Il nuovo corso del governo federale somalo

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Nel corso dell’ultima settimana di marzo, il presidente federale Mohamed Abdullahi Mohamed, detto “Formaggio”, ha incassato due importanti vittorie sul piano interno e internazionale. Il 29 marzo la squadra di governo proposta dal primo ministro Khaire ha ricevuto l’approvazione del parlamento federale; pochi giorni prima, Abdullahi Mohamed aveva firmato un accordo con il Kenya che pare preludere a una nuova stagione nei rapporti bilaterali tra i due Paesi. L’agenda di Mogadiscio rimane ora imperniata sulla disputa diplomatica con gli Emirati Arabi Uniti (UAE) circa l’apertura della base militare di Berbera e dall’effetto domino che questo sviluppo potrebbe avere sui rapporti tra governo centrale e amministrazioni regionali della Somalia.

L’insediamento del nuovo esecutivo.

L’approvazione della compagine ministeriale proposta dal primo ministro somalo con i voti favorevoli di 224 deputati è una delle note più importanti dall’insediamento della nuova presidenza federale, poiché consente ad Abdullahi Mohamed di consolidare la propria immagine di uomo forte e stempera sul nascere la crisi istituzionale che pareva profilarsi all’orizzonte solo una settimana fa tra potere esecutivo e legislativo.
La composizione della squadra ministeriale individuata da Khaire è una cartina di tornasole del tentativo di proiettare un’immagine di cesura col passato e presentarsi come un gruppo di lavoro “tecnocratico”, slegato dalle dinamiche claniche che attraversano la società somala. Sebbene alcuni tra i ministeri più pesanti siano stati assegnati a individualità riconducibili a sotto-clan tradizionalmente influenti come gli Hawiye Habrgidir (Esteri), gli Hawiye Abgal dell’ex presidente Sheikh Mohamud (Sicurezza Nazonale) e i Majerteen-Ciixe Mohamud (Interni), altri dicasteri di peso come quello del Petrolio, delle Telecomunicazioni, dell’Agricoltura o delle Attività Portuali sono stati riservati a personalità appartenenti a sotto-clan marginali o ad altri gruppi minoritari della società somala. La scelta di dare due ministeri con portafoglio e lo scranno di vice-primo ministro agli esponenti dei clan Isaaq, teoricamente rappresentativi del territorio del Somaliland, è inoltre indicativa della volontà di mantenere un canale di dialogo con Hargeisa, nonostante le tensioni che attraversano i rapporti tra la repubblica separatista e Mogadiscio.
La fiducia del parlamento non è stata tuttavia una mera formalità: solo una settimana prima, un raggruppamento di 105 deputati guidato dallo speaker della Camera Bassa Mohamed Osman Jawari aveva minacciato di non approvare il governo proposto da Khaire, lamentando la mancata applicazione del principio di suddivisione delle cariche ministeriali tra clan sulla base della formula 4,5. Implicitamente, l’opposizione denunciava il ridimensionamento di alcuni sub-clan tradizionalmente influenti a livello federale come gli Hawiye Abgal: un accomodamento in tal senso avrebbe rischiato di incrinare l’immagine sovra-clanica della nuova presidenza, tanto che lo stesso “Formaggio” è dovuto intercedere personalmente presso i parlamentari ribelli durante la breve sosta a Mogadiscio tra la riunione dell’IGAD di Nairobi e la partenza per il summit della Lega Araba in Giordania.

Un nuovo corso con il Kenya?

