Al via la campagna presidenziale in Iran

Con l'apertura delle iscrizioni dei candidati, prende avvio la campagna per le elezioni presidenziali iraniane del 2017

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Terminate le lunghe vacanze del now ruz – il capodanno persiano che cade il 21 marzo – l’Iran si risveglia dal torpore delle festività ed entra nel vivo del dibattito politico per le elezioni presidenziali del prossimo 19 maggio.

Lo storico accordo sul nucleare, che ha determinato la revoca delle sanzioni e l’apertura del mercato iraniano, è certamente il maggior successo politico su cui il presidente uscente, Hassan Rohani, costruisce la campagna elettorale per il rinnovo ad un secondo mandato. L’opposizione, tuttavia, contesta al presidente di aver sacrificato interessi vitali dello Stato e della sua sicurezza in cambio di poco o nulla, lamentando ritardi nello sviluppo delle politiche commerciali del paese a causa di un vero e proprio boicottaggio da parte degli Stati Uniti sul sistema bancario.

Una diatriba che ha caratterizzato il contesto politico nazionale per un intero anno, e che si appresta adesso a diventare materia di scontro per la gestione di una campagna elettorale che si presenta interessante quanto particolare.

Il JCPOA e lo stato dell’economia iraniana

Il dibattito politico iraniano è focalizzato da tempo sullo stato dell’economia nazionale e sull’effettiva efficacia delle azioni di politica estera intraprese da Rohani, ed in particolar modo sull’accordo con la comunità internazionale del 14 luglio 2015, che ha portato alla firma del Joint Comprehensive Plan Of Action e alla revoca di buona parte delle sanzioni internazionali contro l’Iran.

Le frange più conservatrici accusano apertamente il presidente di aver svenduto l’industria nucleare iraniana in cambio di poco o nulla, alla luce degli ostacoli che gli Stati Uniti continuano a frapporre impedendo il pieno sviluppo delle relazioni economiche con la comunità internazionale.

In particolar modo si riferiscono al sistema bancario europeo, ancora in larga parte paralizzato dal timore dei grandi istituti di credito di vedere penalizzati i propri interessi negli Stati Uniti in conseguenza di un’apertura al mercato iraniano, potenzialmente rischiando di oltrepassare il sottile confine delle sanzioni ancora in essere e pienamente valide.

Ciò che i conservatori omettono di specificare, tuttavia, è che il vero oggetto del contendere risiede nel timore dell’industria iraniana di fronte all’ipotesi di un’apertura ai mercati internazionali e una contestuale normalizzazione delle relazioni con la gran parte dei paesi occidentali. Tale ipotesi, infatti, potrebbe definitivamente compromettere il sistema di monopolio del sistema industriale nazionale, rendendolo in breve tempo molto poco competitivo e quindi destinato a soccombere dinanzi ai giganti della produzione internazionale.

Altra questione spinosa è quella del sistema bancario iraniano, fortemente sottocapitalizzato e non conforme alla normativa internazionale europea e statunitense, che rende urgente una disciplina di adeguamento ai regolamenti internazionali e un programma di consolidamento per evitare il potenziale collasso di alcuni tra i principali istituti di credito locali.

Non meno delicata la questione della normalizzazione dei rapporti con i paesi occidentali e, potenzialmente, con gli Stati Uniti, che provocherebbe una drastica diminuzione della tensione internazionale mettendo al tempo stesso in discussione i presupposti ideologici rivoluzionari della Repubblica Islamica dell’Iran, sui cui poggia buona parte dell’impianto istituzionale del paese.

L’opposizione alla presidenza Rohani, quindi, è costruita su un insieme di motivazioni di cui le principali e più significative sono di natura squisitamente ideologica, mentre le critiche alla politica economica del presidente sono di fatto solo strumentali e funzionali ad amplificare mediaticamente l’immagine di un danno collettivo.

Al contrario, invece, i dati macroeconomici odierni dell’Iran sono straordinariamente migliori di quelli del 2013, quando Rohani fu eletto presidente. L’inflazione è stata ridotta drasticamente, mentre il Pil è tornato a crescere del 7%, facendo registrare profitti da record soprattutto grazie alla ripresa della vendita dei prodotti petroliferi. Sono stati firmati un gran numero di MoU (memorandum of understanding) con i colossi dell’economia mondiale e i primi risultati iniziano a concretizzarsi, come dimostrato dalla consegna da parte di Airbus dei primi nuovi aerei commerciali per Iran Air dopo oltre vent’anni di embargo che hanno imposto sino ad oggi un sistematico ricorso al mercato dell’usato.

