Il referendum costituzionale in Turchia: intervista a Valentina Rita Scotti della Koç University di Istanbul

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ll Parlamento di Ankara ha approvato in prima e seconda lettura la riforma costituzionale in chiave presidenzialista, voluta fortemente da Recep Tayyip Erdoğan, Presidente della Repubblica di Turchia. A favore del presidenzialismo si sono schierati il partito Akp di Erdoğan e i nazionalisti del Mhp; contrari, invece, i repubblicani del Chp, i democratici del partito pluralista Hdp nonché tutta una serie di movimenti e partiti che vanno dall’estrema sinistra agli islamisti del partito Saadet. Sulla riforma, i suoi contenuti e sulla campagna referendaria, abbiamo posto alcune domande a Valentina Rita Scotti, Post-doctoral researcher in Comparative Public Law presso la Koç University Law School di Istanbul.

Alla luce del dibattito in corso in Turchia sui profondi cambiamenti che una tale riforma apporterebbe, quali sono le principali novità introdotte dagli emendamenti proposti su 18 articoli della Costituzione? In che misura la riforma trasformerebbe l’architettura della Repubblica di Turchia?

La riforma ambisce a modificare in maniera sostanziale l’ordinamento turco, trasformandone la forma di governo da parlamentare – in base alla quale l’organo posto al centro dell’architettura istituzionale è la Grande Assemblea Nazionale – a presidenziale, con un accentramento dei poteri nelle mani di un organo monocratico, seppur legittimato dall’elezione diretta. A tal fine, gli emendamenti sottoposti a referendum interessano tutti e tre i rami del potere. In particolare, con riferimento al potere legislativo: il numero di deputati della Grande Assemblea Nazionale aumenta dagli attuali 550 a 600, mentre si riduce dai 25 ai 18 anni l’età per l’elettorato passivo; le elezioni parlamentari dovrebbero avere luogo ogni 5 anni, contestualmente a quelle per il Presidente della Repubblica; al Parlamento vengono assicurati tre mesi per convertire il decreto presidenziale di dichiarazione dello stato di emergenza, cui il Presidente della Repubblica può associare una chiamata di massa alla leva militare. Quanto al potere giudiziario: i tribunali e i giudici militari sono tutti aboliti e la Commissione statale per le ispezioni acquisisce competenza a condurre ispezioni relative alle forze armate; il numero dei giudici costituzionali viene ridotto da 17 a 15; i componenti del Consiglio dei giudici e magistrati si riducono da 22 a 13 (5 scelti dal Presidente della Repubblica e 6 eletti ogni quattro anni dal Parlamento, cui si aggiungono il Ministro della Giustizia e il suo sottosegretario) e la sua presidenza è affidata al Ministro della Giustizia. In merito all’Esecutivo, infine: la figura del Presidente del Consiglio è abolita e i suoi poteri trasferiti al Presidente della Repubblica, assistito nel proprio incarico da un numero variabile di vicepresidenti di propria nomina; i componenti dell’Esecutivo possono essere messi in stato d’accusa solo a seguito di una procedura particolarmente rinforzata; i candidati alle elezioni presidenziali devono aver ricoperto la carica di deputati ovvero provenire da un gruppo parlamentare o da un partito che abbia ottenuto centomila voti nelle precedenti elezioni e abbia superato la soglia del 5%; il Presidente può mantenere le cariche ricoperte nel proprio partito di appartenenza (differentemente da quanto attualmente previsto); il Presidente della Repubblica è competente a presentare una proposta di legge di bilancio che la Commissione bilancio della Grande Assemblea è tenuta a discutere e a sottoporre al voto del plenum.

Affinché la Turchia si trasformi in una repubblica presidenziale è necessaria la chiamata alle urne dell’elettorato attraverso un referendum che si terrà nella prima metà di aprile 2017. Nei referendum indetti dai governi Erdoğan nel 2007 e nel 2010, l’elettorato turco ha votato a favore delle riforme costituzionali proposte dal partito Akp. Il significato espresso in quella volontà, soprattutto per il contenuto dell’oggetto referendario, è stato letto come la tenacia del popolo turco di adeguare il sistema nazionale a quello europeo. Come espresso da larghe parti della società civile, dall’accademia e dall’opposizione, una svolta presidenzialista in questo momento storico non rischia di trascinare il Paese verso una deriva autoritaria e dunque lontano dall’Unione Europea?

