Il dossier Afghanistan

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Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ricevuto in eredità dall’amministrazione Obama una situazione afghana molto seria. Ne abbiamo parlato con Claudio Bertolotti, Analista strategico di ITSTIME (Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies) e Associate Researcher ISPI, il quale ha definito “dinamico” lo stallo in Afghanistan, perché se l’Afghanistan è fermo sul piano operativo e politico, non lo è certo dal punto di vista della narrativa.

Qual è dunque l’attuale situazione politica in Afghanistan?

Secondo un report non recentissimo, i Talebani deterrebbero il controllo di circa il 30% dell’Afghanistan. Secondo un report molto più recente, pubblicato appena la settimana scorsa dal Washington Post, tale percentuale oggi si aggira attorno al 45%. Un controllo che implica la capacità del gruppo di muoversi lungo il territorio e di svolgere un’attività puramente politica. I governi-ombra dei Talebani sono organizzati a livello distrettuale fino ad aree e villaggi di diversa estensione, dove è insediato un proprio rappresentante e una piccola amministrazione in grado di rispondere alle esigenze della popolazione. Esigenze di sicurezza interna, garantita dalla presenza di uomini armati; di lavoro e, considerando che la principale entrata economica per i Talebani è costituita dal narcotraffico, l’Afghanistan infatti produce più del 90% degli oppiacei che si riversano nel mercato globale, il concetto di sicurezza si lega fortemente anche al lavoro nei campi di oppio, che assicura agli agricoltori locali rette pagate in anticipo, qualora per qualsiasi motivo la produzione dovesse venire meno. È bene chiarire però che, quando si parla di Talebani, ci si riferisce a fenomeni insurrezionali di cui il gruppo rappresenta la forza principale tra le 15-30 sigle differenti, che si riconoscono in un rapporto di collaborazione e competizione sotto questa etichetta. Oltre alle capacità amministrative, i Talebani sono riusciti a contrastare e sconfiggere sul campo di battaglia le forze di sicurezza afghane; controllano aree urbane, vie di comunicazione che a periodi alterni limitano o chiudono completamente all’utilizzo. All’incapacità delle forze di sicurezza afgane di intervenire e contenere la crescita dei Talebani, si somma una realtà politica abbastanza drammatica. Nel 2014, il risultato delle presidenziali, falsato da brogli elettorali riconosciuti anche dall’ONU, ha offerto come unica soluzione per far fronte al rifiuto da parte dei due candidati – Ashraf Ghani Ahmadzai e Abdullah Abdullah – di riconoscere l’altro in caso di vittoria, la proposta di condividere il potere affidando a Ghani la Presidenza e a Abdullah l’incarico di Chief Executive Officer o Primo Ministro esecutivo, una carica che non esiste nell’ordinamento costituzionale afghano, ma che fu promesso di introdurre entro 12 mesi. Da allora sono passati quasi tre anni e nessuna modifica alla Costituzione è stata mai apportata. Questo è un po’ la cartina di tornasole di una situazione politica paralizzata o che tutt’al più procede lungo direzioni divergenti, perché i gruppi politici di riferimento dei due candidati hanno visioni e interessi contrapposti, e questo ha portato appunto ad uno stallo politico.

Le truppe americane lasceranno l’Afghanistan?

