Somalia: la crisi di legittimità delle istituzioni transitorie

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Per la sesta volta dall’inizio delle operazioni di voto il governo somalo ha rinviato la data delle elezioni presidenziali, ora previste per la fine di gennaio 2017. La notizia è conseguenza delle difficoltà organizzative che hanno finora caratterizzato la tornata elettorale, ma ha l’aggravante di aprire scenari imprevedibili sulla legittimità del governo che uscirà dalle prossime urne.
La ripetuta proroga delle elezioni presidenziali ha infatti contribuito a minare alla radice le fondamenta giuridiche della nuova architettura istituzionale somala: sebbene il governo uscente sia teoricamente decaduto dai suoi poteri già da settembre, il presidente federale Hassan Sheikh Mohamud continua a esercitare un ruolo di primo piano nella gestione del processo elettorale per mezzo del National Leadership Forum (NLF), l’organismo di coordinamento che riunisce le più alte cariche degli esecutivi federali e regionali. Creato nel febbraio 2015 per favorire la concertazione tra Mogadiscio e i nuovi stati regionali in vista delle elezioni, il NLF non è stato esente da critiche in passato a causa della poca trasparenza dei processi decisionali. Le perplessità intorno al suo operato sono però cresciute esponenzialmente in corrispondenza con il procrastinarsi delle elezioni, allorché il presidente Mohamud è stato accusato di utilizzo strumentale del comitato per aumentare le proprie possibilità di riconferma.

Le tensioni hanno raggiunto un punto di rottura dopo il comunicato del 24 dicembre, quando il NLF ha annunciato una serie di delibere che incidono direttamente sul processo elettorale e sull’assetto istituzionale della Somalia. Tre in particolare sono le decisioni che hanno fatto più scalpore: l’annullamento del disposto con cui la commissione elettorale aveva escluso dalle elezioni per il parlamento ventiquattro candidati che si erano resi responsabili di violenze ai seggi, ora riammessi per una seconda votazione; l’aumento da cinquantaquattro a settantadue dei senatori della Camera Alta; la fissazione di requisiti stringenti – 30mila dollari di cauzione e il sostegno esplicito di venti parlamentari – per poter correre alla carica presidenziale.
Le decisioni del NLF hanno generato il fuoco di sbarramento di molti esponenti del nuovo parlamento, riunitosi per la prima volta in formazione provvisoria il 26 dicembre. Uno dei deputati più in vista, l’ex vice-presidente della Camera Awad, ha rimarcato come il parlamento sia l’unico organo legittimato a legiferare sull’assetto delle istituzioni somale. L’ex presidente del Puntland e attuale senatore Abdirahman Farole è andato oltre, denunciando l’illegittimità del NLF e le manovre del presidente federale uscente per influenzare l’esito delle elezioni. Le rimostranze di Farole e Awad riflettono il sentimento di molti membri dell’opposizione, alcuni dei quali sembrano pronti a boicottare il voto presidenziale qualora il NLF non dovesse fare marcia indietro sui tre provvedimenti del 24 dicembre. Secondo i critici, infatti, l’allargamento della camera alta non servirebbe tanto a soddisfare esigenze di maggior rappresentatività della società somala, quanto a eleggere senatori fedeli a Sheikh Mohamud e ai capi degli esecutivi regionali. Lo stesso ragionamento vale per il provvedimento con cui il NLF ha riabilitato molti dei candidati inizialmente esclusi dalla commissione elettorale, dato che tra i beneficiari figura il fratello dell’attuale direttore dell’agenzia nazionale per l’intelligence. Da ultimo, l’innalzamento dei requisiti per la candidatura presidenziale viene percepito come strumentale alla riconferma del presidente uscente, poiché elimina dalla corsa candidati minori che potrebbero disperdere i voti del clan Hawiye cui appartiene lo stesso Sheikh Mohamud.
I donatori internazionali della Somalia, dal canto loro, hanno sposato in pieno la posizione legalista del parlamento. A margine della prima riunione della camera dei deputati, il gruppo di contatto formato da Unione Africana, Stati Uniti, Italia, Svezia, Belgio, Olanda, Regno Unito e Unione Europea ha diramato una nota apertamente critica nei confronti delle decisioni del NLF, paventando una possibile interruzione dei programmi d’aiuto al prossimo esecutivo. L’insoddisfazione degli osservatori internazionali si evince dalle parole del comunicato della missione d’assistenza delle Nazioni Unite per la Somalia, secondo cui la riammissione dei candidati esclusi dalla commissione elettorale rappresenta una violazione “dell’impegno a rispettare lo stato di diritto (…) e della credibilità dell’intero processo elettorale” mentre l’allargamento della camera alta “potrebbe essere contemplato solo dopo lo svolgimento dell’elezione presidenziale nel nuovo parlamento federale e attraverso un adeguato processo di revisione costituzionale”. Stretto tra le minacce di boicottaggio dei donatori e dell’opposizione, il 29 dicembre il NLF ha optato a favore di una parziale marcia indietro, rimettendo la decisione di allargare la Camera Alta a un voto parlamentare da tenersi dopo l’insediamento della nuova presidenza. La dichiarazione del NLF non fa alcun riferimento alla controversa riabilitazione dei candidati parlamentari né ai requisiti per la candidatura a presidente federale, ma rappresenta comunque un chiaro indizio della debolezza dell’attuale classe dirigente somala e della sua dipendenza dagli aiuti internazionali.

