Il 13 aprile è caduto il quindicesimo anniversario della sentenza della commissione d’arbitrato sulla disputa di confine tra Etiopia ed Eritrea. Il perdurare della situazione di “né guerra né pace” tra i due Paesi è alla radice di molte delle tensioni che attraversano il Corno d’Africa e, indirettamente, l’Europa stessa, come ha ricordato l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell’Unione Europea (UE) Federica Mogherini. La ricorrenza è stata l’occasione per riaprire il dibattito sul futuro delle relazioni bilaterali e del regime di sanzioni imposto all’Eritrea dalla comunità internazionale.

Territori assegnati all’Eritrea ma reclamati dall’Etiopia

Con noi o contro di noi

Il richiamo dell’Alto Rappresentante alla necessità di “demarcare il confine in linea con quanto stabilito dalla commissione d’arbitrato” è stato interpretato da alcuni come un segnale di apertura nei confronti di Asmara. Non è un mistero, infatti, che il governo eritreo abbia letto il silenzio di Stati Uniti e Unione Europea sul rifiuto etiopico a evacuare i territori contesi e, a partire dal 2009, le sanzioni per la politica di Asmara verso Somalia e Gibuti, come prove del pregiudizio ostile della comunità internazionale, utilizzandole poi ad uso interno per legittimare uno stato d’emergenza permanente e l’estensione ad libitum del servizio di leva.
Le dichiarazioni rilasciate dal governo eritreo in occasione della ricorrenza hanno mostrato chiaramente come la sindrome da accerchiamento continui a permeare il discorso politico sul rapporto tra Asmara e l’Occidente. Il Ministro per l’Informazione Yemane Gebre Meskel, ad esempio, ha liquidato come “timido e pieno di imprecisioni” il comunicato della Mogherini:

Anche gli editoriali sui media più vicini ad Asmara hanno richiamato le responsabilità storiche di Stati Uniti e Unione Europea, colpevoli di aver utilizzato due pesi e due misure nei confronti delle parti in conflitto in nome di superiori interessi geopolitici.

La questione sanzioni

La decisione del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti di imporre nuove sanzioni contro la marina militare Eritrea ha inevitabilmente contribuito a rinverdire l’ipotesi del complotto: il provvedimento è stato infatti percepito come l’ennesima dimostrazione della parzialità di Washington, poiché il capo d’accusa addebitato ad Asmara – l’acquisto di equipaggiamento militare dalla Corea del Nord in violazione dell’embargo a Pyongyang – non è stato finora contestato all’alleato etiopico, a sua volta storico partner commerciale del regime coreano nel settore degli armamenti.

L’imminente discussione dinanzi al Consiglio di Sicurezza sul rinnovo delle sanzioni internazionali all’Eritrea potrebbe però rappresentare un’occasione per rivedere le modalità di interlocuzione dell’UE e rafforzare la posizione degli elementi più moderati in senso all’establishment eritreo. La complessità della posizione eritrea rispetto al dialogo con i Paesi occidentali ben emerge dall’intervento del 13 aprile del rappresentante di Asmara presso le Nazioni Unite. Se, da un lato, il governo eritreo ha chiesto la rimozione delle sanzioni alla luce del fatto che, negli ultimi anni, il Monitoring Group non abbia trovato prove di collusioni con il movimento islamista Al Shaabab e che Asmara abbia acconsentito a risolvere la disputa di confine con Gibuti attraverso la mediazione del Qatar, dall’altra è rimasto fermo nel vietare l’accesso al Paese agli osservatori del Gruppo. Tale contraddizione è stata giustificata proprio in ragione della presunta ostilità pregiudiziale di alcuni Paesi “che hanno dichiarato apertamente di non voler rimuovere le sanzioni anche nel caso il Monitoring Group dovesse essere autorizzato a visitare l’Eritrea”.

Un nuovo corso nella politica etiopica?

