Turchia-UE: quale futuro?

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Il processo di adesione della Turchia all’Unione Europea, di fatto fermo dallo scorso decennio, è prepotentemente tornato dal 2016 al centro del dibattito europeo e in parte di quello turco. L’incapacità e la frammentazione politica europea nel relazionarsi con Ankara sta di fatto logorando quel ricercato – e finora mai realizzato – sentimento di appartenenza alla “casa comune”, ancora largamente incompiuto, che fin dagli anni Sessanta ha legato la Repubblica di Turchia alle istituzioni europee.

Sono passati più di cinquant’anni da quel lontano 1963, anno in cui la Comunità Economica Europea (CEE) – predecessore dell’Unione Europea – firmò l’Accordo di Ankara, ovvero l’Agreement Creating An Association Between The Republic of Turkey and the European Economic Community. Ankara presentò nel 1987 la sua candidatura a stato membro della CEE e solo nel 1999 – dopo anni di tensioni e instabilità politica in Turchia – il Consiglio Europeo di Helsinki le concesse finalmente lo status di candidato all’adesione UE. Sancito questo primo traguardo, qualche anno più tardi, nel dicembre 2004, la Commissione Europea, nonostante le forti reticenze di alcuni stati membri, diede il via libera al processo di adesione della Turchia all’Unione Europea, iniziato formalmente il 3 ottobre 2005. Da allora fino ad oggi sono stati aperti solo 16 capitoli dei 35 necessari alla completa adesione.

Al centro dell’ostruzionismo europeo pesano i veti di alcuni membri, uno fra tutti quello della Repubblica di Cipro, che hanno reso di fatto questo percorso estenuante e finora improduttivo per entrambe le parti. Negli ultimi due anni si è poi passati dallo stallo a una delicatissima relazione che ha preso a tratti la forma di una vera e propria crisi. Infine, dal tentato golpe di luglio scorso, certe misure prese dallo Stato turco, alcune dichiarazioni del governo di Ankara e le pressioni esercitate da diversi membri UE, hanno portato ad una situazione surreale nella quale si prospetta addirittura un’uscita soft della Turchia dal processo d’adesione.

Dopo mezzo secolo, il processo europeo di Ankara sembrerebbe dunque al capolinea a causa dell’ostruzionismo portato avanti da correnti dichiaratamente ostili alla realizzazione di una membership turca nell’UE. Il voto del parlamento europeo del 24 novembre scorso, attraverso il quale Strasburgo ha espresso la volontà di congelare le trattative con Ankara, è infatti la fotografia dell’irritabilità di una camera elettiva attualmente priva di una visione politica coerente e antitetica all’interesse comune delle due parti. Nonostante il voto del Parlamento Europeo abbia natura squisitamente consultiva – e dunque non vincolante ai fini della definitiva sospensione del processo di adesione – quello di novembre è stato un giudizio politico a tutti gli effetti, da cui traspare l’assenza di un pragmatismo di fronte a un partner, la Turchia, oggi imprescindibile per la stabilità euro-mediterranea.

Certamente le misure adottate da Ankara nei mesi successivi al tentato golpe di luglio 2016 hanno scosso l’opinione pubblica europea. Uno fra tutti lo stato d’emergenza. Questo è lo strumento giuridico attraverso il quale migliaia di dipendenti pubblici sono stati allontanati dai propri impieghi. Il 3 gennaio il Vice Primo Ministro Nurman Kurtulmuş ha annunciato l’intenzione del gabinetto turco di estendere questa misura a partire dal 19 gennaio per ulteriori 90 giorni. In Turchia gli ultimi mesi sono stati contrassegnati da arresti di massa che hanno trasversalmente colpito la macchina statale, alcune organizzazioni civili e il mondo universitario. L’incarcerazione di un cospicuo numero di parlamentari ha infine deteriorato ulteriormente il rapporto tra UE e Ankara. Sono iniziati proprio in questi giorni i processi contro centinaia di poliziotti accusati di aver partecipato al fallito colpo di stato. Nelle prossime settimane seguiranno i maxi processi che vedranno imputati quelle decine di migliaia di statali arrestati con l’accusa di appartenere all’organizzazione terroristica FETÖ, il cui leader Fethullah Gülen residente negli USA, è stato considerato per anni da Bruxelles come un importante interlocutore per via delle sue attività centrate sul dialogo interreligioso e sul filo-atlantismo. Sulla definizione europea della FETÖ come “movimento (Gülen Movement)” si è pronunciata la stessa Corte Suprema turca in data 21 novembre per ribadire come la percezione di Bruxelles su questo gruppo, sia “molto triste” e lontana dalla natura terroristica del gruppo in questione. Per la Corte infatti «questa definizione non è compatibile con i valori europei».

