Chad: tensioni politiche e sociali in cerca di soluzione

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Continuano le manifestazioni di protesta nei confronti delle misure di austerità adottate dalla presidenza di Idriss Déby Itno per fronteggiare la dura crisi economica che ha colpito il Chad negli ultimi due anni. Una crisi che ha avuto dei risvolti in termini di contestazione sociale senza precedenti per il Paese. I sindacati dei funzionari dell’amministrazione pubblica hanno organizzato a ottobre uno sciopero durato quattro mesi per rivendicare il pagamento dei salari arretrati e protestare contro il dimezzamento delle indennità dei loro iscritti. Di fronte ad un dialogo che faticava a trovare un compromesso, a dicembre il governo ha approvato una misura di limitazione del diritto allo sciopero, inasprendo i toni del confronto e portando i sindacati a lanciare un ultimatum ai leader del Paese. Il termine dell’ultimatum, in scadenza questo lunedì 13 febbraio, è stato prorogato di tre settimane, in segno di buona volontà nei confronti del nuovo governo di N’Djamena, frutto di un recente rimpasto ad opera del presidente Déby. Per ora tuttavia non sembrano presenti i presupposti per un cambio di rotta da parte delle autorità del Paese, sotto fuoco incrociato per la ripresa della protesta anche da parte degli studenti. E’ di martedì 14 febbraio l’ultima manifestazione contro la soppressione delle borse di studio per carenza di fondi da parte del governo.

Le forze di opposizione, recentemente riunite nella piattaforma Mouvement d’Eveil Citoyen, cavalcano l’onda del malcontento popolare, denunciando il carattere autoritario e anti-democratico del regime di N’Djamena. La decisione di qualche settimana fa della presidenza chadiana di rinviare le elezioni legislative sine die per mancanza di risorse, non fa che alimentare la tensione nel Paese. L’attuale configurazione del parlamento, eredità delle elezioni del 2011, è estremamente vantaggiosa per il Mouvement patriotique du Salut (MPS), partito di Déby, che detiene 133 dei 188 seggi. Si fa sempre più strada il sospetto che il presidente chadiano sfrutti la crisi economica come alibi per prorogare lo stato di grazia politica che l’attuale configurazione parlamentare gli garantisce.

Le speranze della società civile chadiana che le proprie proteste vengano appoggiate da pressioni internazionali sul governo di N’Djamena sono contenute. Da sempre, ma in particolar modo a partire dalla caduta del regime di Gheddafi, il Chad gioca un ruolo cruciale per la stabilità della regione saheliana. Il Paese è impegnato in prima linea su due dei fronti attualmente più caldi per la sicurezza del continente. Da un lato, partecipa con Benin, Cameroon, Niger e Nigeria alla Multi-National Joint Task Force (MNJTF), forza internazionale per il contrasto all’azione di Boko Haram nel bacino del lago Chad. Dall’altro, N’Djamena è uno dei fondatori (con Ouagadougou, Bamako, Nouachkott e Niamey) del G5 Sahel, organizzazione che lotta contro l’infiltrazione delle forze jihadiste nella regione. Gli sforzi chadiani, in termini economici ma anche di perdite umane, su questi due fronti, valgono a N’Djamena un sostegno internazionale di rilievo, sia da parte della comunità occidentale che dell’Unione Africana. Parigi, storica alleata di Déby, oltre ad aver stabilito la base operativa dell’operazione Barkhane nella capitale chadiana, si è confermata recentemente un alleato strategico per il Paese, promettendo un aiuto budgetario importante per il 2017 (5 milioni di euro) ed un consistente piano di aiuti per i prossimi 5 anni. A livello continentale, all’ultimo summit dell’Unione Africana, Déby ha lasciato la presidenza dell’organizzazione per lo scadere del proprio mandato, riuscendo a far eleggere il proprio ministro degli affari esteri, Moussa Faki Mahamat, fedelissimo uomo di partito, alla guida della Commissione dell’Unione Africana. Ad oggi le probabilità che l’organizzazione panafricana si pronunci criticamente nei confronti del Paese si assottigliano secondo molti osservatori, preoccupati anche per il futuro impegno dell’organizzazione nella promozione della democrazia nel continente.

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