Se la rigidità della posizione eritrea è in parte giustificata dal miglioramento della situazione economica interna a seguito dell’inizio delle operazioni di estrazione mineraria e dal rafforzamento delle alleanze con Egitto, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, alcune recenti analisi apparse su dei think tank etiopici suggeriscono invece una possibile riflessione all’interno della coalizione dell’Ethiopian People’s Republic Democratic Front (EPRDF) sul futuro dei rapporti con il vicino.
Fino ad oggi, l’Etiopia ha subordinato l’inizio del processo di demarcazione all’ottenimento di più ampie concessioni politiche, tentando di isolare il regime eritreo per favorire l’ascesa di una classe dirigente più incline al compromesso. Questa strategia si è rivelata vincente fintanto che Addis Abeba è riuscita a proiettarsi dinanzi ai partner internazionali come un’oasi di stabilità e buon governo in contrasto con un’Eritrea rappresentata come “Stato canaglia”, ma ha iniziato a mostrare il fianco in corrispondenza con l’inizio della crisi politica interna e il riallineamento delle alleanze regionali.
In quest’ottica, l’audizione tenutasi il 9 marzo dinanzi al Congresso degli Stati Uniti ha dato grande visibilità ai movimenti d’opposizione nella diaspora, i quali hanno potuto utilizzare il proscenio di Capitol Hill per denunciare la chiusura dello spazio politico etiopico e chiedere una stretta diplomatica da parte di Washington. La fine dell’idillio incondizionato con i donatori è stata ribadita il 18 aprile, quando il primo ministro Desalegn Hailemariam ha negato il diritto d’accesso alla missione indipendente richiesta da Nazioni Unite e UE per indagare sulla repressione delle manifestazioni di piazza degli ultimi due anni.
La decisione di rinnovare lo stato d’emergenza per altri 4 mesi ha d’altronde certificato come la crisi politica interna sia lungi dall’essere risolta. Il provvedimento è stato giustificato con la necessità di contenere gli agitatori che ancora operano in diverse aree del Paese, ma potrebbe riflettere anche la preoccupazione per l’attività di gruppi armati sostenuti dall’esterno: secondo il sito d’opposizione Abbaynews, ad esempio, nelle ultime due settimane il movimento Ginbot 7 avrebbe compiuto diversi attentati non riportati dalla stampa ufficiale.

Etiopia: mappa politica

Politica interna e diplomazia

Un’altra possibile spiegazione del rinnovo dello stato d’emergenza è la competizione sotto traccia all’interno di una coalizione di governo che, a dispetto dei numeri parlamentari, è lungi dall’essere un blocco di potere coeso. Le resistenze dell’Amhara National Democratic Movement (ANDM) alla dichiarazione dello stato d’emergenza di ottobre e l’apparente sostegno che alcuni membri dell’ANDM e dell’Oromo People’s Democratic Organization (OPDO) hanno garantito ai manifestanti sono la cartina di tornasole della lotta che si sta consumando dietro le quinte della politica etiopica sin dalla scomparsa di Meles Zenawi. Se il rinnovo delle cariche apicali all’interno dell’OPDO è stato letto da alcuni osservatori come il segnale di una parziale emancipazione del partito Oromo rispetto alle direttive del potere centrale, la competizione per il potere all’interno dell’ANDM sembra essere ancora in pieno svolgimento.
Le vicende che hanno interessato il presidente dell’Amhara Regional State, Gedu Andergachew, lo dimostrano: Andergachew era riuscito a scampare al rinnovamento delle cariche dirigenziali di fine 2016, smentendo le accuse dei media filo-tigrini che lo accusavano di complicità con i manifestanti di Gondar e Bahr Dahr; a metà marzo, tuttavia, l’uomo forte dello stato Amhara sembrerebbe essere stato costretto alle dimissioni dal comitato centrale della coalizione, rimettendo così il suo mandato di presidente regionale.
La definizione dei nuovi equilibri politici interni sarà dirimente per il futuro della controversia con l’Eritrea. Già nel 2000, la decisione di non invadere Asmara dopo la rottura delle linee di difesa avversarie lungo il confine aveva innescato una disfida all’interno del Tigray People Liberation Front, poi conclusa con la vittoria dell’allora primo ministro Meles Zenawi. Oggi, il consolidamento dell’asse di potere “meridionale” del primo ministro Desalegn potrebbe rimodulare la gerarchia delle priorità di politica estera di Addis Abeba e facilitare lo sganciamento dal teatro eritreo.

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