Il Fezzan nuovo centro dei contrasti nazionali libici

L'Italia si propone come mediatrice tra le tribù e Khalifa Hafter

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Quando si parla di Libia, si pensa tradizionalmente alla fascia costiera del paese. I nomi ricorrenti delle città, anche in questi ultimi anni di guerra, sono infatti, il più delle volte, quelli delle città della costa: Tripoli, Misurata, Sirte, Bengasi, Tobruk, Derna sono tutte città affacciate sul Mediterraneo. Il sud della Libia, invece, rimane a molti ignoto, forse vincolato, anche nell’immaginario, alla sua realtà di deserto. Succede a torto, perché sempre più, particolarmente in questo inizio 2017, le vicende del Fezzan si agganciano con quelle della Libia settentrionale, della Tripolitania e della Cirenaica, e quindi con le preoccupazioni delle potenze che, da punti di vista pragmaticamente differenti, influiscono sulla questione libica: ad accorgersene, in questo periodo, è stata proprio l’Italia, che il 31 marzo ha mediato un accordo tra i tre principali gruppi che si dividono il territorio della Libia sud-occidentale: Tuareg, Tebu e Awlad Suleiman.

31 marzo 2017, l’accordo intertribale di Roma

Al momento di scrivere non è stato diffuso alcun testo ufficiale dell’accordo siglato in tutta segretezza nel palazzo del Ministero dell’Interno a Roma e annunciato dalla stampa italiana solo due giorni dopo. Se ne possono però ricostruire in linea di massima i contenuti grazie a quanto riportano Grazia Longo della Stampa e Fiorenza Sarzanini del Corriere della Sera, che in tutta evidenza hanno potuto visionare l’atto o comunque avere notizie di prima mano. Si tratterebbe di un documento in dodici punti finalizzato sia al contrasto del traffico di esseri umani che all’arginamento del fenomeno terroristico; questioni che vengono affrontate sia, con un prospetto di più lunga durata, per mezzo di non meglio precisate iniziative economiche e lavorative – come sottolinea il Corriere – sia – come invece sottolinea La Stampa – per mezzo di previsti pattugliamenti congiunti alla frontiera, specie in quella col Niger che costituisce lo svincolo del passaggio illegale dei migranti diretti a nord.

Fezzan, un territorio complesso

Come ben sottolinea lo studioso di Libia Frederic Wehrey in una sua recentissima analisi delle dinamiche territoriali del Fezzan, scritta per il Carnegie Endwment for International Peace, la rivoluzione del 2011 ha alterato nell’area degli equilibri tribali che avevano avuto origine persino alla fine dell’800 e che Gheddafi era riuscito a mantenere nei suoi 42 anni di potere seppure alterandoli a sua convenienza. Dal 2012, i centri degli scontri tra queste realtà tribali sono stati costituiti dalle città più importanti del Fezzan – Sebha, Ubari, Murzuq – e, al di là delle singole, e spesso futili, motivazioni superficiali di ogni scontro, ciò che si metteva in gioco di volta in volta era il mantenimento del potere e della zona di influenza di ogni tribù, se non di ogni brigata militare. Anche qui, infatti, come nel resto del paese, i gruppi armati sorti nel 2011 non hanno mai deposto le armi e non si sono mai convertiti né in un vero esercito nazionale né in entità civili: dismessa la rivoluzione, alcuni ex combattenti, ribelli o lealisti, si sono piuttosto convertiti al controllo dei territori e, con questi, anche dei traffici più o meno remunerativi che vi si compivano, dai migranti alle droghe. L’affiliazione con le realtà politiche del nord della Libia veniva dunque fatta sulla base della convenienza dei singoli gruppi e delle rivalità ed ecco quindi che, se Tuareg e Awlad Suleiman sceglievano di appoggiare, dalla sua creazione, il Government of National Agreement (Governo di Accordo Nazionale, GNA) sostenuto dalle Nazioni Unite e guidato a Tripoli da Fayez Serraj, i Tebu si schieravano invece dalla parte delle rivali autorità di Tobruk e del Libyan National Army (Esercito Libico Nazionale, LNA) del Maresciallo Khalifa Hafter, partecipando in parte anche all’ormai triennale battaglia di Bengasi da questi condotta contro i ribelli del Benghazi Revolutionaries’ Shoura Council (Consiglio della Shoura dei Rivoluzionari di Bengasi, BRSC).

Nel settembre 2016 l’Italia ha avuto modo di collaborare direttamente con una di queste realtà tribali e militari, i Tuareg, quando due cittadini italiani e un cittadino canadese venivano rapiti nell’area di Ghat, terra tuareg ai confini dell’Algeria. Unità d’intelligence – all’epoca proprio l’attuale Ministro dell’Interno, Marco Minniti, ricopriva la carica di Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con autorità delegata per la Sicurezza della Repubblica – venivano immediatamente inviate sul posto e la collaborazione tra queste unità e queste milizie si concludeva nel migliore dei modi con la liberazione degli ostaggi.

