Libano al bivio

Nuova legge elettorale o terza estensione del mandato parlamentare?

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A Lebanese election official counts ballots after the polling station closed during Beirut's municipal elections in Lebanon, May 8, 2016. REUTERS/Mohamed Azakir - RTX2DDGR

Il Libano fluttua nell’ennesimo pantano politico. L’attuale parlamento, eletto nel 2009 e prorogato ben due volte, nel 2013 e nel 2014, arriverà a scadenza il prossimo 21 giugno senza essere riuscito, a distanza di quattro anni dalla sua scadenza naturale, a realizzare ciò che giustificava la duplice estensione: raggiungere il consenso su una nuova legge elettorale e andare oltre l’attuale sistema maggioritario basato sul principio confessionale. La politica libanese si trova dunque a un bivio: riuscire in un mese a fare ciò che non è stata in grado di fare in otto anni oppure rassegnarsi a una terza estensione del mandato parlamentare, rimandando ulteriormente il riassetto delle istituzioni politiche statali.

Al fine di guadagnare tempo e riattivare il dibattito, il 12 aprile il presidente ‘Awn ha giocato d’anticipo. Facendo ricorso all’articolo 59 della costituzione il Presidente della repubblica ha aggiornato di un mese l’attività parlamentare e ha dichiarato: «Il Documento dell’Accordo Nazionale [Accordi di Ta’if, nda], che è parte integrante della Costituzione, prevede che le elezioni parlamentari debbano avere luogo secondo una nuova legge elettorale». In questo modo l’attività parlamentare riprenderà il 15 maggio e, nel frattempo, le forze politiche avranno il tempo – questa è la speranza – per accordarsi su una nuova legge e scongiurare una terza estensione. È la prima volta in tutta la storia del Libano che un presidente della repubblica fa ricorso all’articolo 59.

Sebbene sia difficile immaginare come sarà possibile recuperare in un mese ciò che non si è riusciti a fare in 27 anni di Seconda repubblica, le forze politiche hanno immediatamente riavviato il dibattito. Tuttavia, a giudicare dalle rispettive dichiarazioni, la natura confessionale del sistema elettorale non è minimamente al centro del dibattito. L’oggetto del contendere è confinato al metodo di assegnazione dei seggi. Dunque, in buona sostanza, lo scontro è tra chi preferisce un proporzionale puro (Hezbollah e alleati) e chi vorrebbe mantenere lo status quo del maggioritario (Mustaqbal e alleati). All’interno di questa forbice, aleggiano proposte come quella di Bassil, Ministro degli esteri e delfino di ‘Awn, che cercano di contemperare i due sistemi attraverso un complicato sistema misto di collegi proporzionali e maggioritari. Tali proposte hanno trovato consenso solo nelle Forze libanesi, per il semplice motivo che favorirebbero la rappresentanza maronita a discapito delle comunità cristiane minori.

 

Il sistema del “confessionalismo politico”

Il sistema politico-istituzionale libanese è, come noto, costruito attorno al principio del “confessionalismo politico” (ta’ifiyya siyasiyya). Retaggio del dominio mandatario francese, tale principio prevedeva la modellazione dell’apparato istituzionale sulle undici comunità confessionali presenti in Libano. Al momento dell’indipendenza formale (1943) il confessionalismo politico venne riconfermato attraverso il Patto nazionale (al-mithaq al-watani), l’accordo verbale tra i rappresentanti delle diverse comunità confessionali col quale si sanciva la ripartizione delle più alte cariche istituzionali tra le diverse comunità. L’importanza del Patto nazionale è tale per cui la sua consuetudine è considerata prassi costituzionale a tutti gli effetti.

Sebbene gli Accordi di Ta’if (1990) non avessero eliminato il confessionalismo politico, limitandosi a emendare l’assetto istituzionale, questi prevedevano l’obiettivo di superarlo, demandando però alla classe politica futura modi e tempi per raggiungere tale scopo. Più precisamente, il preambolo della costituzione, emendata da Ta’if, enuncia che «l’eliminazione del confessionalismo politico è un fondamentale obiettivo della nazione», e l’art. 95 conferisce alla Camera dei deputati il compito di «prendere gli appropriati provvedimenti per realizzare l’eliminazione del confessionalismo politico secondo un piano di transizione». Tali previsioni, a oggi, non hanno visto alcuna realizzazione effettiva.