L’attenzione mediatica sull’intricato rapporto Turchia-UE in questo 2016 appena conclusosi, tuttavia, si è costantemente concentrata su due aspetti: il primo riguarda appunto il processo di adesione europea di Ankara, il secondo invece verte sulla questione dei migranti. Su quest’ultimo punto l’Unione Europea il 18 marzo scorso ha siglato con le autorità turche un accordo che in sostanza prevede la gestione congiunta del flusso migratorio dalle coste dell’Anatolia a quelle greche, il potenziamento della cooperazione marittima, il ritorno in Turchia di quei migranti che non necessitano di protezione internazionale e infine il versamento alle casse di Ankara di un’ulteriore tranche di 3 miliardi di euro per l’assistenza in progetti a rifugiati accolti nel Paese. L’ambizioso deal turco-europeo, in teoria attivo dallo scorso marzo, ha dunque come obiettivo quello di porre “fine” all’immigrazione irregolare dalla Turchia verso la frontiera sud-orientale dell’Europa. Quest’accordo vede tra i suoi punti fondamentali anche la liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi e l’apertura dei nuovi capitoli per l’adesione della Turchia nell’UE. L’apertura dei capitoli rimane ad oggi ferma e il voto di Strasburgo di novembre scorso sembra palesare una volontà europea di cogliere i problemi interni post-golpe della Turchia quale principale ostacolo al processo d’adesione. Eppure sono state le stesse forze dell’opposizione turca a esortare le istituzioni europee verso l’apertura dei capitoli, in particolare quelli sui diritti fondamentali, ovvero il 23 e il 24. Inascoltati i messaggi di Kemal Kılıçdaroğlu, leader della principale forza d’opposizione, il Partito Repubblicano del Popolo (CHP): «La Turchia guarda all’Occidente fin dal primo giorno della sua fondazione». Sulla questione della liberalizzazione dei visti, prevista per maggio poi posticipata a ottobre, tutto è fermo. Le 72 condizioni richieste dall’UE non sono state evidentemente soddisfatte da Ankara. La Turchia, tuttavia, è un unicum tra gli Stati candidati, essendo il solo Paese ad aver restrizioni nei movimenti dei propri cittadini verso l’area Shengen. La presa di posizione dell’Austria, contraria alla liberalizzazione dei visti per i turchi, non aiuta a distendere il clima già teso. Nonostante le minacce turche di guardare a Est, come l’intenzione di divenire membro della Shanghai Cooperation Organization, la realtà racconta di una Turchia fortemente legata al mercato europeo, come dimostrano i dati sul commercio estero dell’Istituto Statistico Turco. Lo stesso premier Binali Yıldırım ha voluto chiarire questo punto: «Le nostre osservazioni sull’Unione di Shanghai non sono una novità. Abbiamo fatto così anche quando i nostri rapporti con la UE erano normali. L’Unione di Shanghai non è un’alternativa alla UE».

In una Turchia macchiata dal sangue dei continui attentati che non danno pace all’apparato di sicurezza del Paese, il riavvicinamento con la Russia di Putin, sembrerebbe in linea con certe dichiarazioni anti-europee dell’establishment del partito di Erdoğan. Eppure, nonostante il paventato cambio di rotta in chiave euroasiatica, la Turchia economicamente non può fare a meno del mercato europeo. Anche sulla sicurezza Ankara e Bruxelles hanno necessità di una maggiore cooperazione e non di un allontanamento. Pensiero condiviso ed esposto da Federica Mogherini, Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, durante la conferenza stampa a margine del meeting dei ministri degli esteri dei membri NATO, tenutosi lo scorso mese: «Le relazioni tra l’UE e la Turchia sono complesse – a volte questo essere complesso si trasforma in essere complicato – sono ricche, profonde e direi fondamentali sia per la Turchia che per l’Unione Europea». L’incalzante esigenza per entrambi gli attori di garantire sicurezza e stabilità alla regione euro-mediterranea sarà nel breve periodo il nodo principale della cooperazione turco-europea, considerate le minacce del terrorismo internazionale e l’avanzata di forze centrifughe all’interno dei Paesi Nato.

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