Il referendum, che il Presidente della Repubblica ha indetto per il 16 aprile 2017, è uno strumento cui l’AKP ha frequentemente fatto ricorso per ottenere il sostegno popolare alle riforme costituzionali. Legare queste ultime al percorso di adesione all’Unione Europea spiega solo una parte delle ragioni dei referendum, spesso dipendenti anche da ragioni di ordine interno. Se il pacchetto di emendamenti sottoposto a referendum nel 2010, riguardando la tutela dei diritti – sia come ampliamento del catalogo costituzionale che come strumenti di garanzia quale l’introduzione del ricorso individuale alla Corte costituzionale – può essere considerato in linea anche con i desiderata dell’UE, gli emendamenti del 2007, finalizzati ad assicurare l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, mi paiono avere una ragione prettamente nazionale.

Accantonando la relazione fra ambizioni europeiste e referendum e guardando al rapporto tra la Turchia e l’Unione europea in una prospettiva più ampia, si può dire che il contenuto del referendum che si svolgerà il prossimo aprile, di per sè, non rappresenta una ragione di attrito, visto che non mancano casi di forme di governo presidenziale fra gli Stati membri. Semmai, nuove ragioni di tensione potrebbero venire dalle modalità con cui i nuovi poteri affidati al presidente saranno utilizzati per rafforzare la guida monocratica – autoritaria, direbbero alcuni – del paese, in linea con la reazione che le istituzioni europee hanno già avuto nei confronti dei provvedimenti seguiti al tentativo di colpo di stato del 15 luglio. In realtà, l’analisi dei rapporti fra l’UE e la Turchia richiederebbe un lungo e complesso discorso, sintetizzabile in un breve concetto: l’UE ha usato il percorso di adesione per provare a legare a sè la Turchia, ma senza essere mai realmente intenzionata a concedere lo status di membro a pieno titolo; la Turchia ha usato l’UE per legittimare la propria posizione internazionale nell’equilibrio post-guerra fredda ma ha presto scoperto che i legami che derivano da una piena adesione sono troppo stringenti per i propri canoni.

In seguito al fallito golpe del 15 luglio scorso il Paese ha subito profonde limitazioni alle libertà. Lo stato d’emergenza (OHAL), inizialmente promulgato per tre mesi, è stato rinnovato fino alla recente proroga in scadenza il prossimo aprile. Previsto dalla Costituzione, questo strumento giuridico, a differenza della legge marziale, è una misura restrittiva in mano al potere esecutivo. Quanto può influire in una campagna referendaria la capacità da parte del governo, sostenitore della riforma, di porre divieti e limitazioni per ragioni di sicurezza nazionale? E quanto l’OHAL può limitare la libera informazione e circolazione di idee, in un Paese che vanta il record mondiale di giornalisti detenuti?

Lo stato di emegenza può certamente influenzare la modalità con cui i partiti sceglieranno di avvicinarsi al referendum. Di questo si sono mostrati consapevoli anche i dirigenti dell’AKP, che hanno più volte dichiarato quanto non sia conforme ad un ordinamento democratico organizzare un referendum nella costanza della vigenza dello stato di emergenza. In questo senso dovrebbe leggersi la scelta del Presidente Erdogan di fissare la data per il referendum al 16 aprile, ossia dopo la prevista scadenza dello stato di emergenza che, auspicabilmente, non dovrebbe essere ulteriormente rinnovato. Da un punto di vista formale, dunque, la democrazia sarebbe salva, visto che la consultazione popolare non si svolgerebbe durante l’OHAL. Tuttavia, l’intera campagna referendaria si svolgerà certamente nella vigenza dello stato di emergenza, potendo le autorità nazionali vietare per ragioni di sicurezza lo svolgimento di manifestazioni e comizi e quindi, almeno in potenza, coartando i margini di manovra dell’opposizione. Quali effetti una scelta di questo tipo potrebbe avere sulla popolazione è tuttavia da vedersi: i sondaggi, in vero abbastanza controversi, sembrano segnalare che il sostegno popolare in favore delle misure volute dall’AKP non sia ampio come in passato e un rigido controllo sulle attività dell’opposizione potrebbe avere il controverso effetto di aumentarne i sostenitori.

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