KWIBUKA 23

La memoria del genocidio nel Ruanda contemporaneo

0
330

Kigali celebra in questi giorni il 23esimo anniversario del genocidio ruandese. I drammatici eventi che hanno sconvolto il Paese per circa tre mesi a partire dalla notte del 6 aprile 1994, provocando la morte di 800.000 ruandesi e l’esodo di un milione e mezzo di persone, continuano ad essere un elemento caratterizzante la politica interna ed internazionale del Paese.

Le controverse politiche della memoria di Kigali

Molti studiosi si sono soffermati su il ruolo delle politiche della memoria nelle situazioni di post-conflict e il caso ruandese è stato oggetto di diverse riflessioni. All’indomani del genocidio del 1994 il regime di Kigali, infatti, ha intrapreso una serie di scelte piuttosto controverse in materia di memoria nazionale. Ad un’inattaccabile “campagna della memoria” del genocidio, kwibuka, che si sviluppa attraverso diversi luoghi della memoria (memoriali, musei, filmografia, commemorazioni), il regime di Kagame ha affiancato delle politiche più discutibili. La sospensione unilaterale dell’insegnamento della storia recente nelle scuole ruandesi, ufficialmente giustificata dall’assenza di una memoria condivisa nel Paese, se può essere giustificata alla luce di una strategia di chosen amnesia da parte di Kigali, viene di fatto contraddetta dalla contemporanea propaganda dei campi Ingando e dalla retorica ufficiale. Le lezioni impartite negli Ingando e le dichiarazioni delle autorità del Paese, infatti, non pongono tra parentesi la storia recente ruandese, ma al contrario ne forniscono una narrazione univoca, che non lascia spazio ad alcun dibattito. Alcune tesi proposte da questa narrazione ufficiale, come l’inesistenza di distinzioni etniche in Ruanda, ridotte a mera invenzione coloniale, o la ricostruzione acritica dell’azione del FPR (Fronte Patriottico Ruandese), partito di Kagame, protagonista della “liberazione” del Paese nel 1994, risultano particolarmente problematiche. Questa problematicità, tuttavia, non trova lo spazio pubblico per poter essere debitamente affrontata e resta, nei fatti, irrisolta.

Alcune ricerche sul campo ed eventi di cronaca – come, ad esempio, le violenze e i danni contro le proprietà dei sopravvissuti che si registrano ogni anno alla vigilia delle commemorazioni del genocidio – evidenziano i limiti, in termini di riconciliazione nazionale, di questo tipo di politiche. Il dibattito in proposito, tuttavia, resta aperto.

Memoria del genocidio e politica interna

Il Ruanda di Paul Kagame ha reso il genocidio del 1994 e la sua memoria ufficiale uno degli elementi fondanti la legittimità del regime e uno dei pilastri portanti dell’unità nazionale del Paese. L’approccio unilaterale e dirigistico di Kigali in materia di politiche della memoria, tuttavia, ha delle implicazioni dirette sulla politica interna del Paese.

Il dibattito nazionale ruandese è posto sotto stretta sorveglianza da parte del potere centrale. Un forte apparato di controllo, fondato sulla “genocide ideology law” del 2008 e la Commissione Nazionale di Lotta Contro il Genocidio, vigila sulla riemersione di “ideologie genocidarie”, “divisionismo” (non etnicismo, in quanto le etnie in Ruanda ufficialmente non esistono) e sull’affermazione di “tesi negazioniste” nel dibattito pubblico nazionale. L’istituzionalizzazione di quest’apparato di vigilanza è comprensibile alla luce delle tesi negazioniste emerse in alcuni ambienti ruandesi (ma non solo) all’estero e dalla continua instabilità delle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo, dove dal 1994 trovano rifugio buona parte delle ex FAR (Forze Armate Ruandesi) e delle Interhamwe, forze protagoniste del genocidio.

In queste politiche di controllo di Kigali, tuttavia, il confine fra tutela dell’unità nazionale e strumentalizzazione del passato (e della sua memoria) è estremamente sottile. Diversi studiosi e organizzazioni internazionali di tutela dei diritti dell’uomo sottolineano, infatti, come l’accusa di “ideologia genocidaria” e “divisionismo” sia stata utilizzata in più di un’occasione dal regime ruandese per eliminare gli oppositori politici. I casi di Victoire Ingabire e Bernard Ntaganda sono i più famosi in questo senso, ma le accuse strumentali riguarderebbero anche giornalisti e studiosi che hanno espresso posizioni critiche nei confronti del regime di Kagame.