Nota Wehrey che il coinvolgimento di queste realtà militari tribali nelle politiche nazionali libiche ad opera delle realtà militari della Libia settentrionale non ha sempre dato buoni frutti: per esempio, la maggiore forza militare settentrionale presente in Fezzan, la Third Force di Misurata, pur inviata nel 2014 a pacificare la situazione, ha di fatto preso le parti degli oppositori dei Tebu. Adesso questa forza si trova coinvolta negli scontri diretti con le truppe affiliate all’esercito dell’Est, di Khalifa Hafter, che in loco stanno tentando di prendere il controllo della base di Tamanhent, a sud est di Sebha.

Fezzan, aprile 2017: la guerra per il possesso delle basi aeree.

L’operazione che Khalifa Hafter sta conducendo tramite il suo rappresentante nella Libia sudoccidentale, Mohammed Ben Nayel della 12th Brigade, è stata annunciata il 5 aprile 2017

e rientra in un piano più ampio di affermazione nel sud al fine di impedire l’organizzazione di quei gruppi militari a lui ostili

che ai primi di marzo sono riusciti per un brevissimo periodo a prendere il controllo di due dei quattro terminali petroliferi occupati dallo stesso Hafter nel corso del 2016: Ras Lanouf ed Es Sidra. Il legame tra il gruppo di miliziani autore della temporanea conquista – le Benghazi Defence Brigades (Brigate per la Difesa di Bengasi, BDB) – e le autorità appoggiate dalle Nazioni Unite a Tripoli – specialmente il Ministro della Difesa, ex collaboratore del Maresciallo, Mahdi al Barghathi – non è chiaro, ma è probabilmente quanto meno di tolleranza in virtù di un nemico comune. Fatto sta che il sospetto è che il Ministero della Difesa permetta loro di organizzarsi nella base aerea di Hun, distretto di Jufra nella Libia centrale, sulla quale quindi l’aviazione di Hafter sta concentrando i propri sforzi di conquista. Aviazione che, dal canto suo, possiede la base di Brak al Shati, poco più a nord di Sebha, occupata da Ben Nayel nel dicembre 2016 e Army leadership says it is officially in control of Brak al-Shati airbase in Southwest Libya#BrakShati

precedentemente controllata dalla 3rd Force di Misurata: su quest’ultima base si sarebbero dunque concentrati adesso gli sforzi dell’aviazione del GNA.

L’Italia si ritaglia da Tripoli un ruolo di mediatrice: a sud come a est

In questo complesso scenario giunge dunque l’accordo firmato a Roma, con il quale evidentemente l’Italia cerca di suggerirsi come mediatrice per il Fezzan, orientando in particolare i gruppi armati tribali al ben preciso ruolo di protezione della frontiera e al controllo di quel flusso migratorio illegale che il governo Gentiloni spera di riuscire a diminuire impedendo, a Sud, che i migranti entrino in Libia e a Nord, attraverso gli accordi con la Guardia Costiera di Misurata e del GNA, che la lascino. Non è detto che l’idea italiana funzioni, se è vero quanto riporta il Libya Herald, che i Tebu hanno già disconosciuto i risultati dell’accordo e la propria rappresentanza nella Capitale.

Nonostante la presenza a Roma, per l’accordo, del vicepresidente del Consiglio Presidenziale Abdel Salam Kajman metta in chiaro che l’Italia opera, com’è sua incontestabile linea politica ormai da tempo, a fianco delle istituzioni libiche sostenute dalle Nazioni Unite, la penisola sta cercando di proporsi anche come mediatrice nel conflitto nazionale che oppone Tripoli e Tobruk: il 5 aprile 2017 l’ambasciatore italiano Giuseppe Perrone – l’unico rappresentante occidentale presente oggi nella Capitale libica, dove nemmeno l’inviato del Palazzo di Vetro mette piede stabilmente – ha incontrato per la prima volta in un’occasione ufficiale Khalifa Hafter,

la cui guida dell’esercito nazionale non è riconosciuta dalle autorità della Capitale libica; anche se i risultati dell’incontro non sono noti, è evidente ancora una volta l’intenzione di Roma di proporsi come interlocutrice anche in un’area del paese nella quale la sua vicinanza politica a Tripoli e soprattutto alla città di Misurata – dove risiede la missione militare Ippocrate – è spesso vista come un forte motivo di critica e di diffidenza. A suggello di ciò, sempre il 5 aprile è partito da Bengasi il secondo gruppo – dopo quello del 15 marzo – di militari libici feriti da curare in Italia e bisogna sottolineare – in un contesto diviso in cui le definizioni stesse dei soggetti sono assai variabili e quindi mai neutre – che il comunicato ufficiale del ministero degli esteri ha definito quelle di Hafter, per altro non nominato esplicitamente, «forze di sicurezza libiche»; apparentemente dando quindi loro un primo, ma evidente, grado di legittimità.

La sfida italiana sarà, adesso, riuscire a coordinare al meglio la propria presenza, più o meno concreta, nelle tre aree del paese, ad oggi più che mai interconnesse: la Tripolitania, la Cirenaica e il Fezzan.

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