No di Ankara all’operazione Raqqa con PYD e PKK

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Numan Kurtulmuş

Alcun supporto materiale, logistico e nessun invio di soldati all’imminente liberazione della città siriana di Raqqa dalle mani del sedicente Stato Islamico in assenza di alleati “moderati”.  Pare essere questa al momento la scelta della Turchia, membro NATO e attore chiave nell’intricato scenario mesopotamico.

Il governo di Ankara, nonostante l’impegno nella lotta contro gli uomini dell’autoproclamato Califfo, non parteciperà alla coalizione a guida statunitense che nelle prossime ore potrebbe lanciare l’offensiva finale. Le ragioni di tale presa di posizione ricadono nel coinvolgimento delle Unità di Protezione Popolare (YPG), braccio militare del Partito dell’Unione Democratica (PYD), formazione politica curda accusata da Ankara di essere l’appendice siriano del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), l’organizzazione terroristica e separatista in guerra contro lo Stato turco dagli anni Ottanta.

«Anche la Turchia potrebbe sostenere l’operazione, tuttavia, se si dichiara di portare il PYD per cacciare Daesh, questo la Turchia non lo permetterà mai. Non saremo mai coinvolti in una tale operazione» ha dichiarato all’agenzia Anadolu il vice-Primo Ministro Numan Kurtulmuş.

Secondo Kurtulmuş il modello da seguire sarebbe quello che ha permesso la liberazione Al-Bab e Jarabulus, le due città strategiche del Nord della Siria strappate allo Stato Islamico dai ribelli del Free Syrian Army e dalle Forze Armate Turche.

Le dichiarazioni di Kurtulmuş devono fare i conti con la situazione sul campo, una realtà che vede le Forze Democratiche Siriane (SDF), la cui leadership militare è composta dagli alti comandanti delle YPG, combattere e guadagnare terreno nella regione di Raqqa. Successi ottenuti, quelli delle SDF, grazie al sostegno e agli approvvigionamenti in armi ricevuti da Washington, l’alleato NATO della Turchia.

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