Morte in carcere dell’ex capo dei servizi segreti congolesi

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Restano ancora da chiarire le dinamiche della morte del colonnello Marcel Ntsourou, ex comandante dei servizi segreti congolesi, avvenuta venerdì scorso (18 febbraio) nel carcere di Brazzaville. Il decesso parrebbe essere stato causato da un arresto cardio-circolatorio. Gli inquirenti congolesi hanno aperto un’inchiesta e l’avvocato di Ntsourou è trattenuto in stato di fermo da sabato scorso. Ufficialmente il legale è interrogato dagli investigatori in qualità di testimone, essendo l’ultimo ad avere visto il colonnello, tuttavia il prolungarsi del suo stato di fermo e il fatto che l’avvocato quel giorno non avrebbe dovuto incontrare Ntsourou, lasciano sospettare che le accuse nei suoi confronti siano più importanti.

Dal ritorno al potere del presidente Sassou Nguesso (1997), il colonnello Ntsourou ne fu un collaboratore importante: direttore dei servizi segreti, comandante dell’accademia militare e numero due del Consiglio Nazionale di Sicurezza. Negli anni, tuttavia, la mancata promozione a generale allontanano il colonnello dal presidente. Nel dicembre 2012 Ntsourou viene condannato per l’organizzazione dell’esplosione del deposito di armi di Mpila, che provocò la morte di 300 persone. Il dicembre dell’anno successivo, una perquisizione della sua abitazione a Brazzaville si trasforma in uno scontro ad armi da fuoco fra i suoi sostenitori e l’esercito nelle strade della capitale. La condanna che Ntsourou stava scontando in questi giorni è legata a questi scontri: i giudici congolesi lo hanno riconosciuto colpevole di ribellione, detenzione illegale d’armi da guerra, omicidio e associazione a delinquere.

Le dure condizioni delle carceri congolesi, il recente irrigidimento del regime nei confronti delle opposizioni e la qualità di “testimone importante” di Ntsourou nell’affare “des disparus du Beach” (1999) renderebbero urgente un’indagine approfondita, preferibilmente internazionale, sul decesso del colonnello. E’ la richiesta delle associazioni internazionali (FIDH) e nazionali (OCDH) di tutela dei diritti dell’uomo, oltre che dei familiari della vittima. Le autorità congolesi rifiutano tuttavia l’ipotesi di istituire una commissione internazionale sul caso, ritenendo sufficienti le indagini in corso.

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