È dunque evidente come la riforma delle istituzioni libanesi in senso non-confessionale debba passare prima di tutto dalla approvazione di una legge elettorale non-confessionale. Da Ta’if a oggi, però, ogni tentativo di riforma è stato rimandato per via delle aspre divergenze tra le forze in campo. Un disaccordo che si è riverberato anche su altre questioni dirimenti, come ad esempio le elezioni del Presidente della repubblica.

 

L’attuale sistema elettorale

A oggi le elezioni della Camera dei deputati sono normate dalla Costituzione e dalla legge elettorale. L’articolo 22 della carta costituzionale prevede espressamente l’elezione di una «Camera dei deputati su base nazionale non-confessionale [‘ala asas watani la ta’ifi]». L’articolo 24 rimanda invece alla legge elettorale per ciò che concerne composizione, numero e metodo di elezione dei deputati. Tuttavia, nello stesso articolo è previsto che, fino a quando non verrà abbandonato il criterio confessionale, si rispettino i seguenti principi: eguale rappresentanza tra Cristiani e Musulmani e rappresentanza proporzionale sia delle comunità confessionali sia delle aree geografiche.

La legge elettorale attualmente in vigore (l. 25 dell’8/10/2008), definita con gli Accordi di Doha, si basa su un sistema maggioritario e prevede l’elezione dei 128 deputati ripartiti secondo il criterio di appartenenza confessionale: 34 maroniti, 27 sunniti, 27 sciiti, 14 greco-ortodossi, ecc. I deputati sono eletti in 26 circoscrizioni territoriali (da’ira) che corrispondono, grossomodo, alle amministrazioni territoriali (qada’). A ciascuna da’ira è attribuito un numero prestabilito di deputati, dai 2 ai 10, ripartiti proporzionalmente tra le varie confessioni. Ad esempio, nella circoscrizione dello Shuf, eterogenea dal punto di vista confessionale, vengono eletti in totale 8 deputati, di cui 2 sunniti, 2 druzi, 3 maroniti e un greco-cattolico; mentre nella da’ira di Nabatiyye, a stragrande maggioranza sciita, vengono eletti in totale 3 deputati, tutti sciiti.

A differenza dell’elettorato passivo, l’elettorato attivo non è a base confessionale. Questo significa che, ad esempio, un elettore druzo dello Shuf ha diritto di esprimere le 8 preferenze per i candidati di tutte le confessioni. In questo modo egli potrà votare per 2 druzi, 2 sunniti, 3 maroniti e un greco-cattolico. Il sistema di elezione è di tipo maggioritario a livello di da’ira. Questo significa che vengono eletti coloro i quali, per ciascuna confessione, ottengono il maggior numero di voti.

 

Quali scenari?

In un contesto politico che dovrebbe dare la priorità al superamento del confessionalismo politico e dare attuazione alla riforma costituzionale già tracciata dalla costituzione medesima, la discussione politica preferisce concentrarsi sulla definizione delle da’ira, sul metodo di elezione dei deputati e, in definitiva, sulla distribuzione dei pesi specifici di ogni singola forza politica. La battaglia si gioca dunque attorno al mero calcolo elettorale, secondo la logica del guadagnare più seggi possibili o, alla peggio, perderne il meno possibile.

In tale quadro sembrano profilarsi due plausibili scenari. Il primo è quello in cui le forze politiche non riusciranno a raggiungere un accordo sulla nuova legge elettorale e, per scongiurare un pericolosissimo vuoto di potere, si renderà necessaria una terza proroga del mandato parlamentare, secondo la logica del “è meglio avere un cattivo governante che non averne affatto”. In tal caso la crisi di legittimità del parlamento sarà evidente e questo dovrà dare prova di credibilità, non solo con l’approvazione di una nuova legge elettorale ma anche attraverso delle riforme costituzionali che portino al superamento del confessionalismo politico.

Il secondo scenario possibile si delinea con l’approvazione di una nuova legge elettorale che, però, non intaccherà il criterio confessionale. In questo caso spetterà al prossimo parlamento mettere in atto le riforme costituzionali. Oltre a queste due ipotesi è difficile attendersi che le forze politiche riusciranno a trovare un accordo su una legge elettorale non-confessionale o, ancora più improbabile, a dare attuazione a tutte le previsioni di riforma delle istituzioni nazionali. Un quarto scenario, quello del vuoto politico, è forse il meno probabile, ma, sicuramente, sarebbe il più drammatico. Ed è quello che nessuno auspica.

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