Nel 2011, vengono dispiegate sul terreno 150.000 unità. Obiettivo americano è quello di risolvere il problema insurrezionale sconfiggendolo sul campo di battaglia, ma senza alcun risultato. L’anno prima, nel 2010, Obama commette l’errore strategico di dichiarare quanti uomini avrebbe mandato e quando avrebbe ritirato le truppe, consentendo così ai Talebani di ritirarsi, essere meno vulnerabili, meno visibili per poi attivarsi quando le forze di sicurezza della NATO e americane avrebbero ceduto la responsabilità alle forze di sicurezza afghane. Dal 2014 ad oggi, si assiste a un sostanziale disimpegno americano sul campo di battaglia, sebbene gli americani conducano una operazione di cui si parla molto poco. L’erede di Enduring Freedom, la Freedom Sentinel è un’operazione di combattimento vera e propria, condotta con le forze speciali supportate a loro volta da droni e un numero adeguato di unità, con l’obiettivo di colpire esclusivamente “Al Qaeda e suoi affiliati”. Una definizione questa, che spiega l’interesse americano in Afghanistan, diretto a contrastare l’emergenza di un soggetto di natura insurrezionale-terroristico nuovo, lo Stato Islamico in Afghanistan, che non ha a che fare con Al Qaeda se non per essere in netta contrapposizione ideologica e operativa. Gli americani sono impegnati soprattutto nell’area di Nangahrar, lungo la strada Jalalabad road, che collega Kabul con Jalalabad e Jalalabad con il Pakistan dove lo Stato Islamico, nominalmente Islamic State Khorasan (IS-K), ha la capacità di detenere un sostanziale monopolio della forza in contrapposizione ai Talebani che nella zona sono stati un po’ marginalizzati. Nangahrar è una zona molto calda di cui si parla poco, perché l’attenzione è sempre rivolta verso sud sud-est. Nangahrar è a est ed è qui che si concentrano tutte le dinamiche che stanno caratterizzando l’Afghanistan, ovvero la lotta degli americani contro i Talebani, l’Esercito afghano contro i Talebani e i Talebani contro lo Stato Islamico. È in questa area che un tacito accordo di non belligeranza tra Talebani e americani, Talebani ed Esercito afghano ha consentito ai Talebani, agli americani e all’Esercito afghano di colpire lo Stato islamico. Si è dunque creata una situazione piuttosto confusa, dove un soggetto orientato alla condotta di una guerra di tipo regionale – i Talebani combattono in Afghanistan e per l’Afghanistan – si contrappone ad un concetto di conflittualità di tipo globale, che è quello dello Stato islamico, che ha in Afghanistan un franchising legato al modello originale a cavallo tra la Siria e l’Iraq. Il ritiro delle truppe annunciato dall’amministrazione Obama si sarebbe rivelata una scelta strategica pericolosa. A tal proposito, Washington ha dapprima congelato il ritiro delle truppe combattenti, mantenendo circa 8000/9000 unità, e poi ha dislocato le truppe in quelle basi avanzate che erano state abbandonate dagli americani e passate in consegna ai Talebani, in particolare nella zona dell’Helmand. Trump ha ricevuto questo Afghanistan in eredità e, malgrado non fosse un punto all’ordine del giorno durante la campagna elettorale, a ottobre il futuro Presidente aveva già dichiarato a Fox News che avrebbe mantenuto almeno 10.000 unità sul terreno, perché vicino all’Afghanistan c’è il Pakistan, una potenza dotata di un arsenale nucleare di cui è difficile fidarsi. In effetti, il Pakistan potrebbe costituire una minaccia, ma partendo dai due accordi rispettivamente stipulati nel 2012 e nel 2014 tra Stati Uniti e Afghanistan – lo Strategic Partnership Agreement e Bilateral Security Agreement – che garantiscono a Washington l’uso esclusivo e il controllo di basi aeree strategiche in Afghanistan fino al 2024, basi permanenti vita natural durante, è chiaro che difficilmente le truppe verranno definitivamente ritirate. Tutto è ancor più ovvio se puntassimo un compasso su di una qualsiasi base americana, Bagram, Herat o Kabul, e disegnassimo un cerchio. All’interno ricadrebbe l’Iran, le Repubbliche centro-asiatiche, parte della Russia, parte della Cina e dell’India e tutto il Pakistan. A questo punto, la domanda che ci si pone è perché gli americani dovrebbero pensare di andare via dall’Afghanistan? Infatti, molto probabilmente la linea tracciata, anche se non ancora definita da Trump, sarà coerente con quella di Obama e con quella di Bush prima.

Qual è il ruolo della Russia?

Di Russia si è sentito parlare solo recentemente. In realtà, è presente in Afghanistan almeno dal 2008, non con propri mezzi o schierando truppe, ma con interessi orientati a mantenere impegnati gli americani in un livello di conflittualità basso e pur sempre oneroso. Questo è avvenuto anche sostenendo, sulla base delle recenti informazioni, finanziando, equipaggiando e addestrando unità del fronte insurrezionale e non è escluso che tra questi ci siano stati anche i Talebani. Verosimilmente, ci sono stati gruppi insurrezionali appartenenti a quelle fazioni etnolinguistiche affini agli Stati che confinano con l’Afghanistan, come Uzbekistan, Tagikistan, Turkmenistan. Si tratta di gruppi di opposizione armata che occupano le aree di prossimità di questi paesi, a nord, nord-ovest e nord-est, ma è possibile che i russi abbiano aiutato anche i Talebani o gruppi para-Talebani provenienti dal sud dell’Afghanistan. L’aspetto interessante è che l’impegno della Russia, la narrativa adottata, è estremamente efficace e convincente, almeno sul piano della comunicazione aperta: “noi siamo lì per contrastare lo Stato islamico”, diretta minaccia all’Asia e alla stessa Russia.

E l’Iran?

L’Iran non ha fatto niente di diverso rispetto a quello che ha fatto la Russia, anzi, ha iniziato a farlo molto prima. Già prima del 2009, Teheran ha sostenuto alcuni gruppi di opposizione armata tra i quali anche i Talebani sunniti della zona ovest dell’Afghanistan, li avrebbe addirittura ospitati dando loro aree all’interno delle quali trovare una certa tranquillità per potersi addestrare, curare attraverso l’assistenza medica ed equipaggiarsi militarmente. L’Iran, che durante l’epoca Bush e durante la prima amministrazione Obama è stata inserita nell’asse del male e quindi andava contenuta e contrastata, ha fatto questo per lo stesso motivo della Russia, tenere gli americani impegnati in Afghanistan con poche risorse per potersi concentrare altrove, in Iran per esempio.

