Il valzer diplomatico sulla missione d’interposizione africana in Sud Sudan

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Nel mese di gennaio sono proseguite le scaramucce dialettiche tra governo del Sud Sudan e parte della comunità internazionale sull’ipotesi di schieramento di una forza d’interposizione regionale sotto l’egida delle Nazioni Unite, concepita per porre un argine agli scontri armati tra governo e forze ribelli. La possibilità di inviare un ulteriore contingente di 4mila uomini composto da soldati di Ruanda, Etiopia e Kenya era stata avanzata dal Consiglio di Sicurezza all’indomani dello scoppio dei disordini tra esercito governativo e ribelli del Sudanese People Liberation Movement-In Opposition (SPLM-IO) nel mese di luglio 2016. Le autorità di Juba avevano inizialmente respinto la risoluzione temendo di perdere il vantaggio strategico accumulato nei confronti dei ribelli, salvo poi rivedere la propria posizione in seguito alle minacce di imposizione di un embargo internazionale sulla vendita d’armi. Le manovre dilatorie del governo sud sudanese e le accuse di genocidio avanzate dagli osservatori delle Nazioni Unite avevano infine indotto il rappresentante degli Stati Uniti presso il Consiglio di Sicurezza a sottoporre una bozza di risoluzione sul blocco delle forniture d’armi il 23 dicembre: proposta però rigettata dalla maggioranza dei membri del Consiglio, Cina e Russia in testa.

La vittoria diplomatica incassata dal governo sud sudanese dinanzi al massimo organo delle Nazioni Unite ha inevitabilmente influenzato la postura di Juba sull’opportunità di accettare il contingente d’interposizione. Il 10 gennaio il Ministro della Difesa sud sudanese è intervenuto sulla vicenda, evidenziando come il miglioramento delle condizioni di sicurezza nel Paese renda ormai inutile l’invio di una nuova forza multinazionale. La stessa opinione è stata reiterata pochi giorni dopo dal consigliere del presidente per la sicurezza nazionale, Tut Gatluak, nel corso di un’intervista a Sudan Tribune.

Queste dichiarazioni non vanno tuttavia interpretate come fedeli rappresentazioni della volontà del governo sud sudanese, quanto come indizi della dialettica interna all’amministrazione di Juba sull’opportunità di accogliere o meno i caschi blu africani. Pochi giorni dopo le dichiarazioni del titolare del dicastero della Difesa, infatti, il rappresentante della Missione delle Nazioni Unite in Sud Sudan (UNMISS) ha incontrato il Ministro per gli Affari Governativi sud sudanese, ricevendo una netta smentita. Una posizione simile, seppur più sfumata, è stata espressa a stretto giro di posta dal Ministro per l’Informazione, secondo il quale Juba darà luce verde al dispiegamento del contingente regionale ma solo a patto che il Consiglio di Sicurezza approvi una nuova risoluzione in merito. Il presidente Salva Kiir, dal canto suo, ha rimarcato la volontà di accogliere la missione d’interposizione, ma a condizione che il mandato non includa il controllo dell’aeroporto internazionale di Juba: un’eventualità, questa, ritenuta lesiva della sovranità sud sudanese.

La bocciatura della risoluzione statunitense sull’embargo d’armi al Sud Sudan non ha solo rafforzato la posizione degli esponenti più intransigenti dell’amministrazione Kiir, ma ha danneggiato in maniera significativa i già delicati rapporti tra Washington e Juba. Le conseguenze del fallito colpo di mano al Consiglio di Sicurezza si erano già palesate il 3 gennaio, quando il vice portavoce dell’esercito sud sudanese aveva accusato i diplomatici statunitensi di voler promuovere un cambio di regime a Juba. Nonostante le smentite e le vibranti proteste dell’ambasciata statunitense, il gelo diplomatico tra i due Paesi è ormai evidente. Un’ulteriore riprova si è avuta il 18 gennaio, in occasione della visita a Juba del vice segretario di stato con delega agli affari africani Linda Thomas-Greenfield. Nel corso del suo soggiorno di 24 ore nella capitale, Thomas-Greenfield non è stata ricevuta da alcun ufficiale governativo sud sudanese: uno smacco diplomatico che ben mette in luce i limiti della politica dell’amministrazione Obama in Sud Sudan.

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