Restano particolarmente negativi in Iran lo stato dell’occupazione, da anni cristallizzata anche in conseguenza del mancato sviluppo industriale ed infrastrutturale, e la questione delle politiche sociali, su cui Rohani investe coraggiosamente nella prossima campagna elettorale aprendo al progetto di definire una carta dei diritti dei cittadini, puntando chiaramente a conquistare il sostegno delle ampie fasce giovanili del paese.

Chi sfiderà Rohani

L’11 aprile si aprono ufficialmente le iscrizioni per i candidati alle elezioni presidenziali, che saranno possibili sino alla data del 16 aprile successivo presso gli uffici elettorali del Ministero dell’Interno. Una volta raccolte le candidature, queste passeranno al vaglio del Consiglio dei Guardiani, che le dovrà approvare singolarmente verificandone la compatibilità con la normativa di settore ed i parametri di valutazione, comunicando infine il 20 aprile la rosa dei candidati ammessi. I termini per la valutazione dei candidati possono essere estesi per una sola volta di cinque giorni, portando in tal caso al 25 aprile la data limite per la comunicazione dei candidati ufficiali alle sezioni elettorali del Ministero dell’Interno.

Tra il 26 ed il 27 di aprile, il Ministero dell’Interno pubblicherà la lista ufficiale delle candidature, dando avvio dal giorno successivo alla campagna elettorale, che terminerà infine il 18 maggio, ventiquattr’ore prima dell’apertura dei seggi.

Qualora nessun candidato ottenga la maggioranza assoluta dei voti, si procederà con il ballottaggio ad una distanza di circa 30 giorni da quella delle elezioni, votando per i due candidati che avranno ottenuto il maggior numero di voti al primo turno.

Hassan Rohani ha già confermato la sua intenzione di candidarsi per un secondo mandato presidenziale, godendo di ampio sostegno popolare e presentandosi alle elezioni certamente come il candidato con le maggiori probabilità di vittoria.

È sostenuto da un ampio quanto eterogeneo fronte politico che comprende sia le forze di espressione riformista sia quelle pragmatiche, includendo anche elementi del fronte conservatore interessati a sostenere il processo di apertura economica che ha rappresentato l’essenza del primo mandato presidenziale di Rohani. Questo fronte si presenta in modo alquanto compatto, cercando idealmente di non disperdere il voto attraverso una campagna unitaria del candidato Rohani, che viene in tal modo sostenuto palesemente e pienamente da parte dell’intero gruppo di forze della coalizione.

Il fronte conservatore ha invece annunciato la candidatura di cinque nomi, emersi in seguito ad una sorta di processo di selezione primario interno alla stessa compagine politica (il Fronte Popolare delle Forze della Rivoluzione Islamica, Jamna), alla ricerca di visibilità ma anche e soprattutto di consenso. I nomi annunciati sono quelli dell’hojjatoleslam Ebrahim Raisi (il guardiano della potentissima fondazione Astan Quds Razavi di Mashad), Alireza Zakani (già parlamentare), Mehrdad Bazrpash (ex deputato e consigliere dell’ex presidente Mahmood Ahmadinejad), Parviz Fattah (presidente della Fondazione Khomeini) e l’attuale sindaco di Tehran, Mohammad Baqer Qalibaf, che tuttavia si colloca politicamente ed ideologicamente in una posizione ben diversa da quella degli altri candidati, rappresentando una sorta di cerniera con le frange moderniste e pragmatiche.

Sembra intenzionata a confermare la propria partecipazione anche Marziyeh Vahid Datgerdi, prima donna ad aver rivestito la carica di ministro (della Sanità) nella Repubblica Islamica dell’Iran durante la presidenza di Ahmadinejad, ed oggi potenzialmente prima candidata femminile alle elezioni presidenziali. Di area ultraconservatrice, la Datgerdi è nota per la sua grinta politica e per il coraggio, che la portò nel 2012 a sfidare lo stesso presidente Ahmadinejad, prima di dimettersi.

La candidatura di una donna, sebbene sia un fatto estremamente positivo sotto il profilo sociale, risponde a scelte politiche fortemente populiste, nell’ottica di sfidare la popolarità di Rohani attraverso una campagna politica condotta soprattutto sui temi di genere.

Non è ancora confermata – ma nemmeno smentita – la candidatura di Saeed Jalili, ex negoziatore nucleare ed esponente di spicco dell’area conservatrice, mentre sembra certa la volontà di candidarsi di Hamid Baghei, già vice direttore amministrativo sotto Mahmood Ahmadinejad.

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Nicola Pedde PhD è il Direttore dell'Institute for Global Studies. Dal 2002 è anche Direttore della Ricerca per il Medio Oriente presso il Centro Militare di Studi Strategici, del Ministero della Difesa.

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