La spirale di violenza nella Repubblica Centrafricana

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Continuano le violenze in Repubblica Centrafricana: è di questo martedì (7 febbraio) l’ultimo attacco di un gruppo di auto-difesa musulmano nei pressi del quartiere PK5 di Bangui. L’uccisione di Youssouf Malinga, uno dei leader delle milizie musulmane della città, durante un’operazione congiunta di MINUSCA e forze armate centrafricane ha portato i miliziani ad attaccare, in forma di rappresaglia, due chiese e il centro sanitario dove erano stati portati i feriti. Il bilancio è di 5 morti e una dozzina di feriti, ma sono circa 300 le persone che hanno lasciato il quartiere per rifugiarsi nel vecchio campo sfollati di Mpoko.

Non è solo Bangui ad essere teatro di violenze in queste settimane. Continuano gli attacchi nei confronti dei civili da parte di diversi gruppi armati (alcuni riconducibili ad ex seleka e anti balaka, altri nuovi, come il gruppo “3R”) nel nord-ovest del Paese, “zona dimenticata” secondo Human Rights Watch, pericolosamente vicina a Chad, Sudan e Sud-Sudan. Ma neanche le regioni centrali della Repubblica Centrafricana sono risparmiate da disordini e violenze. Ad una quarantina di chilometri da Bambari, area calda da diversi mesi, uno scontro interno fra fazioni di ex seleka, cominciato sabato scorso e durato diversi giorni, ha provocato la morte di almeno 20 persone.

Nonostante la presenza della MINUSCA (più di 12.000 uomini) e l’incontestabile sostegno che la presidenza Touadéra riscuote nella Comunità Internazionale (il neo-presidente centrafricano è riuscito ad ottenere 110 milioni di dollari dal Fondo Monetario Internazionale nel luglio scorso, e 2 miliardi di dollari dalla conferenza dei donatori di novembre), la Repubblica Centrafricana fatica a trovare la via della stabilità. Le autorità nazionali non riescono ad affermare il proprio controllo sul territorio, dove milizie dal maggior e minor seguito, si contendono la gestione del territorio. La spirale di violenza da cui il Paese fatica ad uscire sarebbe anche alimentata, secondo quanto denuncia Amnesty International, dall’impunità di cui godono i perpetratori di violazioni dei diritti umani.

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