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