Le Nazioni Unite e il rischio genocidio in Sud Sudan

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La commissione per il Sud Sudan del Consiglio per di Diritti Umani delle Nazioni Unite ha nuovamente acceso i riflettori sul rischio di genocidio in Sud Sudan. Nel comunicato rilasciato al termine della riunione del 14 dicembre, il presidente della commissione Yasmin Sooka ha ammonito come il Paese “sia sull’orlo di una guerra etnica totale”, reiterando quanto già segnalato poche settimane fa dal consulente speciale per la prevenzione dei genocidi presso le Nazioni Unite, Adama Dieng. La commissione ha citato testimonianze in loco per sostenere come gli sfollati siano presi di mira sulla base della loro appartenenza etnica, esprimendo al contempo preoccupazione per l’incapacità delle forze di peace-keeping delle Nazioni Unite di proteggere adeguatamente i civili dalle violenze. Il comunicato di fatto propone una lettura del conflitto civile come riflesso della competizione tra i due principali gruppi etnici nel Paese – i Dinka e i Nuer – di cui sono rispettivamente espressione il presidente sud sudanese Salva Kiir e il leader ribelle del Sudanese People Liberation Movement-In Opposition (SPLM-IO), Riek Machar.

La sessione speciale del Consiglio dei Diritti Umani è stata tenuta dietro richiesta di un gruppo di Paesi guidato dagli Stati Uniti. Washington aveva già paventato il rischio di catastrofe umanitaria a Juba, sostenendo l’opportunità di un embargo sulla vendita d’armamenti a entrambe le parti del conflitto. La tesi della commissione è stata tuttavia liquidata come senza fondamento dal governo sud sudanese: il rappresentante permanente del Sud Sudan presso le Nazioni Unite ha criticato la stessa scelta di organizzare una sessione speciale, trovando il sostegno del rappresentante del Venezuela.

Riek Machar non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali sull’esito della riunione del Consiglio. Tale silenzio potrebbe essere riconducibile allo stato di arresto in cui, secondo alcune fonti di stampa, verserebbe il leader del SPLM-IO, rifugiatosi in Sud Africa dopo che le autorità etiopiche avevano respinto la sua richiesta di asilo. L’ipotesi che Machar sia sottoposto a misure restrittive è stata però respinta con fermezza dal ministero per gli affari esteri sudafricano: secondo Pretoria, l’esponente ribelle si troverebbe nel Paese come ospite del governo.

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