Il “nodo” Kirkuk tra Ankara, Arbil e Baghdad

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La cosmopolita città di Kirkuk torna a essere al centro delle tensioni tra i governi di Arbil, Baghdad e Ankara. Se i curdi e gli iracheni discutono sulle risorse petrolifere della provincia, i turchi alzano il tiro sul futuro assetto della provincia. La Turchia non ha evidentemente gradito le bandiere curde del Governo Regionale del Kurdistan (KRG) issate nel palazzo che ospita il governatorato di Kirkuk, come si evince dalla dichiarazione di Hüseyin Müftüoğlu, portavoce del Ministero degli Esteri turco.

«La richiesta del Governatorato di Kirkuk attraverso il Consiglio provinciale di Kirkuk per una mozione che dia diritto ad issare la bandiera del KRG accanto a quella dell’Iraq in tutti gli edifici ufficiali è sconcertante. Il processo che dovrebbe essere osservato con riguardo sui confini interni contesi è regolato dalla Costituzione irachena. Gli atti unilaterali sullo status di Kirkuk che non seguono questo processo compromettono gli sforzi di riconciliazione e di stabilizzazione nel paese. Tali tentativi corrono il rischio di erodere l’identità multiculturale di Kirkuk, che qui incarna la ricchezza sociale, culturale ed economica dell’Iraq» ha dichiarato Müftüoğlu sabato 18 marzo.

Le proteste turche arrivano in seguito ad un’altra decisione assunta dal governatorato di Kirkuk lo scorso giovedì 16 marzo, quella sull’uso della lingua curda da affiancare all’arabo nei documenti ufficiali. Queste disposizioni, secondo Najmaddin Karim, governatore di Kirkuk, sarebbero invece in linea con la Costituzione irachena, anzi: «Il governo federale dell’Iraq deve rispettare la Costituzione e le leggi, e iniziare ad adottarle». Per Karim la provincia di Kirkuk è curda e ogni eventuale decisione sul proprio assetto spetta al «popolo del Kurdistan e alla nazione curda» ha dichiarato alla stampa locale il governatore.

Durante l’avanzata delle milizie dello Stato Islamico nell’estate 2014, la città di Kirkuk, fino ad allora amministrata da Baghdad, è stata evacuata dall’esercito iracheno. Da giugno 2014 i peshmerga curdi difendono la città, una situazione che ha de facto creato l’unione con Arbil. Kirkuk, capitale dell’omonima provincia, è ricca di petrolio e gas. Centro multiculturale e multi-confessionale, la sua popolazione è composta da curdi, turcomanni, arabi. Sin dalla caduta di Saddam nel 2003, la città è stata teatro di tensione a causa dell’incertezza sul suo proprio futuro.

Nonostante un referendum sul suo eventuale accorpamento amministrativo al governo di Arbil fosse stato programmato per il 2007, ancora oggi dopo dieci anni sia la risoluzione dei sui confini che l’atteso processo di riconciliazione non paiono all’orizzonte. A rendere più complicata la situazione arrivano le recenti mosse dell’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), la formazione socialista e nazionalista curda in aperta lotta politica contro il Partito Democratico del Kurdistan (PDK) guidato da Masoud Barzani, attuale presidente del KRG. Jalal Talabani, segretario del PUK e presidente della Repubblica d’Iraq dal 2005 al 2014, rappresenta la fazione politica curda progressista in antitesi a quella conservatrice e a base clanica di Barzani. Le milizie del PUK sono intervenute militarmente il 2 marzo e hanno sequestrato la sede della North Oil Company con il fine di frenare l’esportazione di greggio da Kirkuk al porto di Ceyhan in Turchia. Per Talabani, l’oleodotto Kirkuk-Ceyhan e l’accordo firmato la scorsa estate tra Arbil e Ankara ledono gli interessi della popolazione di Kirkuk e arricchiscono solamente le famiglie vicine a Barzani. L’escalation militare del PUK si è verificata in seguito all’incapacità di Baghdad di porre un freno allo strapotere del governo di Barzani.

Nonostante la provincia rappresenti un territorio di strategica importanza anche per il governo centrale iracheno, sotto il profilo culturale, economico e di sicurezza, al momento non pare essere tra le priorità del governo di Haider al-Abadi. Mentre il Primo Ministro iracheno atterra negli Stati Uniti d’America per incontrare Donald Trump e discutere con la controparte statunitense di cooperazione militare ed economica, la capitale Baghdad è stata macchiata dal sangue a causa di un attentato rivendicato dal sedicente Stato Islamico che ha causato al momento già 23 vittime e decine di feriti.

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