Sul pianto interno, infatti, il mese di dicembre ha confermato come l’insorgenza islamista mantenga un’intatta capacità di proiezione militare, tale da mettere sotto pressione lo stesso contingente multinazionale AMISOM. Nella prima metà di dicembre l’Al Shabaab ha attaccato due basi militari nei pressi delle città costiere di Marka e Barawe, nell’area di competenza burundese, per poi occupare brevemente la cittadina di Mahaday, a soli dieci chilometri dal capoluogo regionale di Jowhar. Il gruppo islamista è inoltre salito agli onori delle cronache per la cattura di un soldato ugandese nella Somalia meridionale e il sequestro di dieci membri del consiglio degli anziani, colpevoli di aver partecipato alle elezioni parlamentari nella regione del Galmudug. Alla guerriglia nei centri minori si devono aggiungere gli attentati di Mogadiscio, dove sono state colpite infrastrutture strategiche come lo scalo portuale.
La recrudescenza delle operazioni dell’Al Shabaab è in larga misura figlia del tentativo di riaffermare l’autorità del movimento dinanzi alla popolazione locale, piuttosto che di un riassestamento delle forze in campo: la breve occupazione di Mahaday è servita per issare le bandiere del gruppo sopra l’ufficio di polizia locale e arringare la folla contro le istituzioni governative, ma gli islamisti non hanno opposto resistenza dinanzi alla riconquista della città da parte dei soldati burundesi. Lo stesso discorso vale per i due sequestri: i dieci “capi tradizionali” del Galmudug sono stati risparmiati dopo essersi pubblicamente pentiti per la collaborazione con Mogadiscio, mentre il militare ugandese rapito è stato esposto nelle strade di un villaggio dove, pochi giorni prima, il contingente AMISOM era stato messo sotto accusa dai residenti per la morte accidentale di alcuni civili. In entrambi i casi, dunque, il movimento ha subordinato le strategie militari alla ricerca del consenso, senza cogliere vantaggi significativi sul terreno.

Sebbene l’Al Shabaab si limiti principalmente ad operazioni di guerriglia, la sua presa sulle aree evacuate dai peace-keepers negli ultimi mesi mostra però come l’esercito somalo sia ancora impreparato e fortemente dipendente dalla stampella militare dell’Unione Africana per il controllo del territorio. La precaria situazione di bilancio della missione AMISOM – già messa a dura prova dai tagli decisi qualche mese fa dall’Unione Europea – costringe il governo federale a misurare attentamente le proprie mosse, pena il rischio di un’ulteriore stretta sui finanziamenti della comunità internazionale. Sebbene sia difficile immaginare una completa ritirata del gruppo di contatto per la Somalia dai suoi impegni per la ricostruzione del Paese, appare altrettanto improbabile che l’attuale classe dirigente somala possa proseguire sulla strada del braccio di ferro con donatori esteri e opposizione interna senza pagare il dazio delle proprie scelte.

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