L’approvazione del nuovo esecutivo è giunta in un momento delicato per Mogadiscio sul piano internazionale. In corrispondenza con le trattative tra Khaire e il parlamento, Abdullahi Mohamed era infatti impegnato in un’intensa navetta diplomatica tra il Kenya e la Giordania: nel primo caso, per partecipare alla riunione dell’Intergovernmental Authority on Development (IGAD) a Nairobi; nel secondo, per prender parte alla riunione della Lega Araba.
Se la visita in Giordania ha consentito di mobilitare nuovi fondi per contrastare la carestia che sta attraversando il Paese, la riunione dell’IGAD è stata probabilmente la tappa più importante, poiché a margine della conferenza il presidente somalo ha potuto incontrare l’omologo keniota e discutere della permanenza di Nairobi all’interno della missione AMISOM. Soprattutto, l’incontro ha consentito di fugare sul nascere le voci di una presunta crisi diplomatica tra i due Paesi a seguito della visita di Uhru Kenyatta al contingente keniota nel Jubbaland, effettuata senza previa autorizzazione del governo somalo.
Il risultato più rilevante del summit tra Abdullahi Mohamed e Kenyatta è stato la riapertura dei voli diretti tra Mogadiscio e Nairobi con conseguente eliminazione dello scalo intermedio di Wajir, in vigore sin dal 2006 per ragioni di sicurezza legate al pericolo di infiltrazione dell’Al Shabaab. La reintroduzione dei voli diretti era una delle richieste più pressanti della classe imprenditoriale somala: non a caso, era stato uno dei cavalli di battaglia dell’ex presidente Sheikh Mohamud, il quale non aveva esitato a brandire l’arma delle sanzioni commerciali e chiudere il mercato somalo all’importazione del khat keniota per ottenere soddisfazione sul punto nell’estate 2016. Se il braccio di ferro intrapreso da Sheikh Mohamud non aveva portato i risultati sperati, la politica seguita da Abdullahi Mohamed è stata invece un esempio di efficace pragmatismo, poiché, a dispetto della retorica nazionalista, il nuovo presidente ha abbandonato la postura del predecessore e negoziato la riapertura dei collegamenti diretti tra le due capitali in cambio di nuove tratte aeree commerciali nella Somalia centrale, dove il khat keniota potrà atterrare senza passare da Mogadiscio.
La svolta nelle relazioni bilaterali tra Mogadiscio e Nairobi è stata ulteriormente confermata dalla notizia che i due governi presto instaureranno due avamposti di dogana congiunti nelle città di confine di Dobley e Mandera, rinomati snodi commerciali per il contrabbando di zucchero tra Somalia e Kenya. La disponibilità di Nairobi a riaprire il commercio transfrontaliero è in parte il riconoscimento delle contraddizioni causate dalla chiusura del confine rispetto all’obiettivo di contenere il terrorismo di matrice islamista: l’Al Shabaab, infatti, ha potuto mantenere una certa operatività nella Somalia meridionale proprio grazie alla possibilità di tassare i flussi di contrabbando con il Kenya. L’apertura delle due dogane dovrebbe rafforzare anche la posizione finanziaria del governo federale somalo e diminuirne la dipendenza dai proventi di gestione del porto e aeroporto di Mogadiscio.

I rapporti tra Mogadiscio e le amministrazioni regionali

Tanto il rafforzamento della cooperazione con il Kenya che la missione presso la Lega Araba sono strettamente collegate al conflitto strisciante tra governo federale e amministrazioni regionali per la definizione delle rispettive sfere di sovranità.
Non è un mistero, infatti, che Mogadiscio ambisca a ottenere il riconoscimento di centro di potere esclusivo nella negoziazione di concessioni di sfruttamento del suolo e sottosuolo somalo con stati e compagnie internazionali, soprattutto ora che gli UAE hanno confermato l’intenzione di costruire una base militare e una nuova infrastruttura portuale a Berbera in spregio alle vibranti proteste del governo federale. L’accordo con Hargeisa rischia d’altronde di aprire un vaso di pandora: a distanza di pochi giorni dalla firma ufficiale dell’accordo tra Somaliland e UAE, il presidente dell’amministrazione regionale del Puntland, Ali Gaas, ha dichiarato di aver iniziato delle trattative con la compagnia DP World per sviluppare il porto di Bosaso sulla falsariga di Berbera.
Se il potere negoziale di Mogadiscio nei confronti delle due amministrazioni nella Somalia settentrionale è limitato dalla leva finanziaria degli UAE e dalla determinazione di DP World a diversificare i propri scali commerciali dopo il raffreddamento dei rapporti con il governo di Gibuti, l’accordo raggiunto con il Kenya segna invece un punto a favore del governo federale nella partita con l’amministrazione meridionale del Jubbaland. La decisione di stabilire degli avamposti di dogana comuni può essere infatti letta come un passo indietro di Nairobi rispetto al sostegno incondizionato finora garantito a Chisimaio: le tasse sul contrabbando transfrontaliero di zucchero rappresentavano infatti una delle principali fonti di entrate non solo per le cellule locali dell’Al Shabaab, ma anche per la stessa amministrazione regionale di Ahmed Madobe, legata a doppio filo ai commercianti Ogadeeni lungo i due lati del confine internazionale.

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