Nello specifico, sono la denuncia dell’impunità di cui gode il RPF rispetto ai crimini commessi durante la “guerra di liberazione” del 1994 e le campagne militari in Repubblica Democratica del Congo (1996-1997 ma anche le operazioni, più o meno ufficiose, dal 1998 ad oggi), nonché la sua presunta responsabilità in merito all’abbattimento dell’aereo del presidente Habyarimana (evento scatenante il genocidio del 1994) che determinano oggi la maggior parte delle accuse di “divisionismo” e “negazionismo” nel Paese. Ponendo tra parentesi le violazioni dei diritti umani commesse in RDC, che, seppur collegate agli eventi del 1994, esulano la questione della memoria del genocidio in senso stretto, i presunti crimini commessi dall’esercito di Kagame nel 1994 e l’ipotetica responsabilità rispetto all’abbattimento dell’aereo di Habyarimana andrebbero opportunamente indagate in termini storiografici e giudiziari, prima di poter entrare nella memoria collettiva e nella storiografia ruandese.

Ad oggi, tuttavia, i presunti crimini del RPF non sono mai stati indagati in nessuno dei due sensi. La questione è stata sollevata sin dall’indomani del genocidio da un controverso rapporto di un funzionario delle Nazioni Unite (Rapporto Gersony) e successivamente dal Procuratore del Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda, Carla del Ponte (probabilmente allontanata per questo), senza tuttavia raggiungere alcun risultato. L’atteggiamento delle autorità di Kigali è infatti di ferma e totale negazione, benché diverse indagini accademiche e giornalistiche sembrino confermare le avvenute violazioni da parte del RPF. Per quel che riguarda le responsabilità rispetto all’abbattimento dell’aereo del presidente Habyarimana, un’indagine giudiziaria francese, riaperta recentemente, e una ruandese conclusa nel 2009 (rapporto Mutsinzi) sembrano giungere a conclusioni opposte. Su entrambe, tuttavia, pesa l’ipoteca della strumentalizzazione politica.

Memoria del genocidio e politica internazionale

Nel 2014 la questione della memoria del genocidio ruandese è stata portata all’attenzione dei riflettori internazionali dal controverso documentario della BBC “Rwanda’s untold story”. Per quanto diversi aspetti contenutistici del documentario siano scientificamente opinabili, alcune dei temi da esso proposti (come le violazioni dei diritti umani da parte del RPF e la responsabilità dell’abbattimento dell’aereo di Habyarimana) oltre a riprendere i temi caldi della politica interna ruandese, riflettono un dibattito in corso da anni nel mondo accademico internazionale – la polemica che la diffusione del documentario ha innescato fra gli studiosi di tutto il mondo ne è riprova.

Ma la questione della memoria degli eventi del 1994 ha dei risvolti internazionali anche di carattere più strettamente politico. Oltre a portare Paul Kagame a cercare, e ottenere, un legame serrato con Israele, in nome – ufficialmente – del comune trauma nazionale subito (nel 2008 il Ruanda è uno dei quattro Paesi africani visitati da Netanyahu), Kigali ha fatto del genocidio un elemento portante dei propri rapporti extra-africani. La richiesta del riconoscimento delle proprie responsabilità negli eventi del 1994 ai propri interlocutori internazionali è un leitmotiv della politica estera ruandese degli ultimi vent’anni ed è diventato il discrimine per avere dei rapporti bilaterali stretti con il Ruanda. Ultimo stato, in ordine cronologico, a cui il presidente Kagame ha rivolto tali istanze è il Vaticano: lo scorso marzo Papa Francesco ha riconosciuto il fallimento della Chiesa e la responsabilità di alcuni suoi membri, pur non arrivando ad affermare la responsabilità dell’istituzione in quanto tale. La maggior parte dei Paesi Occidentali e le stesse Nazioni Unite hanno invece ufficialmente riconosciuto le proprie responsabilità nel genocidio ruandese. Molti ritengono che la clemenza che la Comunità Internazionale dimostra ancora oggi nei confronti delle violazioni dei diritti dell’uomo da parte di Kigali (anche in riferimento agli eventi del 1994) sia legata al “credito morale” del genocidio.

Fa eccezione in questo panorama la Francia: Parigi non ha mai riconosciuto le proprie responsabilità negli eventi ruandesi del 1994, anzi continua ostinatamente a negarle. Questo ha provocato e provoca tutt’oggi forti tensioni politiche fra i due Paesi. Anche in questo caso, tuttavia, tanto in Francia quanto in Ruanda la memoria delle presunte responsabilità dell’Esagono non si basa sul confronto dialogico aperto delle narrazioni contrastanti, ma è affermata e negata in maniera unilaterale, attraverso indagini nazionali distinte e contrastanti (rispettivamente rapporto Mucyo e rapporto Quiles), e viene strumentalizzata per finalità politiche in entrambi i Paesi.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here