Quali sono gli interessi cinesi in Afghanistan?

La Cina si è accaparrata circa l’80% dei diritti estrattivi del sottosuolo afghano, che è forse la principale miniera a cielo aperto in Asia, per quanto il riguarda il rame e i minerali rari. Poi c’è anche petrolio, c’è anche gas, ma quello che interessa alla Cina è l’accesso alle risorse minerarie, all’approvvigionamento. La Cina senza impegnare soldati è riuscita ad aggiudicarsi importantissimi contratti che non riesce a rispettare per problemi legati alla sicurezza, riesce ad estrarre dunque, ma non a trasportare. Al fine di tutelare i suoi interessi, la Cina si è fatta promotrice di una iniziativa negoziale, di un dialogo con i Talebani finalizzato alla stabilizzazione, alla pace in Afghanistan. Nel maggio del 2015, la Cina ha ospitato una delegazione talebana, con la quale è stato dato il via al Quadrilater Coordination Group, tavolo a cui siede la Cina, il Pakistan, l’Afghanistan e gli Stati Uniti, ma non i Talebani. La cosa interessante è che ci si concentra sul Quadrilater Coordination Group come possibile soluzione alle difficoltà afghane, quando invece i principali risultati sono ottenuti in sede di accordi bilaterali, cioè Talebani e Pakistan, Talebani e Cina, Talebani e Afghanistan. I Talebani giocano su tutti i tavoli dividendo i loro interlocutori e dimostrando di avere grande capacità politica e grande pazienza, perché essi potrebbero essere gli ultimi sul campo di battaglia e a vincere la guerra in Afghanistan, tanto da acquisire peso specifico anche sul tavolo negoziale. Questo la Cina lo ha capito e sta investendo molto, anche perché è preoccupata innanzitutto a causa della difficoltà di poter utilizzare le risorse, per le quali si è aggiudicata i contratti estrattivi. In secondo luogo, nello Xinjiang o Turkestan orientale, la popolazione degli Uiguri di religione musulmana e marginalizzata è caratterizzata da spinte autonomiste che potrebbero consolidare i rapporti con i principali gruppi di opposizione armata jihadista della zona, non solo i Talebani, ma anche l’Islamic Movement of Uzbekistan (IMU), operativo tra Uzbekistan, Pakistan e Afghanistan, metà del quale è passato allo Stato islamico, l’altra metà è rimasto con Al Qaeda. In questo caso, per la Cina è fondamentale il ruolo del Pakistan, perché Islamabad potrebbe contenere l’influenza di gruppi insurrezionali pakistani e afghani sugli Uiguri ed evitare che questa spinta islamista all’interno della Cina possa portare a disequilibri interni. Infine, terzo motivo di preoccupazione per la Cina è la Nuova Via della Seta, la One Belt One Road (OBOR), che passa al nord dell’Afghanistan, in quelle aree che se destabilizzate potrebbe influire su  interessi strategici della Cina. I Talebani dunque hanno ben compreso le dinamiche relative ai paesi che circondano l’Afghanistan o che in Afghanistan hanno interessi. Essi hanno capito che hanno tutto da guadagnarci dal mantenere un ruolo di primo piano anche sul campo di battaglia e dimostrare la apertura al dialogo. Poche settimane fa, infatti, i Talebani hanno dichiarato la disponibilità a garantire la sicurezza delle infrastrutture strategiche dell’Afghanistan, proprio coloro i quali minacciano le infrastrutture strategiche del paese. Questo vuol dire che spartendo gli interessi tutti avrebbero da guadagnarci.

Qual è la soluzione finale per raggiungere la stabilizzazione dell’Afghanistan?

È una soluzione di cui io parlo da anni. Una possibile via di uscita per il paese è il coinvolgimento dei Talebani nella governance, l’accesso alle risorse del paese e un sostanziale riconoscimento sul piano del diritto di ciò che i Talebani hanno di fatto conquistato. Questo potrebbe anche portare nei più ottimistici degli scenari alla realizzazione di un progetto di cui si parla da trent’anni, la realizzazione dell’oleodotto, che dal Turkmenistan attraverserebbe l’Afghanistan, fino ad arrivare in Pakistan e poi in India. La pipeline frutterebbe all’Afghanistan 300 milioni di dollari all’anno solo in royalties. Che siano i Talebani o qualsiasi altro gruppo, si potrebbe condurre l’Afghanistan su un piano di conflittualità più basso rispetto a quello attuale e avere una qualche speranza di stabilizzazione, che indubbiamente richiede un lungo periodo di tempo per essere ampiamente consolidata.

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