La visita del Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni negli Stati Uniti e Canada dal 19 al 21 aprile è stata in buona parte concepita per discutere dei grandi temi di interesse dell’Italia nel Mediterraneo, Libia e migrazioni in primis, e per rafforzare il legame tra Roma e Washington dopo il palese sbilanciamento dell’ex premier Renzi in direzione del candidato democratico Clinton nella passata campagna elettorale. Il risultato della visita di Stato è tuttavia deludente sotto molti aspetti.

Non è venuta meno la portata e l’intensità dell’alleanza tra Italia e Stati Uniti, questo è chiaro, ed anzi Trump ha più volte rimarcato come l’Italia sia un alleato chiave per Washington in Europa, soprattutto in tema di sicurezza e gestione degli equilibri politici regionali.

Non c’è alcuno spazio di manovra, invece, per riportare l’interesse degli Stati Uniti nel Mediterraneo e in Libia in modo particolare, lasciando in tal modo l’Italia sempre più isolata nell’ambito di una collocazione politica di fatto ormai quasi unica e del tutto particolare.

Il presidente Gentiloni ha accettato di partecipare ad un evento organizzato del think tank CSIS (Center for Strategic and International Studies) poco prima del suo incontro con Donald Trump, di fatto anticipando alla stampa i grandi temi di discussione con il presidente. L’intervento di Gentiloni al CSIS, dal titolo “Sicurezza nel Mediterraneo come chiave di volta della stabilità globale: l’impegno comune dell’Italia e degli Stati Uniti”, ha tracciato dapprima una quadro storico sulla rilevanza del Mediterraneo, quale elemento di congiunzione tra popoli, culture ed economie diverse sin dagli albori della storia, per poi affrontare il tema dei grandi mutamenti politici degli ultimi anni.

I grandi flussi migratori sono la conseguenza – ha proseguito Gentiloni – delle tante crisi che interessano il continente africano e il Medio Oriente, riversando nel Mediterraneo coloro che fuggono non più alla ricerca del benessere ma della salvezza e della pace.

Le priorità dell’Italia nel Mediterraneo sono essenzialmente tre, ha aggiunto il Presidente del Consiglio. La prima è quella di gestire i flussi migratori in direzione dell’Europa; la seconda è quella di stabilizzare le aree di crisi nel Medio Oriente e in Africa; e la terza è quella di riuscire nella lotta contro il terrorismo, ed in particolare contro lo Stato Islamico.

Sul primo punto, Gentiloni ha chiesto maggiore impegno della comunità internazionale nella gestione dei flussi migratori, non solo attraverso la gestione dei flussi nel Mediterraneo ma anche con l’adozione di politiche concrete per lo sviluppo economico e sociale nelle aree di provenienza. L’idea di un “migration compact” lanciata dall’Italia in Europa nel 2016 è funzionale all’idea condivisa delle responsabilità e delle solidarietà internazionali, che devono essere il presupposto per la gestione di fenomeni di così imponente portata.

Sul secondo punto il Presidente del Consiglio ha richiamato l’attenzione sulla necessità di una cooperazione globale per arginare le sfide politiche e della sicurezza che sempre più intensamente si affacciano sul Mediterraneo, citando palesemente il caso della Libia ed affermando senza esitazioni che il ruolo dell’Italia e degli Stati Uniti è di fondamentale importanza per ristabilire gli equilibri travolti dalla guerra civile scoppiata nel 2011.

Sul terzo ed ultimo punto, invece, Gentiloni si è congratulato per i risultati ottenuti da Washington in Siria ed in Iraq con l’adozione della sua strategia multi-dimensionale, confermando l’impegno dell’Italia nella lotta allo Stato Islamico attraverso la cooperazione con gli attori regionali. Auspicando ancora una volta una sinergia concreta con gli Stati Uniti per l’implementazione costante delle strategie anti-terrorismo.

Per affrontare queste sfide è necessario rafforzare il legame transatlantico ed impegnarsi concretamente per la sicurezza e la stabilità, argomenti che saranno anche al centro del dibattito nel G7 a presidenza italiana, e che verterà in particolar modo sulla gestione della mobilità umana, della stabilità nell’Africa sub-sahariana e in Medio Oriente, sullo sviluppo sostenibile, sull’educazione e sulla prevenzione del terrorismo.

L’integrazione economica del Mediterraneo è secondo Gentiloni la chiave del successo per conseguire la stabilità regionale, attraverso una crescita omogenea dell’area euro-mediterranea, con la partecipazione di tutti gli attori interessati al suo sviluppo e alla sua stabilità.

Una nuova pace di Westfalia è quindi necessaria nel Mediterraneo, ha concluso Paolo Gentiloni, nell’ottica di un interesse comune che non può essere trascurato e posticipato, e solo un rafforzamento dell’asse transatlantico può garantire il successo di questa strategia.

Un discorso sicuramente efficace sul piano emotivo, che tuttavia non ha apportato alcun elemento di innovazione rispetto alla perdurante incapacità europea di gestire i propri interessi regionali, non convincendo quindi appieno gli interlocutori d’oltreoceano. Gentiloni richiama i temi ormai ben noti – quanto disattesi – del processo di Barcellona del 1995 e della necessità di investire sullo sviluppo economico e sociale nelle aree del Maghreb e del Sahel, senza tuttavia spiegare come l’Europa possa nella pratica conseguire questo risultato, o anche solo condividerlo politicamente in una fase di frizioni e fratture senza precedenti, che certo non lasciano spazio all’ottimismo e alla progettualità comune.

L’Italia si è presentata quindi a Washington per discutere sulla sicurezza comune portando deboli argomenti concettuali e fattuali, con un interlocutore che ha già ben chiaramente esposto i termini e le regole di una futura collaborazione con gli Stati Uniti sul piano della NATO e a livello bilaterale. L’impegno comune si costruirà, nell’ottica di Trump, attraverso una più rigorosa partecipazione europea agli impegni assunti in sede NATO, soprattutto sul piano della contribuzione finanziaria all’alleanza, e non sul continuo ricorso al ruolo “necessario” degli Stati Uniti e del suo apparato militare.

È stata quindi una vera e propria doccia fredda per Gentiloni l’incontro con il presidente Trump dopo l’intervento al CSIS. Trump, pur rinnovando la solidità del rapporto tra Washington e Roma, ha tuttavia energicamente escluso qualsiasi ipotesi di intervento americano in Libia, sia sul piano militare che su quello della politica.

“Non vedo alcun ruolo per noi in Libia”, ha affermato Trump nel corso dell’incontro con Gentiloni, “perché l’America ha già abbastanza ruoli nella gestione delle crisi mondiali”.

Gli Stati Uniti sono prioritariamente interessati a sconfiggere lo Stato Islamico, e quando avranno compiuto questa missione si concentreranno sulla “ricostruzione della propria nazione”, ha tagliato corto Trump, di fatto concedendo spazio di manovra solo nell’ambito della lotta al terrorismo, escludendo qualsiasi ipotesi di coinvolgimento nella soluzione della crisi che ancor oggi lacera la Libia impedendone la ripresa economica e sociale.

La visita a Washington si conclude quindi con un nulla di fatto sulla questione della Libia e del Mediterraneo, ma certamente rafforza il legame tra l’Italia e gli Stati Uniti, transitando dall’aperto sostegno di Renzi ad Obama e ad una successione in casa democratica, in direzione di una fase più pragmatica e realista. I cui tempi e modi saranno dettati dall’agenda degli interessi nazionali degli Stati Uniti e non dalla necessità di gestire il rapporto transatlantico in una chiave funzionale primariamente agli interessi europei.

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